Dopo essere passato indenne per alcuni dei posti più pericolosi al mondo senza il minimo problema, sono riuscito nell'impresa titanica di farmi rubare lo zaino nella metropolitana di Parigi, mentre ero di passaggio per andare in Guinea Conakri.
Ho avuto quindi il piacere di andare al commissariato di polizia del quattordicesimo arrondissement a Montparnasse. Se non ci siete mai stati andateci subito! Fin dall'entrata (seminascosta, i vetri della porta lerci, il corridoio semibuio ed angusto) si capisce che il posto è un condensato di burocrazia statalista allo stato puro. Invece dei poliziotti in giubbotto di pelle dei film, ci si trova di fronte ad una receptionist annoiata, che ti indica un secondo corridoio ed una sala d'attesa che è stata rinnovata nel primo dopoguerra: sedie scassate, poster stinti, vecchie riviste. Ci sono altre quattro persone nella stanza. Sono lì da tanto tempo che sembrano coperti di polvere. In giro non c'è nessuno, tranne una poliziotta che tenta di dissuadere tutti dallo sporgere denuncia dicendo che i tempi d'attesa sono lunghissimi. Scopro che è la pausa pranzo e che sono tutti via. Sembra di essere in Italia.
Quando arrivano le due, chiamano il mio nome e vengo fatto passare in una stanza spoglia, con le tende mezzo strappate. Di fronte a me c'è un poliziotto che sembra molto interessato al mio lavoro e alla localizzazione della Guinea Conakri, ma non abbastanza al fatto che il mio zaino è stato rubato e con esso il mio passaporto. Per scrivere la denuncia usando un programma con grafica d'altri tempi usa due delle dieci dita che possiede. Prima di poter usare uno dei venti timbri disposti sulla scrivania vuota ci mette una buona mezz'ora di filosofia spiccia.
Uscito dal commissariato chiamo il numero d'urgenza del consolato italiano. Non risponde nessuno per cui lascio un messaggio. Oggi è sabato e non ho alcuna speranza che qualcuno lo ascolti prima di lunedì. Invece poco dopo mi richiama qualcuno dall'oltretomba: ha la voce così roca che l'odore di fumo si trasmette per telefono. Mi dice che posso andare il linedì, ma che il consolato di Zurigo è chiuso per cui bisognerà aspettare il martedì, in compenso la questura di Treviso è efficiente per cui da quel lato non dovrebbero esserci problemi. Pochi attimi dopo che mette giù vengo richiamato da un altro funzionario del consolato, che questa volta mi chiede tutti i dati e mi dice di passare verso le 8.30 prima che l'ufficio apra. Lui si occupa di matrimoni e non sa niente di passaporti, ma ha l'aria molto gentile, cosa rarissima tra i funzionari consulari.
Il lunedì mattina mi presento al consolato italiano munito di un enorme libro di un autore giapponese, il meglio che ci sia in fatto di lunghe attese burocratiche. Scopro che l'uomo dalla voce roca è il portinaio del consolato, che scuote la testa quando gli dico che mi è stato detto di arrivare a quell'ora. Mi ripete che non c'è niente da fare perchè il consolato di Zurigo è chiuso, ma mi fa entrare lo stesso. La sala d'attesa è vuota, le luci sono spente. Dopo poco arrivato degli impiegati che fanno una conversazione molto animata attorno alla macchina del caffé. Uno viene verso di me e si presenta. E' quello che si occupa di matrimoni. Con una gentilezza fuori dal comune mi spiega che parlerà con i colleghi per vedere cosa si può fare.
La collega che si occuperà del mio caso non sembra conoscere la funzionalità sociale del sorriso. Scuote la testa, ma accetta comunque di prendere una copia della mia denuncia e le mie foto. Inizia la pratica del nulla osta a Treviso e di quello a Zurigo. Le chiedo se può chiamare il consolato e la questura e lei mi risponde "guardi che possiamo fare non lo può fare lei". La ringrazio e chiamo il consolato di Zurigo. Nessuna risposta. Provo con il numero d'emergenza e, dopo vari secondi, risponde una voce assonnata che mi informa che il consolato è chiuso il lunedì. Certo, penso io, che ci sarà poco lavoro in una città dove ci sono solo 15,000 italiani.
Informo la mia gentile funzionaria del problema rilevato e lei scuote la testa. "Non c'è niente da fare" sentenzia "bisogna aspettare martedì". Le chiedo di poter parlare con il suo superiore che mi dà udienza in un angolo della sala d'aspetto tra la signora che aspetta il passaporto del figlioletto e il signore che ha divorziato dalla moglie. Il superiore mi promette che parlerà con Zurigo per vedere cosa si può fare. Dopo poco la solita impiegata mi richiama per dirmi che Zurigo è chiuso e che quindi non si può fare nulla. Anche la superiore del superiore, a cui faccio la scena del disperato sull'orlo del suicidio, conferma l'impossibilità di fare il passaporto causa mancanza del nulla osta.
Dopo molto parlamentare riesco ad avere assicurazione che il martedì avrò il mio passaporto se Zurigo mantiene la promessa del nulla osta e Treviso risponde. Chiamo la questura di Treviso che mi informa che ha già trattato la richiesta.
Il martedì ho il mio passaporto. Non so se chiamarlo un miracolo o meno. Fatto sta che il portiere sembra sapere molto di più del resto degli impiegati.
domenica 18 marzo 2012
domenica 26 febbraio 2012
Milan Juve Zurigo
Più che per mancanza di alternative che per scelta populista, ho deciso di guardare Milan - Juve in un misto di internet café, luogo di scommesse e bar che si trova dietro casa mia. Dall'ultima volta che c'ero stato, il proprietario ha fatto dei grandi investimenti. Ci sono delle specie di divani e gli schermi piatti sono stati sostituiti da proiettori. Ora non c'è più un solo angolo dei tre muri che non sia pieno di immagini di calcio, ogni muro una partita diversa. Nessun cambio degli avventori, invece: nemmeno l'ombra di una donna, un paio di turchi e una marea di somali che passano metà del tempo a guardare la televisione e l'altra metà a salutare l'ultimo arrivato.
L'atmosfera è quella delle grandi occasioni. Tutti i posti sui divani sono occupati e devo accontentarmi di una sedia pieghevole a fianco dei computer, sui cui altre immagini di calcio sono proiettate. A fianco ho tutti i risultati in tempo reale delle partite di calcio di tutto il mondo. Scopro squadre di calcio colombiane di cui ignoravo completamente l'esistenza. Per scrivere un trattato sulla globalizzazione non serve fare un dottorato, basta fare un giro al Kreis 3 di Zurigo, il quartiere dove vivo.
La partita è bruttina ma molto intensa. Quando un difensore della Juve (non capisco quale perchè il commento è in arabo) sbaglia un passaggio e Nocerino fa gol, scoppia il putiferio. Sembra diu essere a San Siro: urla, fischi, battiti di mano. Io rimango seduto, cercando di continuare a guardare la partita in mezzo a gente che viene e che va, oppure che staziona in piedi proprio davanti a me. Ogni tanto tento di spiegare ai passanti che non sono trasparenti, ma non so che lingua usare: il tedesco non sembrano capirlo, l'inglese forse, l'italiano boh. Provo con i gesti, funziona.
La partita continua tra una serie di fallacci da una parte e dall'altra, gol annulati da un arbitro miope e errori grossolani della Juve. Sembra di vedere una partita con i miei colleghi il martedì a mezzogiorno. Nonostante i milioni che guadagnano, i giocatori appaiono per quel che sono: dei ragazzini imberbi nervosi e pieni di paura di sbagliare.
Matri, al risveglio dal lungo letargo invernale, decide finalmente di fare gol, il locale esplode una seconda volta. Scopro che la tifoseria somala è ugualmente divisa tra juventini e milanisti. Il casino è tale che il proprietario turco è costretto ad urlare come un matto per far stare zitti tutti. Dubito che abbiano capito cosa ha detto - sicuramente una frase presa pari pari dal galateo turco - ma il concetto è chiaro. Gli spettatori si rimettono a sedere aspettando il fischio dell'arbitro. Quando la partita finisce il casino esplode di nuovo. La disputa - penso - è sul fatto se il pareggio sia meritato o no. Il tono di voce si alza, vola anche qualche spinta, io me ne vado prima che la situazione degeneri. Sulla strada di casa vedo gente uscire da un bar. Anche lì tutti africani, ad occhio e croce eritrei o somali. Anche lì urlano, si spintonano, si insultano.
Milan 1 - Juve 1
L'atmosfera è quella delle grandi occasioni. Tutti i posti sui divani sono occupati e devo accontentarmi di una sedia pieghevole a fianco dei computer, sui cui altre immagini di calcio sono proiettate. A fianco ho tutti i risultati in tempo reale delle partite di calcio di tutto il mondo. Scopro squadre di calcio colombiane di cui ignoravo completamente l'esistenza. Per scrivere un trattato sulla globalizzazione non serve fare un dottorato, basta fare un giro al Kreis 3 di Zurigo, il quartiere dove vivo.
La partita è bruttina ma molto intensa. Quando un difensore della Juve (non capisco quale perchè il commento è in arabo) sbaglia un passaggio e Nocerino fa gol, scoppia il putiferio. Sembra diu essere a San Siro: urla, fischi, battiti di mano. Io rimango seduto, cercando di continuare a guardare la partita in mezzo a gente che viene e che va, oppure che staziona in piedi proprio davanti a me. Ogni tanto tento di spiegare ai passanti che non sono trasparenti, ma non so che lingua usare: il tedesco non sembrano capirlo, l'inglese forse, l'italiano boh. Provo con i gesti, funziona.
La partita continua tra una serie di fallacci da una parte e dall'altra, gol annulati da un arbitro miope e errori grossolani della Juve. Sembra di vedere una partita con i miei colleghi il martedì a mezzogiorno. Nonostante i milioni che guadagnano, i giocatori appaiono per quel che sono: dei ragazzini imberbi nervosi e pieni di paura di sbagliare.
Matri, al risveglio dal lungo letargo invernale, decide finalmente di fare gol, il locale esplode una seconda volta. Scopro che la tifoseria somala è ugualmente divisa tra juventini e milanisti. Il casino è tale che il proprietario turco è costretto ad urlare come un matto per far stare zitti tutti. Dubito che abbiano capito cosa ha detto - sicuramente una frase presa pari pari dal galateo turco - ma il concetto è chiaro. Gli spettatori si rimettono a sedere aspettando il fischio dell'arbitro. Quando la partita finisce il casino esplode di nuovo. La disputa - penso - è sul fatto se il pareggio sia meritato o no. Il tono di voce si alza, vola anche qualche spinta, io me ne vado prima che la situazione degeneri. Sulla strada di casa vedo gente uscire da un bar. Anche lì tutti africani, ad occhio e croce eritrei o somali. Anche lì urlano, si spintonano, si insultano.
Milan 1 - Juve 1
giovedì 16 febbraio 2012
The game avec le Roi
La prima volta che ho visto un gruppo di ragazzine ballare di fronte allo specchio osservandosi come se stessero in televisione è stato a Bangui, la capitale dello stato più dimenticato d'Africa, la Repubblica Centrafricana, conosciuta ai pochi soprattutto per la ridicola vanagloria di Bokassa, il miserabile dittatore di turno che si era autoproclamato imperatore.
All'epoca andavo nell'unica discoteca della città, che apriva presto e chiudeva presto causa coprifuoco. Avevo anche scritto un articolo per il settimanale Carta, in cui parlavo di attempati uomini bianchi in cerca di sesso e di ragazzine africane in cerca di soldi, uno degli incontri d'interesse più comune del continente.
In una discoteca di Libreville, capitale del Gabon, la visione è tornata: bellissime donne in abiti luccicanti che ballano allo specchio canzoni di Micheal Jackson o Madonna, mentre bevo champagne a sbafo, gentilmente offerto dal boss di una compagnia francese di telefonia. Passano le ore, passano i bicchieri di vino, passano le canzoni. Qualcuno continua a ricordarmi che domani mattina si gioca a calcio alle sette, ma il pensiero è lontano e sfumato, come le riunioni di lavoro che seguiranno o la finale della Coppa d'Africa tra l'invincibile Armada della Costa d'Avorio e gli sconosciuti dello Zambia. E quindi ballo, come non mi capitava da un po', perché a Zurigo o si balla musica house oppure niente. Poi rientro in albergo che il sole sorgerà a breve. Sono in macchina con il mio amico francese, che credevo un po' rigido e invece scopro il fratello gemello di John Travolta.
Quando alle 6 e 55 suona la sveglia e apro le tende penso che sono proprio un idiota a svegliarmi così presto. Il cielo è grigio, l'asfalto bagnato, ha piovuto tutta la notte. Nonostante sia convinto che sarò l'unico imbecille a presentarmi in maglietta e pantaloncini, con un certo peso sulla testa, decido di andare. Prendo l'ascensore e arrivo a piano terra dove incontro Nicolas, il primo degli otto peones sulla lista dei giocatori, ma anche l'unico che è andato a letto prima di mezzanotte. Così ci ritroviamo in due ad aspettare sul campo da tennis dell'albergo, sotto un cielo plumbeo, alle sette di mattina. Poi arriva un terzo, il direttore dell'albergo, reclutato più per fare numero che altro, poi un quarto, un avvocato di una squadra di calcio francese. Via via arrivano tutti, anche quelli che sono rientrati pochi minuti prima direttamente dalla discoteca. Manca all'appello solo un nome, il più celebre, quello per cui tutti - compreso me - hanno fatto la levataccia. Arriverà veramente? Chissà, ha detto "se non mi vedete iniziate senza di me". Le speranze sono poche. E mentre qualcuno sta già parlando di giocare senza di lui, ecco che spunta da dietro l'angolo. Ed è prorpio lui, le Roi, il mio mito d'infanzia. E come se niente fosse si mette a giocare sul campo da tennis scivoloso, con le porte segnate da due birilli di plastica, tra gente che scivola e cade per terra come se stesse giocando a hockey. E anche se lui corre poco, il pallone gli rimane incollato al piede, il passaggio è millimetrico, lo stop di petto è lo stesso di trent'anni fa. Per un'ora, in qualche metro quadrato, il calcio professionistico e quello superamatoriale si danno la mano e fanno una passeggata assieme, prima che tutti corrano sotto la doccia e riappaiano nelle fattezze di tutti i giorni, dimenticando - ma solo per un attimo - di essere stati invitati al tavolo del re.
lunedì 6 febbraio 2012
Scialpinismo
Quando ho lasciato mezzo stipendio nel negozio di articoli per sport invernali più bello del mondo (un supermercato dello sci, dell'arrampicata e del trekking) ho avuto un vago senso di colpa, di quelli che vengono dopo uno shopping sfrenato. Ma ne avrò veramente bisogno? Non potevo aspettare un po' e vedere se la cosa mi piace?
Il pensiero è durato poco. Ci sono poche cose che mi mettono di buon umore come un paio di sci e scarponi nuovi. Se poi ci si aggiunge pala, sonda, ARTVA e pelli di foca, beh diciamo che il nuovo gioco non poteva che occupare interamente le mie energie.
La prima volta che ho testato il mio materiale da sci alpinismo è stato un paio di settimane fa a Engelberg, vicino alle piste, visto che il rischio valanghe era a quattro (su cinque). Il semplice fatto di montare le pelli sotto agli sci ha fatto di me l'attrazione principale di una famiglia cinese (a Engelberg ci sono in uguale numero sciatori e cinesi che fanno foto agli sciatori). Ancora prima di iniziare ero diventato una star, con madre e figlia che mi hanno chiesto di farsi fotografare assieme a me. A Engelberg ho fatto una fatica boia, il che mi ha fatto riflettere un po' sulle difficoltà del nuovo sport che avevo deciso di mettere all'ordine del giorno.
A causa di tempo strano e rischio valanghe alto ho dovuto aspettare un po' per fare la prima vera uscita di sci alpinismo, nella zona di Glarus in compagnia dei soliti noti con cui condivido ormai da un anno la neve e la roccia.
Che fare sci alpinismo fosse qualcosa di unico me lo ero immaginato, ma vedere montagne bianche a perdita d'occhio, camminare nel bosco, affondare in due metri di neve fresca, sentire la radiazione del sole a duemila metri, non avere nelle orecchie altro rumore che lo strisciare delle pelli sulla neve ed il tac degli attacchi che si posano sugli sci, beh più che qualcosa di unico è una specie di sogno ad occhi aperti.
Difficile dire cosa sia più piacevole, se la fatica di salire per un pendio ripido creando dei zig-zag nella neve, sincronizzando la respirazione ai passi, concentrando lo sguardo sulla punta degli sci, azzerando i pensieri e andando avanti con una specie di pilota automatico; oppure la discesa in neve fresca, senza tracce da seguire, con il sole che illumina la neve di un bianco accecante, gli sci e gli scarponi che scompaiono sotto la neve, la libertà di scegliere se fare una curva o no, di rallentare o accelerare, l'aria gelida che ti colpisce la faccia.
Ciò che è certo è che ogni metro che fai scendendo, lo apprezzi di più perchè non ti è stato regalato, ma te lo sei meritato al cento per cento.
venerdì 3 febbraio 2012
Malato contento
Ho sempre avuto un piccolo debole per gli ospedali: le infermiere che ti chiedono come stai, il purè, la mela cotta, anche l’odore di disinfettante fetido non mi dispiace. Questa mia piccola perversione è diventata in Svizzera un vero e proprio piacere.
Una settimana fa mi sono fatto male ad un dito facendo arrampicata. Visto che si tratta di un “incidente”, la mia assicurazione lavorativa copre l’intero costo e quindi mi sono permesso il lusso di andare alla clinica del comitato olimpico svizzero in cui avevo già fatto un test fisico sotto sforzo (l’importante non è essere atleti, ma fare finta).
Ho chiamato la sera e mi hanno dato appuntamento per la mattina seguente, prenotando le lastre alle 7.30 e poi la visita dal medico. Mi sono presentato alla clinica alle 7.15, ricevendo il benvenuto della donna alla reception, che mi ha indicato con un sorriso il reparto di radiologia: una sala d’aspetto tirata a lucido, con le riviste esposte sul tavolino e avvolta in un silenzio tombale. Alle 7.20 mi hanno fatto entrare e mi hanno fatto le lastre. Dieci minuti dopo ero nella sala d’attesa dell’ambulatorio.
Un medico il cui cognome era composto da molte “s”, “c” e “h” mi ha visitato, forato un’unghia e tolto l’ematoma. Poi mi ha portato dalla responsabile del reparto fisioterapia che mi ha confezionato un tutore in plastica seduta stante e mi ha riempito di rotoli di scotch speciale per dita doloranti con unghie a rischio caduta.
Alle 8.30 mi stavo già comprando dei croissant al panificio di fronte alla fermata del tram.
Una settimana fa mi sono fatto male ad un dito facendo arrampicata. Visto che si tratta di un “incidente”, la mia assicurazione lavorativa copre l’intero costo e quindi mi sono permesso il lusso di andare alla clinica del comitato olimpico svizzero in cui avevo già fatto un test fisico sotto sforzo (l’importante non è essere atleti, ma fare finta).
Ho chiamato la sera e mi hanno dato appuntamento per la mattina seguente, prenotando le lastre alle 7.30 e poi la visita dal medico. Mi sono presentato alla clinica alle 7.15, ricevendo il benvenuto della donna alla reception, che mi ha indicato con un sorriso il reparto di radiologia: una sala d’aspetto tirata a lucido, con le riviste esposte sul tavolino e avvolta in un silenzio tombale. Alle 7.20 mi hanno fatto entrare e mi hanno fatto le lastre. Dieci minuti dopo ero nella sala d’attesa dell’ambulatorio.
Un medico il cui cognome era composto da molte “s”, “c” e “h” mi ha visitato, forato un’unghia e tolto l’ematoma. Poi mi ha portato dalla responsabile del reparto fisioterapia che mi ha confezionato un tutore in plastica seduta stante e mi ha riempito di rotoli di scotch speciale per dita doloranti con unghie a rischio caduta.
Alle 8.30 mi stavo già comprando dei croissant al panificio di fronte alla fermata del tram.
giovedì 22 dicembre 2011
Casa
Con alle spalle l’imponente minareto della moschea Hassan II, decine di coppie di varie età guardano le onde dell’oceano arricciarsi una dopo l’altra sugli scogli. Il cielo è blu, al largo delle navi stanno stancamente aspettando di attraccare e la luce del sole è di un‘intensità rara, accecante. E’ un primo pomeriggio di un martedì di quasi inverno. La gente si attarda senza uno scopo preciso, camminando sugli scogli che tra breve saranno coperti dall’acqua: l’alta marea sta arrivando.
A pochi passi dalla grande moschea, inizia uno dei quartieri popolari di Casablanca. Qui non ci sono turisti e il lato esotico del Marocco lascia il posto a qualcosa di meno oleografico e più reale: la povertà. Casablanca è il posto degli opposti: ristoranti chic sulla corniche e angoli di strada in cui si mangia furtivamente e in piedi; il centro commerciale più grande d’Africa e i mercati in mezzo al fango; l’élite francofona e secolare e l’islamismo montante.
Nella vecchia medina, un dedalo di viuzze che si intersecano e girano su se stesse, si vedono barbe lunghissime, portate con un certo orgoglio. Ci sono anche vari tipi di velo, fino ad arrivare al modello estremo, quello alla Dart Vader. La gente qui non è molto abituata agli stranieri e vice versa (i due europei che incrocio mi salutano come se mi conoscessero da tempo, quasi sollevati all’idea di vedere una faccia amica).
Decido di fare un po’ di shopping, svaligiando un negozietto di olive e poi proseguendo verso i datteri, l’uvetta, i limoni canditi e le mandorle. Decido anche di investire in uno stock di mutande Calvin Klein (chiaramente originali) per non tradire la mia personale tradizione di comprare biancheria intima solo ed esclusivamente in Maghreb. Quando ho finito rientro in albergo, costeggiando il mare, mentre il cielo si tinge di rosso in attesa del tramonto.
Casa non è bella ma piace.
A pochi passi dalla grande moschea, inizia uno dei quartieri popolari di Casablanca. Qui non ci sono turisti e il lato esotico del Marocco lascia il posto a qualcosa di meno oleografico e più reale: la povertà. Casablanca è il posto degli opposti: ristoranti chic sulla corniche e angoli di strada in cui si mangia furtivamente e in piedi; il centro commerciale più grande d’Africa e i mercati in mezzo al fango; l’élite francofona e secolare e l’islamismo montante.
Nella vecchia medina, un dedalo di viuzze che si intersecano e girano su se stesse, si vedono barbe lunghissime, portate con un certo orgoglio. Ci sono anche vari tipi di velo, fino ad arrivare al modello estremo, quello alla Dart Vader. La gente qui non è molto abituata agli stranieri e vice versa (i due europei che incrocio mi salutano come se mi conoscessero da tempo, quasi sollevati all’idea di vedere una faccia amica).
Decido di fare un po’ di shopping, svaligiando un negozietto di olive e poi proseguendo verso i datteri, l’uvetta, i limoni canditi e le mandorle. Decido anche di investire in uno stock di mutande Calvin Klein (chiaramente originali) per non tradire la mia personale tradizione di comprare biancheria intima solo ed esclusivamente in Maghreb. Quando ho finito rientro in albergo, costeggiando il mare, mentre il cielo si tinge di rosso in attesa del tramonto.
Casa non è bella ma piace.
giovedì 15 dicembre 2011
Ritorno
Quando ho messo piede sull'asfalto del parcheggio dell'aeroporto di Bole e ho annusato l'aria fresca e l'odore di montagna mi sono sentito stranamente allegro. L'aeroporto era illuminato a giorno e di fronte a me c'erano i profili irregolari di edifici cresciuti come funghi. Dopo più di cinque anni sono tornato ad Addis Abeba, la città africana in cui ho vissuto sei mesi e che più di tutte ha lasciato un segno nella mia memoria. L'Etiopia la si ama o la si odia (a volte le due cose contemporaneamente), ma di sicuro non lascia mai indifferenti.
Come in ogni ritorno, tutto è cambiato e tutto è rimasto come prima. Ho fatto un po' fatica a riconoscere certe strade, certi quartieri. Un po' perché la mania di costruzione è diventata sport nazionale, un po' perché la mia memoria non riusciva a seguire il dedalo di strade che si intersecano in maniera irregolare, senza rispetto per la geometria.
Ma basta una cena per ritrovarsi in un ambiente familiare, anche se tutte le facce attorno al tavolo sono nuove. Non serve conoscere le persone quando ci sono le classiche tipologie della cooperazione italiana. E così si ritrovano i volontari arrivati di recente, animati da un misto di idealismo e di ambizione. Non sanno ancora se vogliono fare del bene oppure aspirare ad un contratto con una grande agenzia internazionale.
C'è chi invece la decisione l'ha presa da tempo e parla di "P table", ovvero la categorizzazione standard del livello di responsabilità (e di stipendio) del personale delle Nazioni Unite. Dopo la P è sempre bene avere un numero verso il 4 o il 5. In quel caso l'invito ai ricevimenti delle ambasciate è quasi automatico, altrimenti bisogna lavorare un po' sulle amicizie trasversali che possono aprire orizzonti insperati nell'ambiente degli espatriati annoiati d'Africa.
E infine ci sono quelli che il "cooperante" lo fanno per lavoro e che non sanno se lo faranno per sempre o se è giunta ora di cambiare aria, che si chiedono cosa mai potrebbero fare in Italia e se veramente avrebbero voglia di lavorarci, o se invece non sarebbe meglio perdersi in un'altra avventura dall'altro lato del pianeta, con la paura di non ritrovarsi. I dubbi esistenziali sono le uniche certezze degli umanitari.
Mangiando in un ristorante un po' più in alto dei duemila metri di Addis, con vista sulle luci della città e sui suoi usi e abusi edilizi, mi rendo conto che sono un animale strano, con un passato ed un presente che si riconciliano a mala pena. Un quadro pentagonale oppure ovale, quelli difficili da incorniciare. Ma questo non mi pesa, anzi mi conforta un po', perché più forme si hanno e più è possibile fare parte di mondi diversi e farli propri.
Per quanto abbia passato poco tempo in Etiopia, questo posto affascinante, illeggibile e complesso è un po' mio. Riconosco parole, visi, sapori. E', nel suo piccolo, un ritorno a casa.
Come in ogni ritorno, tutto è cambiato e tutto è rimasto come prima. Ho fatto un po' fatica a riconoscere certe strade, certi quartieri. Un po' perché la mania di costruzione è diventata sport nazionale, un po' perché la mia memoria non riusciva a seguire il dedalo di strade che si intersecano in maniera irregolare, senza rispetto per la geometria.
Ma basta una cena per ritrovarsi in un ambiente familiare, anche se tutte le facce attorno al tavolo sono nuove. Non serve conoscere le persone quando ci sono le classiche tipologie della cooperazione italiana. E così si ritrovano i volontari arrivati di recente, animati da un misto di idealismo e di ambizione. Non sanno ancora se vogliono fare del bene oppure aspirare ad un contratto con una grande agenzia internazionale.
C'è chi invece la decisione l'ha presa da tempo e parla di "P table", ovvero la categorizzazione standard del livello di responsabilità (e di stipendio) del personale delle Nazioni Unite. Dopo la P è sempre bene avere un numero verso il 4 o il 5. In quel caso l'invito ai ricevimenti delle ambasciate è quasi automatico, altrimenti bisogna lavorare un po' sulle amicizie trasversali che possono aprire orizzonti insperati nell'ambiente degli espatriati annoiati d'Africa.
E infine ci sono quelli che il "cooperante" lo fanno per lavoro e che non sanno se lo faranno per sempre o se è giunta ora di cambiare aria, che si chiedono cosa mai potrebbero fare in Italia e se veramente avrebbero voglia di lavorarci, o se invece non sarebbe meglio perdersi in un'altra avventura dall'altro lato del pianeta, con la paura di non ritrovarsi. I dubbi esistenziali sono le uniche certezze degli umanitari.
Mangiando in un ristorante un po' più in alto dei duemila metri di Addis, con vista sulle luci della città e sui suoi usi e abusi edilizi, mi rendo conto che sono un animale strano, con un passato ed un presente che si riconciliano a mala pena. Un quadro pentagonale oppure ovale, quelli difficili da incorniciare. Ma questo non mi pesa, anzi mi conforta un po', perché più forme si hanno e più è possibile fare parte di mondi diversi e farli propri.
Per quanto abbia passato poco tempo in Etiopia, questo posto affascinante, illeggibile e complesso è un po' mio. Riconosco parole, visi, sapori. E', nel suo piccolo, un ritorno a casa.
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