lunedì 30 giugno 2014

Aiguilles du Tour


Il rifugio Trient si trova a 3.170m e si affaccia su un mare di ghiaccio chiamato Plateau de Trient. Poco ad ovest c'è la Francia, poc oa sud l'Italia. Il massiccio del Monte Bianco è incastonato tra tre stati.


Les Aiguilles du Tour sono due picchi rocciosi che segnano lo spartiacque tra Svizzera e Francia. Sulla carta sono entrembi considerati della stessa altezza, 3.540m, ma a tutti sembra che il picco più a nord sia più alto. E' anche un po' più complicato da scalare, con un paio di pezzi un po' verticali, soprattutto se hai piedi si hanno due termosifoni invece che le scarpe da arrampicata.



sabato 28 giugno 2014

Portalet




Uscendo dalla porta del rifugio Orny si ha di fronte il Portalet, 3.344 m. Come tutte le montagne sembra inaccessibile ed ostile. Guardandola meglio, si vede un canalone di neve che sale obliquamente. Per la sua forma ricurva viene chiamato la Banana. Seguendo la banana si continua salendo sulla neve, fino a che non si arriva alla roccia.



A fianco alla cima c'è un blocco di granito che chiamano la Chandelle, con delle fessure che invitano all'arrampicata. Anche questo sembra inaccessibile, ma in realtà sono un paio di tiro di quinto grado. L'importante è non guardare di sotto e avere fiducia nei friends.


Sulla via del ritorno c'è tempo per farfe un po' di esercizi da recupero crepaccio.





mercoledì 11 giugno 2014

Il sentiero dei nani


C'è un momento, per chi prende la linea Zurigo-Milano, che lascia perplessi. Sono le nove di mattina, il treno dovrebbe viaggiare verso sud, ma il sole si trova alla destra, ovvero ad ovest. Ho un attimo di panico, pensando di aver preso il treno sbagliato ad Arth-Goldau, poi il treno inizia a girare, entrando in varie gallerie. La tratta ferroviaria in prossimità del San Gottardo è una specie di scala a chiocciola che gira su se stessa per vari chilometri, finché non si raggiunge l'altezza desiderata.
Scendo a Göschenen, che conosco principalmente a causa di un trasbordo dal treno al bus causa blocco della linea, un paio d'anni fa. Vista con il bel tempo è molto meno tetra che quando è coperta dalla neve e immersa nella bufera. E' il lunedì di Pentecoste e sembra che nessuno si sia ancora svegliato.
Il sentiero è per una volta ben indicato e salre ripido in mezzo a boschi di pini. L'odore della resina e delle pigne fa dimenticare le ragnatele che si attaccano alla faccia ad ogni passo. Come spesso mi accade, i primi minuti sono i più difficili. Ho sempre l'impressione di non farcela. Il respiro si fa sempre più rapido, il caldo soffocante, inizio a sudare. Ad un certo punto scorgo un gatto selvatico, o forse è un miraggio. Il gatto non si muove, neanche quando mi avvicino. Seduto sopra un ceppo, scopro una volpe di plastica, che mi guarda ghignando. Più  in su troverò vari nani, quasi tutti sorridenti.
Uno dei momenti che amo di più quando vado in montagna è il passaggio dal bosco alle piante basse. A volte il passaggio è graduale, gli alberi si fanno più radi, per lasciare spazio a pini mughi o arbusti. Qui il passaggio è netto. Un attimo prima c'è il bosco e un attimo dopo c'è una distesa di mirtilli. Poi laghetti da disgelo, qualche chiazza di neve e rocce.







sabato 7 giugno 2014

Leglerhütte


A circa un'ora  a sud di Zurigo si trova il Cantone di Glarus, nella valle del fiume Linth. Si tratta di un min-cantone, conosciuto per essere uno dei più chiusi della Svizzera, non proprio il paese più aperto del mondo.
A Glarus è stata uccisa Anna Göldi, l'ultima strega d'Europa, che ha ammesso (sotto tortura) di avere fatto un patto col diavolo apparsole sotto forma di cane nero. Era l'anno 1782, la Francia avrebbe prodotto di lì a poco la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo.
Ora Glarus appare come una landa bucolica, piena di mucche e prati. Oltre ad essere vicino a Zurigo, il Glarnerland ha il grande vantaggio di non apparire in nessuna guida turistica cinese o indiana e di essere snobbato dagli svizzeri, che prediligono l'Engadina, il Berner Oberland o il Vallese. Risultato, non c'è quasi nessuno ed il treno è riempito da una scolaresca in gita. Le bambine sedute a fianco a me cantano per tutto il tempo una filastrocca che fa più o meno così: "Shakti Shakti tac tac tac, caramelo, Angela mozzarella, Angela mozzarella, oooooh sexy bum!" (da notare che il sexy bum è accompagnato dal movimento delle anche e da uno sguardo provocatore).
Scendo a Betschwanden, prendendo un sentiero a fianco di una cascata che conosco già perché l'avevo percorso a fine estate, nell'ultima camminnata dell'anno. Come ogni volta mi ero perso, il sentiero era finito all'ultima malga ed avevo continuato a caso, finendo in mezzo a pascoli deserti. Questa volta ho letto meglio la cartina e voglio assolutamente arrivare alla Leglerhütte a 2273 metri. Mi aspettano 1673 metri di dislivello.
La giornata è splendida e il bosco è rinfrescatao dalla cascata di Diesenbach. Poco sopra vengo accolto dalle prime marmotte. Ce ne sono moltissime e se ne stanno all'entrata della loro tana a guardarti di sottecchi, per poi entrare oppure darsi ad una corsa lenta e goffa. Le trovo piuttosto grassottelle, si vede che il letargo è finito da un pezzo.
Il sentiero sale ripido e in poco tempo il bosco di dirada, lasciando spazio a genziane e bottondoro. C'è ancora qualche residuo di neve che va ad ingrossare il torrente. Arrivo ad uno spiano verdissimo, attraversato da rivoli d'acqua. Il mio passaggio spaventa un gruppo di rane che si tuffa terrorizzato nell'acqua gelata. Poco sopra c'è un lago splendido che riflette il nevaio che lo sovrasta. A partire da quel punto c'è neve dappertutto. E' comunque neve estiva, morbida e umida, non c'è bisogno di ramponi né di piccozza, solo di un po' di fatica.
Più che la salita, una volta raggiunto il rifugio, quello che mi piace è la discesa. Camminare nella neve è un vero piacere e si scende a metà sciando e a metà camminando. In pochi minuti ho fatto duecento metri di dislivello e la mia velocità relativa ha allarmato un capriolo che mi lancia un fischio e si precipita giù dalla montagna.
Scendere è sempre più difficile che salire, anche perché c'è un po' meno motivazione. Mi aspettavo male alle gambe, ma invece sono i piedi che iniziano a protestare dopo sette ore di cammino. Resisteranno fino alla stazione, contenti che sia finita, almeno per oggi.




giovedì 29 maggio 2014

Jura di Maggio


Dopo aver scrutato il cielo come un indovino per prevedere pericoli di pioggia ed aver effettuato sondaggi telematici per adescare i compagni, ci si trova a camminare in un bosco di un verde vivo primaverile ad annusare l'odore di muschio e quello delle pietre. L'avvicinamento alla falesia è complicato; per una legge dell'arrampicata ci si perde sempre quando si va in un posto nuovo. Dagli zaini spuntano corde, scarpette e rinvii. Questa volta fa parte del gruppo anche un bambino di qualche mese, l'unico che non ansima e che al contrario dorme profondamente.
Il rituale prevede di togliersi lo zaino, mettersi l'imbrago, attaccarci i rinvii, mettersi le scarpette, attaccare la corda, osservare la parete come se fosse un'opera d'arte. E' un rituale zen, in cui ogni particolare è denso di una strana spiritualità, trasparente come l'incertezza e silenziosa come la paura.
Come una bomba atomica, l'arrampicata all'aperto ha il potere devastante di fare piazza pulita di tutte le certezze, di tutti gli sforzi, di tutte le illusioni. Uno può passare mesi ad allenarsi in palestra facendo vie difficili, magari finendole. E si finisce per convincersi che quel posto fatto di pareti sintetiche e di prese di plastica riproduca la realtà con precisione.
Poi ci si trova attaccato ad una roccia infida, un po' scivolosa, illeggibile e nemica. A differenza della palestra, nessun colore ti indica la presa da prendere e ad un primo sguardo la roccia é liscia, sembra volerti respingere. Non importa quanto facile possa essere una via, questa non sarà mai accogliente. Sarà uno specchio delle tue insicurezze, delle tue paure. Ti farà percepire l'accumularsi dell'acido lattico negli avambracci, ti stancherà le dita, ti offuscherà lo sguardo e ti farà tremare le gambe. Guarderai dove si trova l'ultimo chiodo ed avrai paura di cadere nel vuoto, anche il movimento più semplice diventerà di sasso. Finché non griderai "blocca!" al compagno annoiato all'altro capo della corda. E mentre lo dici, sai già che hai perso la battaglia, su una via in teoria banale, che avevi fatto tanto per riscaldarti.
Ma alla fine smetterai di imprecare e di autoflagellarti. Ringrazierai la roccia, perché - ancora un'altra volta - ti ha dato una lezione che vale come un'enciclopedia.

mercoledì 21 maggio 2014

L'unicità elvetica


Analizzando i risultati della pletora di referendum svizzeri si avrebbe l'impressione di una società affetta da profonda schizofrenia.
Da un lato vengono approvate proposte biecamente qualunquiste e populistice, a vago sfondo razzista, come il veto alla costruzione di minareti, una vera minaccia per l'umanità. Oppure la più recente alzata di barriere contro l'immigrazione comunitaria, in particolare contro i temibili italiani e i perfidi tedeschi, colpevoli di occupare i posti a sedere in treno e di pagare affitti stratosferici a proprietari svizzeri.
Poi si gira la pagina dell'analisi e si resta letteralmente di sasso:
- Volete una settimana di vacanze in più all'anno? Nooooooooooooo
- Volete un salario minimo a 4000 franchi al mese o 22 all'ora (rispettivamente 3300 e 18 euro)? Nooooooo
- Volete definire un equilibrio tra lo stipendio dei supermanager e quello degli impiegati? Noooooooo
- Volete comprare i caccia militari per difendervi dai pericolosi nemici che vi circondano? Nooooooo
Mentre stavo salendo il pendio del Radüner Rothorn con sci e pelli (si ha molto tempo per pensare quando si fa sci alpinismo), stavo pensando come sia possibile esprimere al tempo stesso un pragmatismo estremo e una tendenza a cadere preda dei populismi.
Non so se per la vista mozzafiato o la neve fresca, ma penso di avere trovato la risposta. Gli svizzeri si sentono unici, e per molti versi lo sono. Non vogliono lavorare meno se questo può minacciare il loro stile di vita. Non vogliono guadagnare più se questo crea uno scompenso economico che si traduce in perdita di competitività (senza contare che lo stipendio medio è più alto di 3300 euro). E infine voglio essere sicuri che la loro unicità non sia minacciata dai barbari che si appostano alle loro frontiere. La Svizzera è prospera  perché è diversa da tutti, perché pensa e agisce in modo diverso e perché ha ripudiato la guerra da secoli, per necessità o per virtù.
Qualsiasi cosa pensiate o facciate, state sicuri che gli svizzeri farebbero il contrario. Quello che fa rabbia è che spesso hanno anche ragione.