Piccolo riassunto del viaggio Guatemala-Argentina attraverso cifre e altre amenità.
Cifre:
- Giorni di viaggio: 176
- Numero di alberghi/ostelli/lodge/rifugi utilizzati: 79
- Media permanenza in un solo posto: 2,2 giorni
- Periodo più lungo in un solo posto: 7 giorni (Corn Islands in Nicaragua e Paraty in Brasile)
- Periodo più corto in un solo posto: 12 ore (Comayagua in Honduras)
- Bus presi (solo extraurbani): 109
- Aerei presi (include a/r e connessioni): 13
- Barche/navi/ferry: 21
- Notti passate in bus/aereo: 8
- Totale mezzi di trasporto utilizzati: 15 (bus, minibus, macchina, bicicletta, moto, risciò a pedali, risciò a motore, nave, canoa, kayak, barca a motore, ovovia, cremagliera, teleferica, aereo,.........)
- Notti passate in sacco a pelo: 4
- Notti in passate in amaca: 8
- Libri letti: 8
- Sudoku fatti: 65
- Valute utilizzate: 10
- Italiani incontrati: 6
- Peso dello zaino: 14 Kg
- Chilometri guidati: 0
- Furti subiti: 3 (10 dollari in un lodge in Honduras, sandali a Paraty in Brasile e occhiali a La Paz in Bolivia)
- Infrazioni commesse: 2 (ostello schifoso non pagato a Sorrento in Colombia e "bus" di ritorno ridicolmente caro non pagato al Parco Corcovado in Costa Rica)
Il posto più...
- Caldo: Granada (Nicaragua)
- Freddo: Quilotoa (Ecuador)
- Alto: 6088 Huayna Potosi (Bolivia)
- Centrale: Mitad del Mundo (Quito, Ecuador)
- Orientale: Olinda (Brasile)
- Occidentale: Galapagos (Ecuador)
Il(la) miglior(e)...
- Tramonto: Jericocoara (Brasile)
- Alba: Amazzonia (Brasile)
- Cielo stellato: salar di Uyuni (Bolivia)
- Centro storico (eccetto Cartagena): Potosi e Sucre (Bolivia)
- Paese: Mompox (Colombia)
- Città: Rio de Janeiro (Brasile)
- Parco nazionale: Corcovado (Costa Rica)
- Cibo: Chez Marine a San Josè (Costa Rica)
- Vino: Chez Paolino a Guatemala City
- Cinema: Otavalo (Ecuador) e Cali (Colombia)
- Musica: Panama City (Panama)
- Paesaggio: salar di Uyuni (Bolivia)
- Spiaggia: Corn Islands (Nicaragua)
- Mare: Utila (Honduras)
- Albergo: Tarija (Bolivia)
- Sito archeologico: Tikal (Guatemala)
- Vulcano: Cerro Chiripò (Costa Rica)
- Avventura: 5 giorni di camminata al Mirador (Guatemala)
- Aeroporto: Quito (Ecuador)
- Metropolitana: Medellin (Colombia)
- Trek: Nebaj (Guatemala)
Il(la) peggior(e)...
- Albergo: Comayagua, (Honduras), alias "the shithole"
- Tassista: San José (Costa Rica), un vero bastardo: mi ha fatto pagare otto volte il prezzo
- Cibo: El Mirador (Guatemala), sugo con salsa di pomodoro aromatizzata al pollo e ai gamberetti
- Viaggio in bus: Samaipata-Sucre (Bolivia), peggio di così è molto difficile
- Viaggio in aereo: Manaus-Santarém-Belém-Sao Luis (Brasile), iniziato alle quattro di mattina e finito alle dieci
- Viaggio in barca: da Little Corn Island a Big Corn Island (Nicaragua), la doccia non serve
Statistics man
sabato 6 novembre 2010
martedì 2 novembre 2010
Il viaggio é finito
E' finito. Non devo piú rifare lo zaino, né scoprire da dove partono i minibus per qualche destinazione, né dov'é il mercato. Non devo trovare una stanza d'albergo, non devo piú cercare una lavanderia a chilo, né cercare un posto economico dove mangiare. Non ci saranno piú mappe da consultare, viaggiatori da interrogare, serate sociali con perfetti sconosciuti. Non ci sará piu' il troppo caldo o il troppo freddo, notti insonni nei bus, il vicino di letto che russa, il tassista che ti fa la cresta, la coppia francese che va in panico perché ha paura anche dell'aria che respira. Niente piú ghiacciai da scalare, vulcani da conquistare, spiagge per dormire, animali da andare a scovare. Niente piú percussioni che suonano per strada, venditori che salgono sui bus, amigos che ti propongono di tutto. Basta crema solare, cappellino, scarpe da montagna. Finito quel senso di estraneitá nell'arrivare in un posto sconosciuto e anche quello di familiaritá dopo qualche ora che cammini per delle strade ormai tue. Niente succhi di frutta fresca bevuti nei baracchini agli angoli di una piazza, né pollo e riso, né fagioli, né zuppe calde con zampe di gallina che escono dal piatto. Nono ci saranno piú piatti sconosciuti (quasi sempre nomi diversi dati alla trippa) che si masticano con i denti che non hanno il coraggio di toccarsi. Non ci saranno piú isreliani rumorosi, coscienziosi tedeschi che sottolineano la guida come fosse un libro di testo, americani che non riescono neanche a dire gracias, francesi che devono intellettualizzare anche la carta igienica. Niente piú post sul blog, ricerche su internet per trovare un posto da dormire o per comprare un biglietto aereo.
Questa è l'Italia, il posto che chiamo casa. Come sempre, ogni volta che torno la trovo piu' triste, piu' ripiegata su se stessa, un po' incarognita, ma per il resto uguale a se stessa. L'ultimo scandalo sessuale sembra scorrere sulla pagine dei telegiornali come una lacrima nella pioggia che cade senza interruzione da quando ho messo piede a terra all'aeroporto di Venezia. Quella stessa pioggia che non è caduta quasi mai in circa sette mesi di vagabondaggio.
Mentre una nuova giornalista del TG1 spiega che è meglio essere puttanieri che gay, ripenso ad una poesia di Kavafis:
Quando ti metterai in viaggio per Itaca
- devi augurarti che la strada sia lunga,
- fertile in avventure e in esperienze.
- I Lestrigoni e i Ciclopi
- o la furia di Nettuno non temere,
- non sara` questo il genere di incontri
- se il pensiero resta alto e un sentimento
- fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
- In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
- ne’ nell’irato Nettuno incapperai
- se non li porti dentro
- se l’anima non te li mette contro.
- Devi augurarti che la strada sia lunga.
- Che i mattini d’estate siano tanti
- quando nei porti - finalmente e con che gioia -
- toccherai terra tu per la prima volta:
- negli empori fenici indugia e acquista
- madreperle coralli ebano e ambre
- tutta merce fina, anche profumi
- penetranti d’ogni sorta; piu’ profumi inebrianti che puoi,
- va in molte citta` egizie
- impara una quantità di cose dai dotti.
- Sempre devi avere in mente Itaca -
- raggiungerla sia il pensiero costante.
- Soprattutto, non affrettare il viaggio;
- fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
- metta piede sull’isola, tu, ricco
- dei tesori accumulati per strada
- senza aspettarti ricchezze da Itaca.
- Itaca ti ha dato il bel viaggio,
- senza di lei mai ti saresti messo
- sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
- E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
- Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
- gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.
Ulisse
sabato 30 ottobre 2010
Buenos Aires
Buenos Aires é una Parigi in cui si mangia italiano e si parla spagnolo. Qui siamo in Europa, l'America Latina é lontana, marginale, periferica. Questo é il centro del mondo, o meglio un ritaglio di mondo antico nel pieno del mondo nuovo.
Dopo mesi di almuerzos nei "ristoranti" piú improbabili, vedere tanta abbondanza di caffé, locali, menu, design é un piccolo shock culturale. Come un vero campagnolo incollo il naso alle vetrine, fisso la gente per strada, mi schiaffeggio per essere sicuro di quello che vedo. La Paz é un ricordo.
Gli argentini sono argentini, quasi tutti li odiano, ma a me piacciono. Mi fa tenerezza la loro retorica molto italiana (si parla per il gusto di sentirsi parlare), il loro senso di superioritá innato, l'accento, le parole che esistono solo qui (laburar invece di trabajar, fiaca invece di pereza, boliche invece di discoteca). La medaglia d'oro per la migliore espressione va alla frase "soy Gardel con una guitara electrica".
Vicino a Plaza de Mayo, la piazza centrale dove le madri dei desaparecidos hanno lottato per decenni contro l'impunitá ed il silenzio, c'é una chiesa che nel frontespizio ha quattro statue. C'é San Francesco in posizione principale e sotto di lui ci sono Dante Alighieri, Giotto e Cristoforo Colombo (!). Ma il cuore dell'italianitá é La Boca, il quartiere costruito dagli immigrati italiani all'inizio del ventesimo secolo.
E' mercoledí, ma non c'é nessuno per strada. Oggi é giorno di censo e - per un'organizzazione assurda - tutto é chiuso per legge. La gente deve stare a casa ad aspettare di essere censita (anch'io, nell'ostello, sono stato debitamente contato). Non c'é un ristorante aperto, non un negozio. Chi - come me - sta girando la cittá, dovrá aspettare le otto di sera per mangiare. La Boca é un quartiere popolare, senza molti fronzoli, e forse per questo molto vero. La Bomboniera, lo stadio del Boca Juniors, é una presenza costrante, anche quando é vuota. Per strada si respira calcio, unica attivitá di questa giornata di paro.
Quando torno verso il centro, la Casa Rosada, il Palazzo Presidenziale, é circondata da polizia. Il bandierone che sventola sul retro é a mezz'asta. E' morto Kirchner, l'ex-Presidente, marito dell'attuale Presidenta. La gente aspetta il turno per entrare nella camera ardente con dei fiori. La strada d'accesso é bloccata al traffico e varie persone stanno camminando verso la piazza. Si forma una coda. C'é un venditore di hot dogs che sta facendo affari. Appare un venditore di bandiere: una bandiera dieci pesos. Arrivano anche venditrici ambulanti di fiori: rose e garofani (Kirchner era peronista-socialista). Le strade laterali sono piene di furgoni di televisioni locali con generatori che fanno un rumore bestiale. I gornalisti si pettinano, si guardano allo specchio, si sistemano la giacca. I cameramen - come sempre - hanno l'ara annoiata di chi ha visto di tutto e non vede l'ora di poter andare a farsi una birra in santa pace.
Il giorno dopo la pìazza deborda di gente. Una fiumana umana si incammina lentamente verso la camera ardente. Ci sono striscioni "fuerza Cristina", un pupazzo gigante con la faccia della Presidenta, cartelli che dicono "Nestor, Evita e Perón juntos en el cielo". Mancano solo il bue e l'asinello. La folla rumoreggia. Partono cori da stadio, sventolano bandiere. Uno schermo gigante mostra le immagini della camera ardente: la gente entra, alcuni urlano frasi di sostegno alla Presidenta, altri fanno dei piccoli discorsi: pugni alzati o mani che mandano baci alla bara.
La sera, nel Puerto Madero, il quartiere chic che ha preso il posto dei vecchi docks del porto, Nestor Kirchner é giá dimenticato. La gente riempie i ristoranti, quintali di carne stanno cuocendo sulla brace (la carne argentina ha ritardato di almeno dieci anni al mia decisione di diventare vegetariano). Dopo cena si beve e dopo ancora si balla. L'Asia Cuba é the place to be. La musica é disco-techno, la pista ci mette un po' a riempirsi, ma quando il DJ mette i grandi classici tutti iniziano a dimenarsi, nel fumo illuminato da luci stroboscopiche. Tutte le discoteche del mondo sono uguali e in tutte c'é la stessa musica. Niente salsa, niente merengue. Questa é Londra non Cali.
Gaucho
Dopo mesi di almuerzos nei "ristoranti" piú improbabili, vedere tanta abbondanza di caffé, locali, menu, design é un piccolo shock culturale. Come un vero campagnolo incollo il naso alle vetrine, fisso la gente per strada, mi schiaffeggio per essere sicuro di quello che vedo. La Paz é un ricordo.
Gli argentini sono argentini, quasi tutti li odiano, ma a me piacciono. Mi fa tenerezza la loro retorica molto italiana (si parla per il gusto di sentirsi parlare), il loro senso di superioritá innato, l'accento, le parole che esistono solo qui (laburar invece di trabajar, fiaca invece di pereza, boliche invece di discoteca). La medaglia d'oro per la migliore espressione va alla frase "soy Gardel con una guitara electrica".
Vicino a Plaza de Mayo, la piazza centrale dove le madri dei desaparecidos hanno lottato per decenni contro l'impunitá ed il silenzio, c'é una chiesa che nel frontespizio ha quattro statue. C'é San Francesco in posizione principale e sotto di lui ci sono Dante Alighieri, Giotto e Cristoforo Colombo (!). Ma il cuore dell'italianitá é La Boca, il quartiere costruito dagli immigrati italiani all'inizio del ventesimo secolo.
E' mercoledí, ma non c'é nessuno per strada. Oggi é giorno di censo e - per un'organizzazione assurda - tutto é chiuso per legge. La gente deve stare a casa ad aspettare di essere censita (anch'io, nell'ostello, sono stato debitamente contato). Non c'é un ristorante aperto, non un negozio. Chi - come me - sta girando la cittá, dovrá aspettare le otto di sera per mangiare. La Boca é un quartiere popolare, senza molti fronzoli, e forse per questo molto vero. La Bomboniera, lo stadio del Boca Juniors, é una presenza costrante, anche quando é vuota. Per strada si respira calcio, unica attivitá di questa giornata di paro.
Quando torno verso il centro, la Casa Rosada, il Palazzo Presidenziale, é circondata da polizia. Il bandierone che sventola sul retro é a mezz'asta. E' morto Kirchner, l'ex-Presidente, marito dell'attuale Presidenta. La gente aspetta il turno per entrare nella camera ardente con dei fiori. La strada d'accesso é bloccata al traffico e varie persone stanno camminando verso la piazza. Si forma una coda. C'é un venditore di hot dogs che sta facendo affari. Appare un venditore di bandiere: una bandiera dieci pesos. Arrivano anche venditrici ambulanti di fiori: rose e garofani (Kirchner era peronista-socialista). Le strade laterali sono piene di furgoni di televisioni locali con generatori che fanno un rumore bestiale. I gornalisti si pettinano, si guardano allo specchio, si sistemano la giacca. I cameramen - come sempre - hanno l'ara annoiata di chi ha visto di tutto e non vede l'ora di poter andare a farsi una birra in santa pace.
Il giorno dopo la pìazza deborda di gente. Una fiumana umana si incammina lentamente verso la camera ardente. Ci sono striscioni "fuerza Cristina", un pupazzo gigante con la faccia della Presidenta, cartelli che dicono "Nestor, Evita e Perón juntos en el cielo". Mancano solo il bue e l'asinello. La folla rumoreggia. Partono cori da stadio, sventolano bandiere. Uno schermo gigante mostra le immagini della camera ardente: la gente entra, alcuni urlano frasi di sostegno alla Presidenta, altri fanno dei piccoli discorsi: pugni alzati o mani che mandano baci alla bara.
La sera, nel Puerto Madero, il quartiere chic che ha preso il posto dei vecchi docks del porto, Nestor Kirchner é giá dimenticato. La gente riempie i ristoranti, quintali di carne stanno cuocendo sulla brace (la carne argentina ha ritardato di almeno dieci anni al mia decisione di diventare vegetariano). Dopo cena si beve e dopo ancora si balla. L'Asia Cuba é the place to be. La musica é disco-techno, la pista ci mette un po' a riempirsi, ma quando il DJ mette i grandi classici tutti iniziano a dimenarsi, nel fumo illuminato da luci stroboscopiche. Tutte le discoteche del mondo sono uguali e in tutte c'é la stessa musica. Niente salsa, niente merengue. Questa é Londra non Cali.
Gaucho
giovedì 28 ottobre 2010
Bus e frontiere
Il viaggio è come lo show: it must go on. Alle sei di pomeriggio sono di fronte ai trasporti La Veloz, che gestisce i traxi che vanno a Bermejo, alla frontiera con l'Argentina. Mentre l'auto segue le curve della strda, il cielo diventa di fuoco e i profili scarni delle montagne si tingono di varie tonalità di blu, mentre i vitigni scorrono ai lati della strada. Si fa buio pesto su una strada senza lampioni. Ogni tanto appare all'improvviso un asino, una mucca, una capra, un cane o delle persone. L'autista impreca contro i padroni degli animali e racconta tutti i suoi aneddoti di incontri ravvicinati con mammiferi suicidi. Poi armeggia per un quarto d'ora con un sacchetto di foglie di coca, selezionando le migliori nel tratto di strada con più curve. In sottofondo c'è una musica locale che parla di mucche, cavalli e donne ed è un misto tra musica llanera colombo-venezuelana e una ranchera messicana. In altre parole una vera schifezza.
Al posto di blocco prima di Bermejo scendo per le formalità doganali. In dodici secondi netti ho il visto d'uscita sul passaporto. Ripartiamo. Quando il taxi si ferma, l'autista mi informa - con faccia innocente - che abbiamo passato da un pezzo la frontiera e che non sapeva che volevo andarci (certo, colleziono visti d'uscita per purto piacere!). Riprendo un altro taxi, con un autista ancora piú autistico del precedente, che semplicemente non ascolta quello che gli dico e tenta di indovinare a caso. Riformulo la domanda in vari modi: "frontiera argentina", "passaggio verso l'Argentina", "il posto da cui partono i bus per Buenos Aires". Il tassista sembra spiazzato da tante varianti e alla fine mi lascia di fronte ad un cartello con scritto "boleteria". Per due bolivianos compro un biglietto che mi permetterà di attraversare un fiume su una barca a motore. Dall'altro lato una baracca con un cartello "migracòn" mi dice che sono in Argentina. Dentro, tre pingui gendarmi che mi ricordano i sottuficiali della mia visita militare (non proprio la memoria più bella della mia vita) stanno guardando una televisione con volume troppo alto, bevendo mate e mangiando empanadas. Ci vuole un po' prima che il più atletico dei tre prenda il mio passaporto e inizi una lotta incruenta ma agguerrita contro il computer. Quindici minuti dopo avrò il mio visto d'entrata.
Ora devo trovare Flecha Bus che dovrebbe portarmi a Buenos Aires in 28 ore più o meno: sono le undici di sera. L'ufficio è illuminato, ma l'uomo un po' rincoglionito che sta guardando la televisione non sa niente. Bisongna aspettare "el muchacho" che è andato a cenare, ma non si sa dove. Dopo una mezz'ora scende da una moto un ragazzotto cicciottello che mi spiega cosa mi aspetta: taxi per Oran (Camus non c'entra), bus da Oran a Guermes (partenza alle 2 arrivo alle 5) e bus da Guermes per Buenos Aires (partenza alle 8.30 arrivo alle 4 del giorno dopo). Evviva!
Il tassista che porta me e il ragazzotto ad Oran sta ascoltando - in omaggio a tutti gli stereotipi - una trasmissione radiofonica dedicata al tango. Ad Oran arriva anche la sorella del muchacho che mi spiega i suoi problemi di salute: ha una valvola cardiaca artificiale, deve prendere anticoagulanti e a causa di un incidente in moto ha una caviglia che sembra un melone. Saliamo sul bus. Alle cinque l'aiuto autista mi sveglia. La stazione di Guermes è mezzo addormentata. Ci sono una decina di persone che stanno aspettando e un ubriaco molto rumoroso che urla cose incomprensibili al tipo della bigliettertia che lo ignora. Mi siedo sull'unica panchina vicino a cui qualcuno ha vomitato di recente. Verso le sei vado in una specie di caffetteria dove ordino un sandwich di lomito (carne, mayonese, uovo fritto) e un mate. La televisione è accesa e guardo la fine della partita del campionato francese di rugby Toulouse - Stade Français, che ha la solita maglietta rosa a motivi floreali e in cui gioca il quasi compaesano Mauro Bergamasco (il fratello Mirko è assente). Per la cronaca vince il XV dello Stade per 22 a 15, nonostante quattro calci piazzati e un drop di Jonny Wilksinson.
Alle otto e mezzo riparto sul bus Tata Rápido. Il facchino che carica il mio zaino vuola una propina e si arrabbia quando non gliela do. L'Argentina sarà anche uno degli stati più sviluppati dell'America Latina, ma è anche l'unico in cui le compagnie di trasporto non pagano i facchini. Il viaggio da Guermes a Buenos Aires è un infinito paesaggio piatto di soli pascoli. Per ore e ore si vedono solo alberi, prati e mucche. Ogni tanto una città immersa nel torpore domenicale, un po' triste e decadente, con molta immondizia lasciata qua e là. La pausa pranzo si fa in un ristorante anni '70: uno stanzone immenso prieno di tavoli e sedie in similpelle. Anche il cibo - cotoletta con purè - sembra sia stato cotto alla stessa epoca. I prezzi, me ne sono già reso conto, sono almeno il doppio o il triplo di quelli boliviani. Il pomeriggio passa in un secondo, con tre film guardati a spezzoni ascoltando la mia musica, con una sensazione di deja vu. A tratti mi sento come in un video musicale: the tormented singer watching the landscape pass by.
Poi verso le nove di sera il miracolo. Dopo mesi di viaggi in bus - molti quelli notturni - avviene il fatto strano, più che altro non sperato: mi addormento. Non è il sonno semicosciente interrotto da luci e rumori, tra una frenata e l'altra. Questo è vero e proprio dormire, per ore, senza memoria alcuna. Mi sveglio alle tre di mattina, felice. Verso le quattro il bus arriva a El Retiro, la stazione di Buenos Aires che sembra un aeroporto: tirata a lucido, caffè aperti 24 ore e anche delle edicole (l'ultima l'ho vista a Rio de Janeiro tre mesi fa) con dei veri giornali patinati. Per quattro dollari prendo un mate e due mini-croissants aspettando di poter arrivare in albergo senza il rischio di farmi tagliare a pezzi dal guardiano di notte. Sono le sei di mattina. Delle uime 85 ore solo 8 le ho passate in un letto .
Sleeper
martedì 26 ottobre 2010
Tappa di trasferimento
Dopo essere diventato un bastonicno Findus a causa dell'altipiano andino, mi sto lentamente scongelando a Tarija, nel sud della Bolivia che - nonostante sia a più di 2000 metri - ha un clima da primavera inoltrata da far venire i brividi (di piacere). Via la giacca a vento, via i maglioni, via ddirittura la felpa: nudi alla meta.
Non solo qui fa caldo, ma sembra di essere in Europa, o meglio in Argentina, che è poi la stessa cosa. Belle donne per strada in vestiti succinti, vino nei bar, prosciutto nei ristoranti e vecchietti che si prendono in giro seduti ai tavolini della piazza centrale bevendo birra. La giornata soleggiata (e l'albergo decente) fanno dimenticare l'ennesima piccola odissea per arrivare qui da La Paz: il bus che parte alle cinque di sera ed arriva alle undici di mattina, la fermata infinita ad Oruro a caricare trenta casse da concerto di un metro e mezzo per un metro (come siano entrate nel bagagliaio ancora non l'ho capito), la fermata alle tre di mattina per svuotare vesciche troppo piene, quella alle quattro per fa salire la mia vicina di sedile (per fortuna molto bassa e non troppo grassa), quella alle otto per rendere il propritario di un bagno pubblico miliardario nel giro di un quarto d'ora, le salite e discese vertiginose per strade sterrate attraversando minuscoli ponti traballanti, il vecchietto sdentato con la bocca piena di foglie di coca che vuole fare conversazione, i paesaggi da film western in cui mancano solo gli indiani e la diligenza, i banchi di nebbia a 4000 metri e - non dimentichiamolo - ore ed ore ininterrotte di orrida cumbia, la musica sudamericana più insopportbile dopo il reggeton.
Nessuno
Non solo qui fa caldo, ma sembra di essere in Europa, o meglio in Argentina, che è poi la stessa cosa. Belle donne per strada in vestiti succinti, vino nei bar, prosciutto nei ristoranti e vecchietti che si prendono in giro seduti ai tavolini della piazza centrale bevendo birra. La giornata soleggiata (e l'albergo decente) fanno dimenticare l'ennesima piccola odissea per arrivare qui da La Paz: il bus che parte alle cinque di sera ed arriva alle undici di mattina, la fermata infinita ad Oruro a caricare trenta casse da concerto di un metro e mezzo per un metro (come siano entrate nel bagagliaio ancora non l'ho capito), la fermata alle tre di mattina per svuotare vesciche troppo piene, quella alle quattro per fa salire la mia vicina di sedile (per fortuna molto bassa e non troppo grassa), quella alle otto per rendere il propritario di un bagno pubblico miliardario nel giro di un quarto d'ora, le salite e discese vertiginose per strade sterrate attraversando minuscoli ponti traballanti, il vecchietto sdentato con la bocca piena di foglie di coca che vuole fare conversazione, i paesaggi da film western in cui mancano solo gli indiani e la diligenza, i banchi di nebbia a 4000 metri e - non dimentichiamolo - ore ed ore ininterrotte di orrida cumbia, la musica sudamericana più insopportbile dopo il reggeton.
Nessuno
sabato 23 ottobre 2010
Quei 198 metri in più
6088 è un numero che può dire poco. Ma per chi non riesce ad evitare di competere con se stesso, 6088 metri vogliono dire un altro record personale. Potevo non accettare la sfida?
Il mio compagno di avventura per la scalata al Huayna Potosi è un pannocchione austriaco che durante tre giorni non riuscirà a dire una cosa divertente e/o interessante. Assieme alla guida arriviamo a 4.700 m al "campo base", nome un po' troppo pomposo visto che ci si arriva in macchina. Per fortuna arrivano altri escursionisti per cui la vita sociale si prospetta piú rosea del previsto. Il pomeriggio è dedicato ad acclimatarsi, fare un giro per il ghiacciaio e giocare un po': con imbrago, corda e picozza facciamo delle prove di scalata su una parete di ghiaccio verticale. Sarà che è da un po' che non arrampico, oppure a causa dell'altitudine, ma il primo tentativo va maluccio. Il mio stile "culo in fuori" è poco efficace e dopo qualche minuto ho le braccia che non si muovono più. Lascio il campo al pannocchione che - con molta fatica - riesce ad arrivare in cima. L'arrivo di altra gente (tra cui ben quattro ragazze) non mi lasciano scelta: bisogna arrivare in cima, costi quel che costi. Mi lego di nuovo e questa volta seguo il consiglio della guida: "cojones contra la pared". Tra varie cadute e scivolate riesco comunque ad arrivare in cima. Le braccia, però, non le sentirò per le prossime tre settimane.
La cena al campo base è, ci mancherebbe altro, molto basica. Attorno alla tavolata si incrociano conversazioni in inglese, francese e spagnolo. L'atmosfera nei rifugi è sempre speciale, permeata di un'attesa leggermente elettrizzante, ma allo steso tempo rilassata. Anche le più banali conversazioni di viaggio (il Perù, il salar di Uyuni, chi è stato al lago Titicaca?) diventano interessanti. Dopo cena dò un'occhiata alla partita di scacchi tra una guida e la figlia della padrona del rifugio, poi mi metto a leggere il libro che ho comprato a Copacabana: "Night" di Elie Wiesel, che parla dell'odissea dell'autore in vari campi di concentramento polacchi. Alla parete del rifugio c'è una carta geografica con le bandiere di tutti i paesi, il loro nome e la loro capitale. C'è una capitale che è cancellata, a proposito. Al posto di Tel Aviv, una mano sconosciuta ha scritto una parola di cui si distinguono solo le ultime lettere "alen". Avrei voglia di prendere una penna e cancellare "Jerusalem" per riscrivere "Tel Aviv", perchè un popolo che ha sofferto tanto dovrebbe avere più rispetto per il dolore degli altri.
La notte si dorme poco e la mattina si fanno degli zaini che sembrano dei grattacieli. Il mio, tra scarponi da ghiacciaio, vestiti, sacco a pelo, acqua e un po' di cibo deve pesare attorno ai venti chili. Lasciamo i 4700 metri per andare al secondo rifugio a 5200, questa volta a piedi. Pensavo che la salita mi avrebbe massacrato, ma invece salgo senza troppi problemi. Si fa una sola pausa, verso 4900, dove due donne vestite in abiti tradizionali, in una casetta di sassi senza tetto, in mezzo a roccie e neve, fanno pagare l'"entrata" alla montagna: un dollaro e mezzo.
Il rifugio "campo alto roca" ha la forma di una chiesetta di montagna. Qualche alpinista appena rientrato dalla cima sta mangiando qualcosa con faccia stravolta. Il rifugio è avvolto dalla nebbia e fa un freddo pungente. Non resta altro da fare che rimanere nel sacco a pelo ad aspettare la cena, mentre lo stanzone in cui si dorme si riempie rapidamente di gente. Quando sarà ora di andare a dormire non rimarrà un centimetro libero sul pavimento e la notte si riempirà di odori e rumori. Nessuno chiuderà occhio.
La sveglia è per mezzanotte. I sacchi a pelo si muovono come grossi vermi per far uscire braccia e gambe. Una ventina di zombie cercano vestiti e attrezzatura nella penombra attraversata dai fasci delle lampade frontali. Dopo venti minuti ho indosso tre paia di pantaloni, cinque strati tra maglie e giacca a vento, due paia di calzini, un imbrago, berretto, casco e guanti. La colazione si mangia in fretta, senza appetito. La mente è altrove. La mente è a 6088 metri.
Quando usciamo, la luna ci accoglie con una luce calda riflessa dalla neve. Orione dorme sonni tranquilli in mezzo al cielo australe. Si montano i cramponi, ci si lega con la corda, si seguono le tracce di chi è partito prima di noi. Si cammina lenti, con passo cadenzato, seguendo il fascio della torcia, la respirazione che segue i movimenti delle gambe. La salita è ripida ma non massacrante, ogni tanto si ha l'energia di guardare le montagne e le stelle. In lontananza si vedono le luci tremolanti di La Paz. Camminiamo per un'ora senza fermarci: due passi, un respiro. Poi la salita si fa più ripida: un passo, un respiro. Passiamo dei crepacci, dei piccoli pezzi più tecnici: picozza, puntare i cramponi, la corda si tende, fiatone. Via via riprendiamo quelli partiti prima di noi. Nessuno sta correndo, solo andando al suo ritmo.
Il pezzo più duro dell'ascesa sono gli ultimi venti minuti, dove la pendenza non perdona. Si vede la cima, è lì vicino, ma le gambe sono di piombo, l'aria non esiste. Respirare, respirare, respirare. Alle cinque e cinquanta siamo in cima. Il sole non è ancora sorto, ci stava aspettando. In pochi minuti l'aria diventa rossa, i profili delle montagne innevate si fanno più nitidi, si riesce a vedere tutto attorno per chilometri: laghi, ghiacciai, vallate. La cima si fa via via meno esclusiva. Non c'è più solo il francese arrogante che ha pagato per farsi portare il suo zaino al secondo rifugio dalla moglie della sua guida. Arrivano gli altri, con le facce pietrificate in una smorfia di fatica e di vittoria. Mancano alla conta solo tre persone, che sono dovute rientrare a causa dell'altitudine o della fatica. Tempo per le foto, per le pacche sulle spalle, poi si scende.
Il sole è alto nel cielo, la luce riflessa dalla neve accecante. Una sensazione di intenso piacere mi pervade. Si scende scivolando e guardando il paesaggio. Dopo poco inizia a fare caldo. Ci si ferma a togliersi uno degli strati a cipolla. Il caldo si fa più intenso, il sole implacabile. Scendere non è più un piacere: caldo, fatica, l'austriaco che cammina lento e la corda che intralcia i passi. In poco tempo la discesa è un vero e proprio calvario. Non si riesce a credere che abbiamo camminato tanto nel buio della notte. I passi si fanno pesanti e la neve si fa pesante, attaccandosi al fondo degli scarponi. Il rifugio appare in fondo alla discesa, ma i minuti che ci separano da lui sembrano interminabili. Quando arriviamo alla fine del giacciaio e ci togliamo corda e cramponi ci sentiamo liberati. Cinquanta metri ci separano dal rifugio, ma sono in salita. Quando riesco a sedermi sulla prima sedia che trovo, il mio corpo si ferma, immobile. Dovrebbe finire di svestirsi, togliere gli scarponi, cambiare la maglietta, ma rimane immobile, alla ricerca di qualche grammo residuo di energia.
Ad ogni salita corrisponde una discesa.
Il mio compagno di avventura per la scalata al Huayna Potosi è un pannocchione austriaco che durante tre giorni non riuscirà a dire una cosa divertente e/o interessante. Assieme alla guida arriviamo a 4.700 m al "campo base", nome un po' troppo pomposo visto che ci si arriva in macchina. Per fortuna arrivano altri escursionisti per cui la vita sociale si prospetta piú rosea del previsto. Il pomeriggio è dedicato ad acclimatarsi, fare un giro per il ghiacciaio e giocare un po': con imbrago, corda e picozza facciamo delle prove di scalata su una parete di ghiaccio verticale. Sarà che è da un po' che non arrampico, oppure a causa dell'altitudine, ma il primo tentativo va maluccio. Il mio stile "culo in fuori" è poco efficace e dopo qualche minuto ho le braccia che non si muovono più. Lascio il campo al pannocchione che - con molta fatica - riesce ad arrivare in cima. L'arrivo di altra gente (tra cui ben quattro ragazze) non mi lasciano scelta: bisogna arrivare in cima, costi quel che costi. Mi lego di nuovo e questa volta seguo il consiglio della guida: "cojones contra la pared". Tra varie cadute e scivolate riesco comunque ad arrivare in cima. Le braccia, però, non le sentirò per le prossime tre settimane.
La cena al campo base è, ci mancherebbe altro, molto basica. Attorno alla tavolata si incrociano conversazioni in inglese, francese e spagnolo. L'atmosfera nei rifugi è sempre speciale, permeata di un'attesa leggermente elettrizzante, ma allo steso tempo rilassata. Anche le più banali conversazioni di viaggio (il Perù, il salar di Uyuni, chi è stato al lago Titicaca?) diventano interessanti. Dopo cena dò un'occhiata alla partita di scacchi tra una guida e la figlia della padrona del rifugio, poi mi metto a leggere il libro che ho comprato a Copacabana: "Night" di Elie Wiesel, che parla dell'odissea dell'autore in vari campi di concentramento polacchi. Alla parete del rifugio c'è una carta geografica con le bandiere di tutti i paesi, il loro nome e la loro capitale. C'è una capitale che è cancellata, a proposito. Al posto di Tel Aviv, una mano sconosciuta ha scritto una parola di cui si distinguono solo le ultime lettere "alen". Avrei voglia di prendere una penna e cancellare "Jerusalem" per riscrivere "Tel Aviv", perchè un popolo che ha sofferto tanto dovrebbe avere più rispetto per il dolore degli altri.
La notte si dorme poco e la mattina si fanno degli zaini che sembrano dei grattacieli. Il mio, tra scarponi da ghiacciaio, vestiti, sacco a pelo, acqua e un po' di cibo deve pesare attorno ai venti chili. Lasciamo i 4700 metri per andare al secondo rifugio a 5200, questa volta a piedi. Pensavo che la salita mi avrebbe massacrato, ma invece salgo senza troppi problemi. Si fa una sola pausa, verso 4900, dove due donne vestite in abiti tradizionali, in una casetta di sassi senza tetto, in mezzo a roccie e neve, fanno pagare l'"entrata" alla montagna: un dollaro e mezzo.
Il rifugio "campo alto roca" ha la forma di una chiesetta di montagna. Qualche alpinista appena rientrato dalla cima sta mangiando qualcosa con faccia stravolta. Il rifugio è avvolto dalla nebbia e fa un freddo pungente. Non resta altro da fare che rimanere nel sacco a pelo ad aspettare la cena, mentre lo stanzone in cui si dorme si riempie rapidamente di gente. Quando sarà ora di andare a dormire non rimarrà un centimetro libero sul pavimento e la notte si riempirà di odori e rumori. Nessuno chiuderà occhio.
La sveglia è per mezzanotte. I sacchi a pelo si muovono come grossi vermi per far uscire braccia e gambe. Una ventina di zombie cercano vestiti e attrezzatura nella penombra attraversata dai fasci delle lampade frontali. Dopo venti minuti ho indosso tre paia di pantaloni, cinque strati tra maglie e giacca a vento, due paia di calzini, un imbrago, berretto, casco e guanti. La colazione si mangia in fretta, senza appetito. La mente è altrove. La mente è a 6088 metri.
Quando usciamo, la luna ci accoglie con una luce calda riflessa dalla neve. Orione dorme sonni tranquilli in mezzo al cielo australe. Si montano i cramponi, ci si lega con la corda, si seguono le tracce di chi è partito prima di noi. Si cammina lenti, con passo cadenzato, seguendo il fascio della torcia, la respirazione che segue i movimenti delle gambe. La salita è ripida ma non massacrante, ogni tanto si ha l'energia di guardare le montagne e le stelle. In lontananza si vedono le luci tremolanti di La Paz. Camminiamo per un'ora senza fermarci: due passi, un respiro. Poi la salita si fa più ripida: un passo, un respiro. Passiamo dei crepacci, dei piccoli pezzi più tecnici: picozza, puntare i cramponi, la corda si tende, fiatone. Via via riprendiamo quelli partiti prima di noi. Nessuno sta correndo, solo andando al suo ritmo.
Il pezzo più duro dell'ascesa sono gli ultimi venti minuti, dove la pendenza non perdona. Si vede la cima, è lì vicino, ma le gambe sono di piombo, l'aria non esiste. Respirare, respirare, respirare. Alle cinque e cinquanta siamo in cima. Il sole non è ancora sorto, ci stava aspettando. In pochi minuti l'aria diventa rossa, i profili delle montagne innevate si fanno più nitidi, si riesce a vedere tutto attorno per chilometri: laghi, ghiacciai, vallate. La cima si fa via via meno esclusiva. Non c'è più solo il francese arrogante che ha pagato per farsi portare il suo zaino al secondo rifugio dalla moglie della sua guida. Arrivano gli altri, con le facce pietrificate in una smorfia di fatica e di vittoria. Mancano alla conta solo tre persone, che sono dovute rientrare a causa dell'altitudine o della fatica. Tempo per le foto, per le pacche sulle spalle, poi si scende.
Il sole è alto nel cielo, la luce riflessa dalla neve accecante. Una sensazione di intenso piacere mi pervade. Si scende scivolando e guardando il paesaggio. Dopo poco inizia a fare caldo. Ci si ferma a togliersi uno degli strati a cipolla. Il caldo si fa più intenso, il sole implacabile. Scendere non è più un piacere: caldo, fatica, l'austriaco che cammina lento e la corda che intralcia i passi. In poco tempo la discesa è un vero e proprio calvario. Non si riesce a credere che abbiamo camminato tanto nel buio della notte. I passi si fanno pesanti e la neve si fa pesante, attaccandosi al fondo degli scarponi. Il rifugio appare in fondo alla discesa, ma i minuti che ci separano da lui sembrano interminabili. Quando arriviamo alla fine del giacciaio e ci togliamo corda e cramponi ci sentiamo liberati. Cinquanta metri ci separano dal rifugio, ma sono in salita. Quando riesco a sedermi sulla prima sedia che trovo, il mio corpo si ferma, immobile. Dovrebbe finire di svestirsi, togliere gli scarponi, cambiare la maglietta, ma rimane immobile, alla ricerca di qualche grammo residuo di energia.
Ad ogni salita corrisponde una discesa.
giovedì 21 ottobre 2010
Nella vallata della pace
Il colpo d'occhio di La Paz, arrivando in bus, è da far perdere il respiro, e non solo per i 3.600 metri che ne fanno la capitale più alta del mondo.I versanti della vallata sono letteralmente ricoperti da una moquette di costruzioni di mattoni grezzi (l'intonaco non è di moda in Bolivia), che non lasciano neanche uno spazio libero: non un albero, non un'aiuola. In confronto, le costruzioni abusive sui fianchi del Vesuvio appaiono come delle ville venete.
A prima vista La Paz sembra una specie di inferno su terra. Non é cosí. Nella realtà è molto accogliente e gentile con i nuovi arrivati. Non è bella, ma la gente per le strade che vende di tutto a tutte le ore, le migliaia di minibus che percorrono le stradine in salita sgasando e strombazzando, il sole che appare e scompare come una star di Hollywood cambiando il paesaggio (e la temperatura) in un microsecondo, i mercati strapieni di gente, tutte queste cose assieme la rendono unica.
Il cinema ¨16 di luglio¨ è un immensa sala da duemila posti, con le pareti ed il soffitto ricoperti da centinaia di cartoni porta-uova. Alla sessione delle nove e mezza, a vedere il film argentino "Aparecidos" che mischia horror psicologico alla dittatura degli anni 80 (sorpendentemente riuscito) non c'è nessuno. La gente, il sabato sera, cammina per le strade. Tra mezzanotte e l'una inizia ad entrare nei locali: c'è il Mongo's, quello fighetto che riesce a mala pena nell'intento, il Traffic con la musica house dove c'è solo qualche gringo che fuma sigarette non-stop, il Mama Diablo che fa musica latina dal vivo dove il buttafuori non fa entrare un ubriaco troppo vivace ed il Target Urbano, il locale alternativo dove un gruppo rock scopiazza i Cranberries in versione locale. Ma la stragrande maggioranza delle persone, il sabato sera, si dedica alla Paceña, la birra nazionale. Le strade di La Paz si trasformano in orinatoi pubblici e in dormitori a cielo aperto per chi non riesce ad arrivare a casa in tempo. Se ci si sveglia presto la mattina, li si ritrova ancora lì, addormentati per terra, con posture da cadaveri colpiti da un fulmine. Come resistano al freddo della notte resta un mistero.
Il biglietto per vedere il gruppo andino che si definisce "fuerza tellurica de los andes" costa un dollaro e mezzo. Quello più caro ne costa tre. Il gruppo non si risparmia e - per più di due ore - suona senza pause melodie andine rivisitate, con gruppi folklorici che ballano sul palco con vestiti multicolori. Non è uno spettacolino kitch per turisti (gringos in giro non ce ne sono). Il teatro è pieno di paceños che battono le mani a ritmo e applaudono con più foga ogni volta che uno dei musicisti fa un cenno. Qui la musica tradizionale è la vera musica, ascoltata, ballata, suonata praticamente da tutti.
La domernica mattina si fa il bis. Sulla strada principale di La Paz c'è gente seduta sui muretti e venditori ambulanti che fanno affari. Passa una banda seguita da un gruppo di danze popolari. Gli uomini indossano enormi maschere che rappresentano spiriti maligni, le donne larghe gonne colorate. Nè la banda nè i ballerini vanno molto a tempo, ma la perfezione non è caratteristica boliviana. I ballerini bevono birra e mangiano degli snack tra una giravolta e l'altra. Passa il primo gruppo, poi un secondo, un'altra banda ed un terzo. I vestiti includono elementi tradizionali ad altri visibilmente importati: a splendidi tessuti artigianali si mischiano cravatte, cappelli a bombetta, stivali con la zeppa in stile travestito e minigonne vertiginose. La tradizione non é un concetto statico, ma evolve con il tempo.
Illimani
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