mercoledì 14 luglio 2010

L'asse del caffe'

L'eje cafetero e' il paradiso della caffeina. In altura, su pendici collinari si produce il miglior caffe' del mondo (anche Illy lo compra qui). I campi di caffe' ricoprono l'intero panorama fino ai cucuzzoli piu' alti. Mi ricorda un po' il Ruanda, dove invece del caffe' si coltivano banane o patate, oppure la zona attorno a Valdobbiadene, coperta di vigne.
Salento e' un paese normalmente tranquillo, oggi preso d'assalto da turisti della domenica. Oggi e' un lunedi' "de puente" (in Colombia quando una delle molte festivita' cade in mezzo alla settimana viene spostata automaticamente al lunedi') e le famiglie escono dalle citta' per andare a cercare un po' di verde o qualche souvenir kitch da mettere in salotto. Causa poco tempo, non riesco a rimanere a Salento abbastanza tempo per esplorare le montagne attorno. Ci passo una sola notte immerso in un classico ambiente "backpacker": dormitorio, cena comunitaria, musica suonata sapientemente da due musico-viaggiatori, camino acceso e conversazioni di viaggi in lingue diverse. C'e' una ragazza messicana in viaggio da quattro anni, uno spagnolo (pardon catalan) partito un anno fa dal Giappone, l'Americana non piu' giovanissima in vena di pensieri filosofici piuttosto banali, la timida coppia di scandinavi che va a letto presto e il tipo un po' coglione che ha bevuto troppo e che si dimena accompagnamdo la musica facendo finta di suonare la chitarra.
Travellers

sabato 10 luglio 2010

La citta' di Pablo Escobar

Per essere la capitale mondiale del narcotraffico, Medellin e' una citta' stranamente ordinata. La metropolitana e' piu' pulita di una sala operatoria e girare per strada e' semplice. La citta' e' bruttarela, a parte la piazza di fronte al bel museo nazionale che e' adornata di statue bronzee di Botero.
E' domenica. Le famiglie si assiepano attorno ad una statua raffigurante un gatto (titolo "gato") o un cane (titolo "perro"). Donne che assomigliano all'omino Michelin, vestite con body superattillati che lasciano poco spazio all'immaginazione si fanno fotografare in posa di fronte alla statua "mujer" che sembra il loro ritratto. I bambini salgono sui piedistalli e si aggrappano a piedi e mani delle statue. Uno e' particolarmente attratto dal pene di una statua di centurione romano che e' stato toccato cosi' tante volte da essere lucidissimo. Se Botero voleva - come credo - rendere la sua arte viva e ludica, ci e' riuscito alla perfezione.
A Medellin ho preso un'ovovia marca Poma ad otto posti. E' la prima volta che salgo su un'ovovia senza sci e nel mezzo di un'area urbana, sorvolando tetti e cortili. L'ovovia si chiama Metrocable ed e' un'estensione del metro che taglia la citta' da nord a sud. Meta' della gente che sale con me sta tornando a casa, mentre l'altra meta' sono persone che si fanno un giro turistico.
A Medellin ho ritrovato Carlos, il mio assistente di cinque anni fa. Anche a lui, come a me, l'anno passato a Saravena ha lasciato ricordi indelebili: guadare fiumi con la jeep, l'evacuazione di un ferito per mina o aprire i cancelli di legno tra una proprieta' terriera e l'altra con la paura che potesse innescare una bomba (e' notizia di oggi nel giornale El Tiempo di due bambini feriti da un'esplosione nell'area in cui lavoravamo).
Mentre Carlos mi riaccompagna in albergo dopo cena, un taxi ci taglia la strada. Carlos non reagisce minimamente, un po' perche' e' una persona paziente, un po' perche' i sicari hanno l'abitudine di girare in taxi per farsi notare meno. Sempre meglio non fare incazzare un tassista, non si sa mai...
Hombre

Bogota

Nel mio fulmineo passaggio per Bogota ho solo avuto il tempo di cenare nel quartiere della Candelaria con Hsirley (pronuncia "shirley"; i suoi si sono sbagliati all'anagrafe). Hsirley e' un'ex collega assieme a cui ho organizzato vaccinazioni per centinaia di bambini nella zona rurale dove i servizi dell'ospedale non arrivavano per problemidi sicurezza. Hsirely e' infermiera. Per almeno due ragioni e' il prototipo della colombianita': la prima e' che passa tutto il suo tempo libero - quasi senza eccezioni - a studiare. Si e' specializzata, masterizzata, ha seguito mille corsi in salute pubblica, continuando a lavorare, tutto questo per "capacitarse" il piu' possibile. La seconda e' che ha due sorelle e un fratello, tutti di padri diversi. In Colombia tanto la fedelta' quanto la monogamia sono concetti molto relativi.
Ho lasciato Bogota la mattina per nove ore di bus, direzione Medellin. La strada e' una continua serpentina che si abbarbica per montagne. Sale e scende tra boschi, fiumi, campi, prati. Praticamente non c'e' un solo tratto piatto e rettilineo. Ad una fermata, due uomini con in mano un cesto di mango fanno a gara a chi corre piu' veloce per salire per primo sul bus. In altri paesi dell'America Latina i venditori ambulanti si mettono d'accordo per dividersi il mercato ed evitare fatiche inutili. In Colombia no, la competizione prevale e la polarizzazione ne diventa presto una conseguenza inevitabile. Forse questa e' una delle spiegazioni delle tragiche faide tra Conservatori e Liberali tra ottocento e novecento e in seguyito tra gruppi armati "di sinistra" (guerriglia) e "di destra" (paramilitari), nonche' tra i cartelli di Cali e di Medellin. In qualche modo bisogna sempre scegliere se essere guelfi o ghibellini.
Cio' che sorprende e' che tutte queste contrapposizioni non lasciano alcun segno nel comportamento quotidiano delle persone e la loro naturale gentilezza e cortesia. La Colombia e' statisticamente uno degli stati piu' violenti al mondo, eppure e' praticamente impossibile che qualcuno ti insulti o che ti tratti male e per di piu' le volgarita' sono quasi assenti dal linguaggio comune. La coesistenza tra l'estremo calore umano che si vive ogni giorno e la violenza piu' barbara di cui sono piene le cronache e' un tipico mistero colombiano.
Le rouge et le noir

giovedì 8 luglio 2010

Calciando verso la capitale

A San Gil, sulle dolci montagne tra Bucaramanga e Bogota, la guerra e' lontana anni luce. Qui vengono i cittadini a respirare aria pura nei week end. A mezz'oretta di bus c'e' Barichara dove ci si aspetta di veder passare da un momento all'altro Clint Eastwood (in versione attore) con il suo cappello da cow boy e l'espressione corrucciata(l'altra espressione che sa fare e' "lo sguardo intenso"). Tutto il paese sembra un set Hollywoodiano ed effettivamente stanno girando un film in costume: cavalli, carri, donne con vestiti lunghi e uomini in uniforme. Le stradine a scacchiera, le case bianche e le chiese con i tetti di legno e calce sembrano quasi finti.
Il viaggio per Bogota' comincia il giorno dopo su una buseta che parte quando e' piena. Dopo mezz'ora la prima coda di macchine bloccate da tre autogru che stanno tentando di sollevare un bus finito in una scarpata la notte prima. Il viaggio sembra interminabile e l'autista si ferma due ore dopo la partenza "per fare colazione". La cosa sembra strana, ma quando vedo giocatori in maglia blu (Brasile) e maglia arancione (Olanda), il mistero e' spiegato. Il mondiale riesce a cambiare anche gli orari dei bus. Il risultato e' ormai storia, per il disappunto di tutti i presenti tranne me (l'Olanda mi sta simpatica).
Il bus arriva alla Terminal giusto in tempo per vedere un gruppo di persone urlare e contorcersi in tutte le direzioni. La massa di gente nasconde uno schermo verde che rimanda immagini di un giocatore con maglia bianca e blu che para un tiro con la mano. Il giocatore non e' un portiere e viene espulso. Riesco a capire che siamo all'ultimo minuto del secondo tempo supplementare. Se il Gana segna passa in semifinale. Il giocatore con il numero 3 prende il pallone, guarda il portiere. Deve pensare troppo prima di tirare il rigore. Deve pensare che sarebbe la prima volta che porta una squadra africana alle semifinali, deve pensare che il portiere forse ha indovinato dove tira, oppure alla disperazione di milioni di persone se dovesse tirarlo fuori. Il pallone parte dal suo piede e sfiora la traversa, poi vola verso il cielo.
Guardo i rigori tra Gana e Uruguay mangiando pollo arrosto (l'unico modo per penetrare la calca di uomini vocianti che assiepa il ristorante con televisione). Una coppia di anziani e' seduta sotto la televisione e guarda in direzione della massa di gente che commenta ogni gesto dei giocatori: "este se esta cagando" oppure "mira que tiene miedo" o ancora "esta la va a poner hijo 'e puta". L'Uruguay vince, il Gana perde. La gente esulta come se avesse vinto la Colombia poi in tre secondi il posto si svuota. Rimango solo io, la mia coscia di pollo e la coppia di anziani che non ha cambiato espressione (sospetto siano statue di cera).
Roby Baggio

mercoledì 7 luglio 2010

Verso San Gil

Sedie a dondolo, un patio nella penombra, gente seduta in strada, ragazzini che si fanno trasportare dalla corrente del fiume, porte e finestre aperte sulla via, biciclette e motorini, la piazza con gente seduta ai tavolini in attesa di mangiare ai baracchini bevendo succhi di frutta fresca appena fatti. Mompox e' stata una fiorente citta' commerciale per il trasporto fluviale dal porto di Cartagena verso l'interno della colonia. Di quell'epoca sono le case e le chiese colorate. Poi la via commerciale cambio' e Mompox torno' ad essere un tranquillo paese dove non ci sono rumori (solo note di vallenato) e dove le case sono case e non si sono ancora trasformate in negozi di souvenirs, ristoranti o sale d'esposizione. Mompox e' cosi' bella e prepotentemente autentica che ci si commuove camminando per le sue strade.
La lascio su un pullmino che fa il giro di mezzo paese (e delle campagne limitrofe) per imbarcare passeggeri. Per passare un ramo del rio Magdalena si prende una chiatta trainata da una barca che ha qualche problema di propulsione e rischia di essere trascinata via dal fiume.
In un posto molto anonimo chiamato el Banco prendo un bus extralusso per Bucaramanga per un viaggio che dovrebbe durare sei ore e invece ne dura otto (tra pezzi di strada sterrata, lavori in corso e problemi meccanici) cosi' divise: 3 ore di salsa, 4 ore di vallenato (molto apprezzato dai passeggeri che a piu' riprese cantavano tutti in coro i ritornelli) e 1 ora di merengue e reggaeton.
In viaggio dalle sei di mattina, decido di fare un ultimo sforzo prendendo il bus che da Bucaramanga (la citta' in cui facevo parapendio) mi porta a San Gil. Cala la notte, la strada si fa tortuosa e l'autista sembra non usare mai i freni. Un uomo si alza dal suo posto con una bambina in braccio. Dice di essere stato minacciato da un grupo armato e sta scappando verso una citta' piu' sicura assieme alla sua famiglia. Chiede un po' di soldi per dar da mangiare a sua figlia.
Quando lavoravo a Saravena ho pagato decine du biglietti a famiglie che scappavano da una minaccia spesso molto concreta, se non gia' compiuta. Dovevo studiare la via d'uscita per essere sicuro che passassero da una strada non controllata dal gruppo in questione. Ne ho mandati molti per Bucaramanga verso Bogota', esattamente nello stesso bus in cui sono ora.
Catarsi

domenica 4 luglio 2010

Adios Cartagena

Quando all'alba del terzo giorno lascio Cartagena, mi sembra di essere Jim Carrey nel film "The Truman Show", quando i personaggi - attori del reality show di cui e' ignaro protagonista - lo salutano ogni mattina con enormi sorrisi dicendo "buona mattina, e se non ci vediamo, buon pomeriggio e buonasera!". Il tassista sembra proprio contento della sua vita e mi interroga in uno slang costeño incomprensibile sulle meraviglie dell'Italia e sulla ragione di una tanto precoce uscita dal mondiale. La conclusione di tutta la discussione e' l'inevitabile "no hay mujeres mas lindas que las colombianas". Anche la signora che mi vende il biglietto del bus e' contenta di vedermi e nei pochi secondi necessari alla transazione e' come se fossimo amici da una vita. Infine, la donna che gestisce i bagni della stazione dei bus mi regala anche lei uno splendido sorriso e mi chiede - come se la cosa non fosse palese - "en que puedo ayudarla?"
La Colombia e' il peggiore incubo per i solitari inveterati. E' assolutamente impossibile evitare di parlare agli altri, perche' sono inevitabilmente loro a parlare a te. Durante il tragitto da Cartagena a Mompox, durante la lunga attesa per il ferry che ci fara' attraversare l'imponente rio Magdalena ingrossato dalle ultime piogge e su cui passano erbe acquatiche come fossero isole verdi, vengo "rimorchiato" da due ragazzi (si parla di calcio). Poi e' il turno di una signora e di sua figlia (turismo), poi di un impiegato del ferry (trasporti interurbani e trasporto fluviale di combustibile - a sua discolpa conversazione iniziata da me). A Mompox vengo accalappiato da due borrachos molto imbevuti di aguardiente, un liquore a base d'anice, che mi spiegano con grande enfasi che il calcio e' stato inventato in Olanda, ma che il Brasile vincera' la coppa del mondo, anzi l'ha gia' vinta. Sempre a Mompox, mentre faccio la fila al bancomat mi parlano in tre: una ragazza (interessata al tema "le donne italiane"), un ragazzo (comparazione tra Italia e Colombia) e un signore (bellezza di Mompox e aspetti negativi di Cartagena).
Se a inizio giornata mi sono sentito in un film, a sera mi sembra di essere in un libro. Mompox e' la citta' in cui e' ambientata "Cronaca di una morte annunciata". Le sue incredibili case coloniali, dimenticate sulla sponda di un fiume che scorre indifferente, non potevano che ispirare una storia decadente: fin dal titolo si capisce come andra' a finire. Per quanto trovi Garcia Marquez geniale, piu' conosco la Colombia e piu' capisco che invece di un inventore di sogni e' stato un sagace osservatore di una realta' intrinsecamente onirica e teneramente surreale.
Macondo

giovedì 1 luglio 2010

La india bonita

Sono tornato a casa. Dopo cinque anni d'assenza, quasi per caso, sono tornato in Colombia, il posto in cui ho vissuto i dodici mesi piu' lunghi, difficili, estenuanti, intensi e drammatici della mia vita: la guerra, gli sfollati, il caldo, le strade sfasciate, la musica llanera, la zuppa di maiale per colazione, le famiglie dei desaparecidos e quelle dei sequestrati. Ho vissuto per un anno come se fosse l'ultimo, lavorando come un mulo, percorrendo le campagne, incontrando gente di tutti i tipi: militari, guerriglieri, medici, paramilitari, defensores del pueblo. Una fatica tremenda per risultati che sembrano sconfitte, come poter dire ad una madre che suo figlio e' morto, non e' piu' il caso di aspettare il suo ritorno.
La Colombia non ti lascia mai, ti entra sotto pelle, rimane con te anche quando non ci sei, anche quando vivi altrove. Quando ci torni e' come mangiare un pasto caldo dopo aver sofferto il freddo. E' un posto che piace anche quando e' brutto, una magia inspiegabile.
Ho ritrovato Cartagena piu' bella di quando l'avevo lasciata. Non so se sia stato un lifting o il fatto che ora riesco ad apprezzarla da turista vero e non da umanitario in burn out che viene a ricaricare le batterie tra una fase di superlavoro e l'altra. Adesso passeggiare per le strade tra stupende case coloniali e' piu' leggero, anche se i ricordi si accastellano in successione, uno dopo l'altro.
Per sfuggire alla melancolia ho deciso di fare il turista piu' turista che c'e', prendendo un tour organizzato per andare in un posto che avrei potuto raggiungere da solo: il vulcano Totumo. Invece dei 3800 metri del Cerro Ciripo', il vulcano Totumo ne misura 28. Non e' formato di roccia vulcanica ma e' solo un cono di fango. In cima c'e' una piccola pozza di 3 metri per 3 piena di fango densissimo. Fa un po' schifo entrarci, ma una volta dentro non si vuole piu' uscire, e' come fare il bagno nello yogurt ed e' impossibile andare a fondo.
A Cartagena ho ritrovato la musica colombiana, ho riascoltato le canzoni del mio ipod in un paio di sortite notturne con una compagna d'ostello canadese anche lei patita di salsa e merengue. A parte qualche persona di troppo che offre cocaina come se fossero caramelle, non c'e' niente di piu' bello di bere una birra al secondo piano di un bar che da' sulla strada e vedere la gente passeggiare di sotto, tra una giravolta e l'altra.
Turista ex-umanitario