giovedì 21 ottobre 2010

Nella vallata della pace

Il colpo d'occhio di La Paz, arrivando in bus, è da far perdere il respiro, e non solo per i 3.600 metri che ne fanno la capitale più alta del mondo.I versanti della vallata sono letteralmente ricoperti da una moquette di costruzioni di mattoni grezzi (l'intonaco non è di moda in Bolivia), che non lasciano neanche uno spazio libero: non un albero, non un'aiuola. In confronto, le costruzioni abusive sui fianchi del Vesuvio appaiono come delle ville venete.
A prima vista La Paz sembra una specie di inferno su terra. Non é cosí. Nella realtà è molto accogliente e gentile con i nuovi arrivati. Non è bella, ma la gente per le strade che vende di tutto a tutte le ore, le migliaia di minibus che percorrono le stradine in salita sgasando e strombazzando, il sole che appare e scompare come una star di Hollywood cambiando il paesaggio (e la temperatura) in un microsecondo, i mercati strapieni di gente, tutte queste cose assieme la rendono unica.
Il cinema ¨16 di luglio¨ è un immensa sala da duemila posti, con le pareti ed il soffitto ricoperti da centinaia di cartoni porta-uova. Alla sessione delle nove e mezza, a vedere il film argentino "Aparecidos" che mischia horror psicologico alla dittatura degli anni 80 (sorpendentemente riuscito) non c'è nessuno. La gente, il sabato sera, cammina per le strade. Tra mezzanotte e l'una inizia ad entrare nei locali: c'è il Mongo's, quello fighetto che riesce a mala pena nell'intento, il Traffic con la musica house dove c'è solo qualche gringo che fuma sigarette non-stop, il Mama Diablo che fa musica latina dal vivo dove il buttafuori non fa entrare un ubriaco troppo vivace ed il Target Urbano, il locale alternativo dove un gruppo rock scopiazza i Cranberries in versione locale. Ma la stragrande maggioranza delle persone, il sabato sera, si dedica alla Paceña, la birra nazionale. Le strade di La Paz si trasformano in orinatoi pubblici e in dormitori a cielo aperto per chi non riesce ad arrivare a casa in tempo. Se ci si sveglia presto la mattina, li si ritrova ancora lì, addormentati per terra, con posture da cadaveri colpiti da un fulmine. Come resistano al freddo della notte resta un mistero.
Il biglietto per vedere il gruppo andino che si definisce "fuerza tellurica de los andes" costa un dollaro e mezzo. Quello più caro ne costa tre. Il gruppo non si risparmia e - per più di due ore - suona senza pause melodie andine rivisitate, con gruppi folklorici che ballano sul palco con vestiti multicolori. Non è uno spettacolino kitch per turisti (gringos in giro non ce ne sono). Il teatro è pieno di paceños che battono le mani a ritmo e applaudono con più foga ogni volta che uno dei musicisti fa un cenno. Qui la musica tradizionale è la vera musica, ascoltata, ballata, suonata praticamente da tutti.  
La domernica mattina si fa il bis. Sulla strada principale di La Paz c'è gente seduta sui muretti e venditori ambulanti che fanno affari. Passa una banda seguita da un gruppo di danze popolari. Gli uomini indossano enormi maschere che rappresentano spiriti maligni, le donne larghe gonne colorate. Nè la banda nè i ballerini vanno molto a tempo, ma la perfezione non è caratteristica boliviana. I ballerini bevono birra e mangiano degli snack tra una giravolta e l'altra. Passa il primo gruppo, poi un secondo, un'altra banda ed un terzo. I vestiti includono elementi tradizionali ad altri visibilmente importati: a splendidi tessuti artigianali si mischiano cravatte, cappelli a bombetta, stivali con la zeppa in stile travestito e minigonne vertiginose. La tradizione non é un concetto statico, ma evolve con il tempo.
Illimani

domenica 17 ottobre 2010

Il lago di Dio

Dio è nato sull'isola del Sole nel lago Titicaca. Il suo nome è Viracocha e - secondo gli Inca - ha creato il mondo. Non è chiaro come sia potuto nascere da un posto che avrebbe dovuto creare dopo la sua nascita, ma è meglio non cercare il pelo nell'uovo. Sia come sia, il lago Titicaca, con la sua luce accecante, l'acqua blu scuro, i contorni di montagne innevate, la sua aria rarefatta e sempre pungente emana una sensazione di intensa spiritualità che non lascia indifferente nanche uno scettico e un ateo inveterato come me. Il posto è speciale, punto. Sia che uno cammini per le rive brulle e cosparse di piccoli campi terrazzati dove in questo momento i contadini stanno arando con i buoi e seminando a mano, oppure che lo si attraversi su una barca a motore lentissima, non si sa da che parte guardare. Le montagne che entrano nell'acqua disegnano curve su tutto l'orizzonte, il cielo ti avvolge, l'acqua rifrange i raggi del sole.
Titicaca è la distorsione spagnola di Titikarka, ovvero roccia del giaguaro, divinità adorata da popolazioni preincaiche, che vedevano in una roccia dell'isola più grande il profilo di un gatto (ci vuole un po' di immaginazione, ma più o meno...). Poi arrivarono gli inca con un dio molto più potente: il sole. Infine arrivarono gli spagnoli che si rubarono tutto l'oro dei templi e dimostrarono con i fatti qual era il dio più potente di tutti. Nonostante siano passati più di 500 anni dal "ravvedimento" dei popoli indigeni, il lago Titicaca rimane meta di pellegrinaggi. L'isola del sole è il pellegrinaggio obbligato di tutti i turisti che passano di qua, mentre la Vergine di Copacabana è la meta di pellegrinaggio per i fedeli che vengono a chiedere la grazia, accendendo una candela in una cappella semibuia e con il tetto che fa acqua, mentre la chiesa del seicento lì a fianco è totalmente snobbata.
Inti

mercoledì 13 ottobre 2010

Bolivia en passant

La Bolivia è una delle patrie nascoste e insospettabili degli scacchi. Non ha prodotto Grandi Maestri, nè organizza tornei internazionali. In compenso la gente gioca. A Coricoro, un paesino a tre ore da La Paz, sulla piazza principale, il sabato mattina, c'è un torneo. Ci sono i juniors che giocano seduti su delle panche e gli adulti che hanno diritto ad un tavolino di metallo e a delle sedie. Una signora con in mano un foglio e una penna annota nomi e risultati di grandi e piccini. Come ogni gruppo di scacchisti che si rispetti, anche qui c'è un'amalgama di zoppi, ciechi, sordi, asociali cronici e pazzi di ogni tipo. Noi scacchisti siamo il gruppo di "diversamente abili" più ammirato al mondo. Anche qui passanti e curiosi si fermano ad osservare con sguardi strabiliati il muoversi dei pezzi, cavalli che mangiano alfieri, regine che danno scacco, il mistero dell'arrocco, i tic incontrollati dei giocatori, nascondendo a mala pena un leggero senso d'inferiorità. Se capissero qualcosa di scacchi si renderebbero conto che più che arte si tratta di piccolo artigianato, più che intelligenza matematica c'è furbizia. Mi viene in mente il circolo scacchistico Giorgione, in cui mi sono fatto massacrare per anni dal signor Conz, talento incompreso degli scacchi che - lamentandosi della moglie e degli acciacchi dell'età - cercava di farti scacco matto con una ferocia inaudita e con tatticismi degni di Tal.
Non posso trattenermi dal rimanere a guardare la gente giocare, finché non vengo invitato a sedermi anch'io. La signora con in mano il foglio mi recluta al volo perchè Raùl è scomparso ed hanno bisogno di un giocatore. Mi mette a giocare con un signore con una grossa stampella che cade immediatamente in un piccolo tranello d'apertura (1. e4 e5; 2. Cf3 Cf6; 3. Cxe5 Cxe4 (?); De2 Cf6 (??)) e mi regala la regina dopo quattro mosse. In nome di Raùl vinco la partita. I passanti guardano ammirati il gringo vincente, mentre l'instancabile signora recluta un altro giocatore per una partita amichevole. Si chiama Roberto, è calabrese e vive qui da abbastanza tempo da non riuscire più a distinguere l'italiano dallo spagnolo. Roberto parla poco e non gioca male, ma lascia in presa un cavallo. Quando vinco mi spiega che avrei potuto vincere prima prendendo un pedone en passant. E' un classico degli scacchi - e forse della vita - vedere le mosse degli altri e non le proprie.
Fuori dalla piazza di Coricoro c'è calma. Le stradine di acciottolato si trasformano in piccoli campi da calcio in pendenza per bambini con buoni polmoni (in questi casi è sempre meglio giocare dall'alto verso il basso). Salendo verso la montagna le case si diradano. la strada diventa sentiero, gli edifici arbusti. Si attraversano dei campi rubati alla montagna in cui donne ricurve zappano la terra. Le piantine sono piccole ed hanno delle foglie piccole e molto verdi. Le piantine sono di coca e servono - almeno ufficialmente - a produrre foglie di coca da masticare, attività tradizionale di praticamente tutti i boliviani, in particolare i minatori, muratori e chiunque faccia fatica. Il motto è coca sì, cocaina no. I narcotrafficanti ringraziano.
Kasparov

domenica 10 ottobre 2010

Sogni di sale

Il giro per il salar de Uyuni inizia con un'esperienza musicale surreale: la versione disco di "Voglio vederti danzare" di Battiato (secondo Wikipedia, la versione fu presentata nel 2003 al Festivalbar!). La musica è di Elois, l'autista della Land Cruiser Toyota un po' scassata di cui si aprono due porte su quattro. Sullo stesso CD c'è anche una versione de l'"Italiano" di Toto Cutugno e una serie di altre canzoni orride. Essendo l'unico CD in macchina, passerà in circolo senza interruzione per tre giorni.
La macchina lascia Uyuni, un posto in cui l'unica attrattiva è un cimitero di vecchie locomotive a vapore utilizzate il secolo scorso sull'unico binario - ancora in funzione - che collega la Bolivia al Cile passando per le Ande. Poco lontano da Uyuni inizia uno dei paesaggi più strani al mondo: un lago salato che durante la maggior parte dell'anno diventa un deserto di sale grande più che l'Abruzzo, che rispecchia di un bianco accecante la luce del sole a quasi 4000 metri sul livello del mare. La macchina corre veloce in un silenzio irreale, per piste che si distinguono a fatica. In mezzo al salar non si vede altro che bianco, in tutte le direzioni. Poi via via dei profili di montagne appaiono con degli effetti ottici che le fanno vibrare e ne tagliano i contorni in modo da farle sembrare galleggianti. In mezzo al salar c'è la isla del pescado, chiamata così perche` a forma di pesce, che appare come un minuscolo puntino nero per poi diventare un enorme scoglio in mezzo al mare di sale, piena di capelli a spazzola. Quando ci si avvicina ci si rende conto che i capelli sono dei cactus centemari giganti, alcuni dei quali arrivano ai nove-dieci metri. Da in cima l`isola lo spettacolo è unico, indescrivibile, accecante.
Lasciamo l'isola del pesce per andare a dormire in un albergo di...sale. I mattoni sono dei blocchi estratti dal salar e anche il pavimento è di sale fino. Verso le sei cala il buio sul paesino di San Josè. In una penombra spazzata da un vento gelido, dei bambini danno dei calci ad un pallone in uno dei campi da calcio piú sconosciuti e piú alti al mondo. Assieme ad altri gringos cerchiamo di fare una partita, ma i ragazzini ci guardano scettici e indicano il cielo che sta diventando scuro. Di qui a breve la temperatura scenderà sotto zero ed è meglio tornare a casa il più presto possibile.

Il secondo giorno di viaggio passiamo per dei paesaggi montagnosi e desertici, ma mai monotoni. Le montagne brulle sono intervallate da varie lagune, tutte di colori diversi: verde, rossa, blu. In molte di queste lagune ci sono dei fenicotteri rosa che camminano con le loro buffe zampe che si piegano al contrario, rovistando il fondo basso e melmoso alla ricerca di cibo.
La seconda sera si dorme a 4.400 metri, ma mentre i vari gruppetti di turisti si sistemano nelle stanze spartane per la notte, lascio tutti per salire sulla montagna vicina, camminando per due ore contro un vento feroce, con la laguna che si fa sempre piú piccola. Quando il sole cala, il freddo più pungente che abbia mai sentito si manifesta come una coperta di ghiaccio. Ma più che il freddo, quello che fa paura è il fatto che il rifugio ha dei vetri da casa al mare, un tetto di plastica e naturalmente non è riscaldato. Sfidando la sorte, esco la notte a guardare le stelle, con la via lattea che disegna contorni bianchi così densi da sembrare nuvole. Quando rientro mezzo congelato tento di dormire tra le risate sguaiate di un gruppo di francesi che dopo una bottiglia di vino sembrano dei moscoviti che rientrano a casa alle quattro di mattina ed il respiro da serial killer del mio vicino di letto.
La sveglia è per le quattro e mezza. Due ore dopo, ancora rintronati dal sonno e dallo sballottamento della pista sterrata, cammineremo in mezzo al vapore sulfureo sparato in cielo da decine di geyser. Un modo come un altro per riscaldarsi un po', anche se più ci si sta, più i vestiti diventano umidi. Ma le sorprese non sono finite. Alle sette di mattina, con una temperatura ancora ben al di sotto dello zero, appare l'ultima laguna da cui sale vapore che rifrange i raggi del sole nascente, facendo apparire e scomparire fenicotteri ed altri uccelli che si avvicinano all'acqua calda. Qui c'è una fonte termale e, dopo colazione, svestendosi alla velocità della luce, ci si può fare il bagno. La sensazione di piacere nel fare un bagno bollente in un posto gelido è senza pari. Quando si entra si ha voglia di rimanerci per l'eternità.
Il resto della giornata è logistica. Accompagnamo una coppia finlandese alla frontiera con il Cile: una casetta in mezzo al deserto, con una sbarra alzata. Faccio un salto dalla parte cilena senza che nessuno se ne accorga. Poi si riparte. Sdraiato sul sedile posteriore della Land Cruiser vedo passare in senso opposto decine di altre jeep che sfrecciano verso la frontiera sollevando nuvole di polvere. L'immagine è da film, la sensazione quella di dejà vu. Le frontiere mi mettono malinconia e gli addii, anche se con persone con cui si sono passati un paio di giorni, mi mettono tristezza. La soluzione è chiudere gli occhi e ascoltare la versione remixata di "Voglio vederti danzare" che passa per la quarantesima volta.
Dopo otto ore anche il deserto finisce e Uyuni appare come un miraggio: piccolo, brutto e polveroso, ma al miraggio non si guarda in bocca. Ad Uyuni ci si può fare una doccia semi-tiepida per un dollaro e mezzo, mangiare carne di lama per tre dollari ed aspettare un bus notturno per La Paz in cui neanche le coperte di lana grossa riescono a dare un minimo di calore.
Butch Cassidy

martedì 5 ottobre 2010


Per vedere l'inferno non è necessario morire. Per andare all'inferno basta passare per Potosì, la città più alta del mondo. Nei fianchi del Cerro Rico, come tante incurabili ferite, si aprono dei buchi che entrano nella terra. Non c'è illuminazione, l'aria è piena di polvere, si cammina accucciati, a volte bisogna inginocchiarsi sulle piccole rotaie di metallo che servono a far passare dei vagoni carichi di materiale. I minatori li spingono a forza di braccia: due persone per quelli da una tonnellata, quattro per quelli da due. La discesa in una delle centinaia di miniere di argento non è per claustrofobici. Il cunicolo è stretto, sorretto da tronchi di legno che devono essere lì da decenni, si sbatte la testa ovunque (per fortuna che abbiamo il casco). Non ci sono scalini e a volte si scivola, in pochi minuti si è completamente coperti di polvere bianca. Nell'inferno di Potosì ci sono vari gironi, che si chiamano livelli. Il primo è quello in cui si respira meglio, poi via via che si scende, l'ossigeno inizia a mancare. I lavoratori del quarto livello devono immettere aria prima di iniziare a picconare la roccia per creare dei buchi abbastanza grandi da inserire la dinamite. Qui i crolli sono più frequenti e se la galleria si richiude dietro di te non c'è scampo: non ci sono vie d'uscita, nè rifugi equipaggiati come in Cile. Qui si muore e basta. Chi non muore per un crollo, muore di morte più lenta. Non si usano maschere speciali, solo un fazzoletto legato attorno al collo. Dopo qualche anno di miniera nessuno ha ancora polmoni che funzionano. Se si raggiunge l'invalidità al 50% si ha diritto ad una pensione, sennò si continua finchè dura, per racimolare due o trecento dollari al mese. La speranza di vita di un minatore di Potosì è attorno ai 45 anni.
Quando raggiungiamo il terzo livello, ansimando come mantici, troviamo un uomo che dovrà avere una quarantina d'anni ma ne dimostra trecento. Sta colpendo la roccia con scalpello e martello. E` l'unico che sta lavorando di sabatao mattina e vuole finire prima delle quattro di pomeriggio per andare alla festa della città. Gli ci vorranno quattro o cinque ore perchè il buco raggiunga i cinquanta centimetri necessari per la dinamite. Quaggiù fa caldo, l'uomo è in un bagno di sudore. La guancia destra è rigonfia delle foglie di coca che mastica per sentire meno la fatica. Due colpi un respiro, due colpi un respiro. Il lavoro va avanti con lentezza esesperante, ogni martellata porta via pochi millimetri di roccia.
La miniera in cui mi trovo è dedicata alla Vergine della Candelaria, mentre tutte le altre hanno nomi di santi. Ma nell'inferno la Vergine e i Santi non servono, qui ci si affida alla concorrenza: il diavolo. Il suo nome è El Tio e i minatori gli hanno dedicato una statua vicino all'entrata: è una figura antropomorfa seduta come un pascià, con delle corna in testa, il membro eretto, una sigaretta in bocca e completamente circondatao da lattine di birra, foglie di coca e bottiglie di plastica che dicono "alcohol potable". I minatori, quando escono dall'inferno, bevono alcool di canna da zucchero al 96% (!) e lasciano delle bottiglie vicino ad El Tio come fossero delle offerte devozionali.
Ma Potosi ha anche un'altra faccia, quella costruita nei secoli grazie all'estrazione dell'argento: chiese stupende e case coloniali che il passare del tempo e l'inevitabile decadenza riescono a rendere ancora più speciali. In questi gironi c'è una grande festa e decine e decine di gruppi vestiti in modo tradizionale sfilano per le strade ballando musica suonata da bande di paese. La gente si muove in un vortice di mille colori: vestiti rossi, verdi, gialli, blu, dai cappelli più strani. Si balla e si cammina, qualcuno mangia delle minestre preparate da anziane ricurve, sedute sul marciapiedi con una grossa coperta legata sulla schiena. E' il week end, bisogna approfittarne, lunedì sarà un altro giorno di fatica inimmaginabile.
Silver

domenica 3 ottobre 2010

La città del maresciallo

Se Saint Exupery si fosse spostato per l'America Latina via terra, invece che "Vol de Nuit" avrebbe scritto "Bus de Nuit". Invece di descrivere immensi paesaggi illuminati dalle stelle avrebbe descritto l'odore di sudore di un bus stracarico, la gente spettinata ed insonnolita, il caldo e poi il freddo, il vecchietto fatto alzare dal suo posto perchè qualcun altro aveva pagato di più, la donna seduta in mezzo al corridoio con il bambino tra le braccia. Un bambino che non fa rumore, non un pianto, non un lamento. I bambini del sudamerica, come quelli africani, non piangono mai. Rimangono attaccati alla schiena della madre, avvolti in una coperta multicolore come piccole mummie.
Sucre è la città in cui l'ennesimo viaggio allucinante finisce, verso le sette di mattina. Anche con gli occhi semisocchiusi dal sonno appare in un bianco splendore, quasi angelico. E' una delle città coloniali più belle che ho visto fin'ora, non solo per gli edifici e le strade, ma anche e soprattutto per la gente nelle strade, i mercati - quelli grandi e quelli piccoli - e una temperatura da eterna primavera nonostante i 2700 metri di altitudine.
Sucre è la capital constitucional della Bolivia, anche se non la sede del governo. Quando la nuova costituzione ha sancito La Paz come capitale (per me poco più che un'ovvietà) qui c'è stata una vera e propria rivolta, guerriglia urbana, gomme bruciate, lacrimogeni e morti. Sembra strano, vedendo la gente camminare numerosa a tutte le ore con calma olimpica, immaginarsi questa città messa a ferro e fuoco.
A Sucre c'è la Casa della Libertà. Tranquilli, tranquilli, non agitatevi, Berlusconi non c'entra. La libertà è quella acquisita dagli spagnoli, la casa è il principale museo delle reliquie rivoluzionarie (pochine a dire il vero). Essere nazionalisti in Bolivia è difficile, un po' come esserlo in Italia: non abbiamo molte cose di cui gloriarci. La Bolivia ha fatto tre guerre, perdendo regolarmente pezzi di territorio ogni volta (a beneficio di Cile, Brasile e Paraguay). Per contenere i ritratti dei presidenti ci vogliono ben due sale, perchè ce ne sono stati centinaia. Si inizia con il ritratto di Simon Bolivar, con delle basette da far invidia a John Lennon per finire con Evo Morales, con dei capelli a forma di casco di banana e i tratti da indio dell'altipiano. In mezzo facce di semisconosciuti, con sottotitoli tipo: "gobierno de facto", "gobierno ad interim", "gobierno constitucional", "gobierno de unidad nacional". Nel museo c'è una sala dedicata al mariscal Sucre, eroe dell'indipendenza , che fu costretto a sposarsi per procura perchè Bolivar lo mandò per sei anni a liberare praticamente tutta l'America del Sud. Un anno dopo aver potuto vedere sua moglie fu assassinato nel sud della Colombia mentre tornava a casa, con l'intenzione di rinunciare alla vita pubblica.
A sucre ho passato tre giorni a curarmi il raffreddore, a vedere le impronte dei dinosauri, a girare per la città,  a vedere un film troppo intellettuale all'Alliance Francaise assieme a due altri spettatori, a leggere "The cathcher in the rye" di Salinger e a guardare la televisione. Siiiiiiiiii, l'infinito piacere di fare zapping satellitare tra documentari di Discovery Channel sugli squali, partite di baseball su ESPN e le telenotizie sempre sensazionali della CNN. Nonostante tutta questa abbondanza iniziano già a mancarmi gli spot elettorali e i programmi religiosi della TV brasiliana.
Libertad y teledependencia

venerdì 1 ottobre 2010

Il riposo del guerriero

Samaipata ricorda un po' il paese perfetto del film "Big Fish" di Tim Burton, dove la gente butta via le scarpe per non avere la tentazione di andarsene. IL suo nome in quechua significa "riposo tra le montagne" ed è effettivamente il posto ideale per riprendermi un po' del molto sonno perduto.
Facendo un giro per il parco Amboro sembra di essere in un altro film: Avatar. In mezzo ad una foresta piena di muschi e licheni di ogni forma e colore, tra alberi che sembrano morenti, ci sono delle enormi felci, con dei veri e propri tronchi alti 3 o 4 metri. In cima le foglie sbocciano come delle code di dinosauri. Il giro è molto bello anche se la guida è il fratello gemello di Lapalisse (le felci sono piante molto vecchie) e ha delle idee molto minoritarie in campo botanico (le piante hanno bisogno di molte proteine). I due compagni di avventura sono un francese che vive di rendita da tre anni e che sta viagguando per l'America Latina ed un anziano americano asmatico che è venuto dall'Argentina per rinnovare il visto (e che finisce il giro per miracolo).
Il sabato sera a Samaipata è tutto un programma, che inizia con l'obbligatoria presenza nella piazza centrale. Devo ancora scoprire per quale arcano motivo in tutte le prigioni del mondo i detenuti camminano per il cortile in senso antiorario durante la famosa ora d'aria. A Samaipata non ci sono detenuti, ma tutti girano in senso antiorario lo stesso: ragazzini, mamme con i bambini, turisti solitari. Chi ha una macchina, come le due ragazze che ho conosciuto qui, girano con il finestrino abbassato, anche loro in senso antiorario. Per la prima volta da molto tempo sono seduto nel sedile posteriore di un jeeppone che non sia scassato. Mi sento come in un video di Snoop Dog (mancano i catenoni d'oro attorno al collo). Questo dabato sera, come nella canzone di Dalla, c'è una grossa novità. Si inaugura la seconda discoteca del paese (la prima si chiama "Che Wilson", non so se sia in onore di Che Guevara o di Chez Maxime)  e fa molta tenerezza. The new place to be, invece, si chiama Melody Park (forse ispirato al Melody sulla circonvallazione di Castelfranco Veneto) ed è uno stanzone rettangolare dove uomini annioati bevono birra e ragazzine isteriche ballano la cumbia in due file perfettamente parallele. Quando la serata entra nel vivo si formano delle coppie, viene introdotto il merengue (e anche una fugace salsa) e si rompono le righe. Il Melody Park è anche Karaoke ed i più fortunati assistono alla gara tra ben 15 concorrenti. Vince un raccomandato, come sempre.
La domenica sera, sulla piazza principale c'è solo silenzio. I turisti del week end sono partiti e restano solo gli abitanti, più qualche straniero di passaggio. La macchina che ha sparato ininterrottamente per due giorni musica a tutto volume (la canzone più gettonata è stata il remix di "Tu vo' fa' l'Americano") è partita, portandosi dietro i quattro ragazzi che avranno bevuto duecento litri di birra senza muoversi da una delle panchine. Anche i banchetti fricchettoni sono spariti: niente collanine, amuleti, incensi o orecchini con le piume. C'è solo un grosso spicchio di luna ad illuminare il cielo.
Tranquility