domenica 15 maggio 2011
Curve sinuose
Se dovessi disegnare un grafico dell'andamento del mio umore quando inizio a vivere in un posto nuovo, ne uscirebbe una curva perfettamente sinusoidale, qualcosa del tipo y=senx. C'è quell'eccitazione iniziale dovuta ad un mondo nuovo, con nuove regole e nuove facce, la necessità di soddisfare i bisogni primari: trovare casa, trovare un supermercato, il cinema, comprare mobili, la bicicletta, fare l'abbonamento del tram. E' la parte più dura fisicamente ma anche più facile psicologicamente, perché si obbedisce all'istinto e c'è poco da pensare, se non altro per chi ha dei gusti definiti oppure una certa tolleranza al diverso.
La curva sale e poi scende. Ma nella fase iniziale si pensa sempre che sia normale: verrà un momento di stabilità, almeno così si crede. Passano le settimane, poi i mesi e alla fine non si è più "the new kid on the block", si fa già quasi parte del paesaggio, si conoscono i tragitti di quasi tutti i tram, non si deve più chiedere agli sconosciuti dov'è quel tal posto o quel tal altro. Si iniziano anche a conoscere delle persone, a fare delle cose, magari anche una cena ogni tanto.
E poi ti ritrovi un sabato pomeriggio di tempo variabile, quello in cui la gente non scende in strada come tanti rivoli che si riversano verso il fiume, ma tende a rimanere un po' rintanata, paurosa di chissà quale evento nefasto. E poi mandi un sms, scrivi un'e-mail, un messaggio su facebook, magari un altro sms. E regolarmente ti ritorna indietro tutto come se stessi giocando contro Nadal ed attaccato c'è un "no grazie". La gente è sempre così terribilmente occupata in questa città. Bisogna programmare la vita sociale a tre mesi, come i pagamenti dei fornitori. E se qualcuno ti risponde è già un onore, perché la vera moda è semplicemente ignorare un messaggio. "You know I have to read hundreds of work e-mails per day, private messages are the last of my priorities" mi sono sentito dire senza il minimo accento di vergogna da una collega che si crede la reincarnazione di Nicole Kidman (per chi non lo sapesse la vera Nicole Kidman è tenuta sotto formalina nel museo delle cere).
E allora come passare un sabato sera di mezzo maggio, mezzo freddo e mezza pioggia? C'è una partita di tennis fenomenale e qualche rumore che viene dalla strada. E poi si può dormire. Visto che hai dormito fino a mezzogiorno e hai fatto una siesta di due ore nel pomeriggio vale la pena riposarsi un altro po'.
La domenica ti svegli alle nove e ti chiedi se qualcuno ti ha cercato, per caso o per sbaglio. Chiaramente no. Ma nel parco vicino a casa c'è un posto in cui hai sempre voluto far colazione ma che - visto che il tempo è sempre stato bello fin'ora - aveva sempre e costantemente tutti i tavoli occupati. Ma oggi il tempo è come ieri e quindi la gente rimane in casa, trincerata come se fosse la seconda guerra mondiale. Quindi c'è un tavolo libero, anzi più di uno. E la cameriera non è bella ma ha qualcosa di molto interessante ed è forse la prima donna che dà l'impressione di vederti quando ti guarda, ma forse lo fa solo per avere una mancia più generosa. Incominci un libro di seicento pagine che tanto hai tempo, e invece di deprimerti pensi che è una bella mattinata e che attorno a te c'è gente interessante (lo deduci dalle loro facce e dai loro vestiti perché chiaramente non conosci nessuno). E mentre fai una colazione tardiva ti viene in mente che vuoi andare ad arrampicare. Ti fa ancora male il polso dall'ultima volta, quando hai voluto fare Tarzan e sei caduto come una pera. Quindi prendi il telefono che nel frattempo ha ricevuto sei e-mail (tutte di lavoro) e chiami Christian con cui ti eri messo d'accordo per andare in palestra domenica. E Christian risponde e fa un po' lo stupito (si ricorda bene dell'appuntamento ma ogni volta sembra un po' sorpreso): è contento di venire. Ti dà appuntamento alle due. E così hai qualcosa da fare, anzi qualcosa che ti piace e non dovrai elemosinare attenzione o fare il brillante, perché c'è solo uno scopo finale in quello che andrai a fare: arrivare in cima il meno stanco possibile. E fa niente se lo stile lascia a desiderare e attorno a te c'è gente che sembra l'incrocio tra una scimmia e Spiderman. La battaglia è contro te stesso e basta. E gli sms e le e-mail e i messaggi facebook rimarranno nell'armadietto, chiusi con un lucchetto.
sabato 7 maggio 2011
Predicare pallido e assorto
Era da quasi un anno che non sentivo un farneticare mistico di quel livello. L'ultimo che mi viene in mente risale al Nicaragua, su un bus che mi stava portando tra scosse micidiali e un caldo infernale verso Juigalpa. La donna che mi stava urlando in faccia parlava di Dio, di peccati, di punizioni atroci e del flagello della droga (che non si sa perché spunta sempre fuori). Poi ha distribuito dei volantini di una chiesa evangelica e si è messa a vendere dentifrici con ottimi risultati (il senso di colpa è legato a doppio filo con il portafoglio).
Il delirio mistico di Zurigo è stato meno commerciale, ma non meno violento. Anche qui una donna, segno che l'emancipazione si diffonde in tutte le direzioni. Il discorso all'apparenza articolato non aveva alcun senso logico, ma il suo inglese condito da un accento asiatico era molto affascinante. E' salita su una panchina e si è messa a predicare tra la gente che si era riversata in riva al lago per catturare gli ultimi raggi di sole del venerdì pomeriggio, accatastati gli uni sugli altri come un gruppo di iguane marine, qualcuno anche brandendo degli enormi würstel come fossero delle spade. Poco lontano un emule di Jimi Hendrix suonava una chitarra elettrica: da Woodstock alla Borsa di Zurigo il passo è breve.
Io ero assorto in pensieri vari e assortiti, di cui quasi nessuno molto coerente e praticamente tutti molto pieni di una certa delusione quasi stantìa. Ogni tanto guardavo la donna che continuava la sua invettiva contro il marcio dei governi, sbracciandosi in favore della Salvezza e della Parola. Qualche passante gridava un Halleluja senza fermarsi e senza riuscire a fermarla.
Mi piace guardare la gente, osservarla camminare, parlare al cellulare, prendere il tram o stare sdraiata in riva al lago. Trovo l'umanità sconosciuta e casuale più intrigantedi quella più conosciuta e usuale. E così mi sono messo ad osservare un gruppo di ragazzetti vestiti da fighetti che stava proprio vicino alla predicatrice. E tra questi c'era un ragazzetto più fighetto degli altri, con i capelli tagliati di recente e una camicia di un bianco quasi artificiale, sbottonata proprio al punto giusto. E aveva degli occhiali neri e stava fumando una sigaretta ccon molta intensità ed è perfettamente cosciente che il gesto che sta facendo ha una valenza plastica che supera il valore della sigaretta stessa: era la descrizione pura del senso di superiorità.
A fianco al ragazzetto c'era una ragazza piuttosto carina. Una di quelle rare ragazze che non sono pienamente coscienti della propria bellezza. C'era qualcosa di insicuro in lei e guardava il ragazzetto con certi occhi in cui si mischiava un'indiscussa ammirazione a un desiderio di complicità represso.
Non so se lui se ne fosse accorto, forse troppo concentrato sulla perfezione del suo gesto di esperto fumatore per avere sufficiente interesse per lei. Comunque ad un certo punto il ragazzetto ha iniziato a prendere in giro la predicatrice, dicendole cose che non ho capito bene (ero un po' troppo distante o forse la mia sordità sta crescendo). La donna ha continuato la sua predica ed il gruppetto, già un po' alticcio e galvanizzato dall'effetto-branco, ha iniziato a gridarle contro e a ridere e a fare gesti e in tutti quei gesti c'era così tanta arroganza che non veniva alcuno dubbio che nessuno di loro si vergognava di essa o di sé. Alcuni se ne sono andati urlandole dietro ta gueule e non ho capito se fossero francesi oppure se usassero una delle tante espressioni che gli svizzeri tedeschi prendono in prestito da altre lingue, come sorry sorry o merci.
La donna ha continuato l'orazione, anche se con meno passione. Essere insultati non deve essere piacevole neanche se te ne freghi dell'opinione che gli altri hanno di te. Poi si è spostata ed è venuta vicino a me, mettendosi dietro a due ragazze che mangiavano da un contenitore di plastica tenendo un cane piccolo e ricciuto al guinzaglio. E ha ripreso a parlare. E anche qui una delle due ragazze si è girata e le ha urlato ta gueule e poi ha riso, non so se per imbarazzo o per fierezza e i nostri occhi si sono incrociati per una frazione di secondo e lì ho capito che era più la fierezza che l'imbarazzo, anche se sembrava chiedere inconsciamente la mia approvazione.
Ho distolto gli occhi dai suoi, ho preso la mia giacca e mi sono incamminato lentamente verso la fermata del tram numero 2, direzione Farbhof.
Il delirio mistico di Zurigo è stato meno commerciale, ma non meno violento. Anche qui una donna, segno che l'emancipazione si diffonde in tutte le direzioni. Il discorso all'apparenza articolato non aveva alcun senso logico, ma il suo inglese condito da un accento asiatico era molto affascinante. E' salita su una panchina e si è messa a predicare tra la gente che si era riversata in riva al lago per catturare gli ultimi raggi di sole del venerdì pomeriggio, accatastati gli uni sugli altri come un gruppo di iguane marine, qualcuno anche brandendo degli enormi würstel come fossero delle spade. Poco lontano un emule di Jimi Hendrix suonava una chitarra elettrica: da Woodstock alla Borsa di Zurigo il passo è breve.
Io ero assorto in pensieri vari e assortiti, di cui quasi nessuno molto coerente e praticamente tutti molto pieni di una certa delusione quasi stantìa. Ogni tanto guardavo la donna che continuava la sua invettiva contro il marcio dei governi, sbracciandosi in favore della Salvezza e della Parola. Qualche passante gridava un Halleluja senza fermarsi e senza riuscire a fermarla.
Mi piace guardare la gente, osservarla camminare, parlare al cellulare, prendere il tram o stare sdraiata in riva al lago. Trovo l'umanità sconosciuta e casuale più intrigantedi quella più conosciuta e usuale. E così mi sono messo ad osservare un gruppo di ragazzetti vestiti da fighetti che stava proprio vicino alla predicatrice. E tra questi c'era un ragazzetto più fighetto degli altri, con i capelli tagliati di recente e una camicia di un bianco quasi artificiale, sbottonata proprio al punto giusto. E aveva degli occhiali neri e stava fumando una sigaretta ccon molta intensità ed è perfettamente cosciente che il gesto che sta facendo ha una valenza plastica che supera il valore della sigaretta stessa: era la descrizione pura del senso di superiorità.
A fianco al ragazzetto c'era una ragazza piuttosto carina. Una di quelle rare ragazze che non sono pienamente coscienti della propria bellezza. C'era qualcosa di insicuro in lei e guardava il ragazzetto con certi occhi in cui si mischiava un'indiscussa ammirazione a un desiderio di complicità represso.
Non so se lui se ne fosse accorto, forse troppo concentrato sulla perfezione del suo gesto di esperto fumatore per avere sufficiente interesse per lei. Comunque ad un certo punto il ragazzetto ha iniziato a prendere in giro la predicatrice, dicendole cose che non ho capito bene (ero un po' troppo distante o forse la mia sordità sta crescendo). La donna ha continuato la sua predica ed il gruppetto, già un po' alticcio e galvanizzato dall'effetto-branco, ha iniziato a gridarle contro e a ridere e a fare gesti e in tutti quei gesti c'era così tanta arroganza che non veniva alcuno dubbio che nessuno di loro si vergognava di essa o di sé. Alcuni se ne sono andati urlandole dietro ta gueule e non ho capito se fossero francesi oppure se usassero una delle tante espressioni che gli svizzeri tedeschi prendono in prestito da altre lingue, come sorry sorry o merci.
La donna ha continuato l'orazione, anche se con meno passione. Essere insultati non deve essere piacevole neanche se te ne freghi dell'opinione che gli altri hanno di te. Poi si è spostata ed è venuta vicino a me, mettendosi dietro a due ragazze che mangiavano da un contenitore di plastica tenendo un cane piccolo e ricciuto al guinzaglio. E ha ripreso a parlare. E anche qui una delle due ragazze si è girata e le ha urlato ta gueule e poi ha riso, non so se per imbarazzo o per fierezza e i nostri occhi si sono incrociati per una frazione di secondo e lì ho capito che era più la fierezza che l'imbarazzo, anche se sembrava chiedere inconsciamente la mia approvazione.
Ho distolto gli occhi dai suoi, ho preso la mia giacca e mi sono incamminato lentamente verso la fermata del tram numero 2, direzione Farbhof.
lunedì 2 maggio 2011
L'ideologia della lentezza
Che cosa si nasconde dietro l'ostentata, minuziosa, perfezione del modello svizzero ? Quale oscura colpa primigenia permette di pagare solo il 10% di tasse? Quale putrido scheletro nell'armadio è stato mascherato così bene dalla linda precisione elvetica?
Queste domande mi sono posto negli ultimi mesi semza tuttavia riuscire a trovare una risposta adeguata. Non il segreto bancario (ormai superato senza troppi ingombri, non solo dalle isole Cayman, ma addirittura dal Lussemburgo), né oscuri e improbabili complotti dietrologici. No, il vero lato oscuro della forza è un altro, strisciante e insinuante eppure così evidente. Forse troppo evidente per rendersene conto a prima vista. La vera ombra della Svizzera è la lentezza.
I tram sono il fiore all'occhiello di Zurigo: puliti, nuovi, ubiqui. Senza eccezione devono essere i tram più lenti dell'universo. Perché qui non è importante arrivare prima, qui l'importante è arrivare puntuali. E quindi capita (e anche abbastanza spesso) che se prendi un tram la domenica mattina presto, questo si arresta alla fermata anche se non c'è nessuno in attesa e nessuno che scende. E poi rimane fermo in attesa come di un evento previsibile che però non si manifesta. E poi riparte, fino a fermarsi poi di nuovo e attendere ancora un po': si aspetta che il monitor a fianco del conducente in cui sono segnati gli orari con tanto di secondi, indichi che è giunto il momento di partire.
Ma la lentezza non è sono appannaggio dei mezzi di trasporto (e delle macchine non parlo neanche, ma basti citare che non esiste tratto di strada senza l'autovelox di rito), la lentezza c'è anche al supermercato. In Italia andare al supermercato sembra uno sport olimpionico. Ci sono famiglie che si organizzano come se fossero membri di una forza d'assalto dell'esercito americano: uno va a prendere il biglietto del banco dei salumi, un altro corre alla frutta e verdura, un altro si occupa dei detersivi. E poi alla cassa è una catena di montaggio.
In Svizzera sembra di essere in una casa di riposo. Appena lo svizzero entra in un supermercato entra in una fase di rincoglionimento istantaneo e acuto: cammina come uno zombie, si attarda per corsie dove è chiaro non comprerà nulla, legge le etichette anche della carta igienica (che non si sa mai). Ma il meglio di sé lo dà alla cassa: dopo aver messo pazientemente (leggi molto lentamente) i suoi acquisti sul ripiano, guarda la cassiera passare oggetto per oggetto sul lettore di codici a barre, senza muoversi, quasi incantato dai gesti veloci (ma non troppo) della donna. Poi quando il totale è servito, presenta la sua carta-coop e infine paga, generalmente con il bancomat che si ricorda all'ultimo istante di aver lasciato in fondo ad una borsa gigantesca. E' solo dopo questa lunga trafila che inizia ad inserire gli oggetti ormai suoi in uno o più sacchetti (generalmente di tela e generalmente estratti da una tasca o dalla borsa gigantesca).
Più volte ho tentato di mostrare il buon esempio imbustando la spesa mentre la cassiera (piuttosto stupefatta dall'invenzione) passava gli oggetti sul lettore di codice a barre. Ma la mia invenzione non sembra avere attecchito. Deve essere apparsa troppo veloce e quindi troppo pericolosa.
Queste domande mi sono posto negli ultimi mesi semza tuttavia riuscire a trovare una risposta adeguata. Non il segreto bancario (ormai superato senza troppi ingombri, non solo dalle isole Cayman, ma addirittura dal Lussemburgo), né oscuri e improbabili complotti dietrologici. No, il vero lato oscuro della forza è un altro, strisciante e insinuante eppure così evidente. Forse troppo evidente per rendersene conto a prima vista. La vera ombra della Svizzera è la lentezza.
I tram sono il fiore all'occhiello di Zurigo: puliti, nuovi, ubiqui. Senza eccezione devono essere i tram più lenti dell'universo. Perché qui non è importante arrivare prima, qui l'importante è arrivare puntuali. E quindi capita (e anche abbastanza spesso) che se prendi un tram la domenica mattina presto, questo si arresta alla fermata anche se non c'è nessuno in attesa e nessuno che scende. E poi rimane fermo in attesa come di un evento previsibile che però non si manifesta. E poi riparte, fino a fermarsi poi di nuovo e attendere ancora un po': si aspetta che il monitor a fianco del conducente in cui sono segnati gli orari con tanto di secondi, indichi che è giunto il momento di partire.
Ma la lentezza non è sono appannaggio dei mezzi di trasporto (e delle macchine non parlo neanche, ma basti citare che non esiste tratto di strada senza l'autovelox di rito), la lentezza c'è anche al supermercato. In Italia andare al supermercato sembra uno sport olimpionico. Ci sono famiglie che si organizzano come se fossero membri di una forza d'assalto dell'esercito americano: uno va a prendere il biglietto del banco dei salumi, un altro corre alla frutta e verdura, un altro si occupa dei detersivi. E poi alla cassa è una catena di montaggio.
In Svizzera sembra di essere in una casa di riposo. Appena lo svizzero entra in un supermercato entra in una fase di rincoglionimento istantaneo e acuto: cammina come uno zombie, si attarda per corsie dove è chiaro non comprerà nulla, legge le etichette anche della carta igienica (che non si sa mai). Ma il meglio di sé lo dà alla cassa: dopo aver messo pazientemente (leggi molto lentamente) i suoi acquisti sul ripiano, guarda la cassiera passare oggetto per oggetto sul lettore di codici a barre, senza muoversi, quasi incantato dai gesti veloci (ma non troppo) della donna. Poi quando il totale è servito, presenta la sua carta-coop e infine paga, generalmente con il bancomat che si ricorda all'ultimo istante di aver lasciato in fondo ad una borsa gigantesca. E' solo dopo questa lunga trafila che inizia ad inserire gli oggetti ormai suoi in uno o più sacchetti (generalmente di tela e generalmente estratti da una tasca o dalla borsa gigantesca).
Più volte ho tentato di mostrare il buon esempio imbustando la spesa mentre la cassiera (piuttosto stupefatta dall'invenzione) passava gli oggetti sul lettore di codice a barre. Ma la mia invenzione non sembra avere attecchito. Deve essere apparsa troppo veloce e quindi troppo pericolosa.
sabato 16 aprile 2011
Riflessioni durante una partita di calcio
Vicino a casa mia c'è un posto che non riesco a definire. E' una specie di bar che serve la birra più economica di Zurigo. Ci sono quattro televisioni che fanno vedere ognuna una partita di calcio diversa. Su una parete ci sono dei computer connessi a internet che nessuno usa. I clienti vengono da ogni angolo del pianeta tranne che dalla Svizzera. Molte delle facce parlano del corno d'Africa: Eritrea, Etiopia, Somalia. E poi ci sono gli slavi: serbi, croati, kosovari. L'unica parola che capisco, quando un giocatore sbaglia un gol, è "Scheisse", merda.
Il padrone oggi fa l'anfitrione. Invece di limitarsi a tirare fuori lattine di birra da mezzo litro, sposta i divani consunti in modo che tutti abbiano la visuale migliore. Da sotto i divani escono montagne di polvere e detriti vari, ma questo è un dettaglio.
Mentre tutti fissano lo schermo con Real Madrid - Barecllona, el clasico, sugli altri schermi si consuma la morte lenta del calcio italiano: Milan-Sampdoria 3 a 0 e Parma-Inter 2 a 0. Per qualche minuto le tre partite si sovrappongono, ma le velocità sono completamente diverse. In Italia tutto sembra girare al rallentatore.
Alla pausa riempio il tempo sfogliando una copia de Il Giornale, abbandonato là chissà da chi. Uno dei titoli in prima pagina dice "Altro che pacifista, odiava Israele". L'articolo parla di Vittorio Arrigoni, l'attivista pro-palestinese ucciso a Gaza da militanti islamisti. Vittorio Arrigoni era arrivato nei territori occupati nel 2008, pochi mesi dopo che io ero partito; non l'ho mai conosciuto. Di lui mi ricordo delle interviste a Caterpillar durante l'operazione "piombo fuso". Mi era parso ideologico e mi aveva ricordato certi italiani che avevo conosciuto in Colombia che sembravano vedere solo le porcherie dei paramilitari e non quelle delle FARC. Ma questa era solo un'impressione: vivere sotto i bombardamenti non facilita certo il distacco oggettivo e l'analisi accademica.
Con tutte le precisazioni del caso, ammiro le persone come Arrigoni che si dedicano anima e corpo a un'idea, che vivono senza badare al risparmio o alla convenienza, rimettendoci a volte la pelle. E' capitato ad un altro ragazzo italiano nel 2006: stava camminando lungo le mura della città vecchia di Gerusalemme, per una strada che ho fatto a piedi tante volte, ed è stato accoltellato da uno squilibrato di Jenin che voleva uccidere un israeliano.
L'articolo de Il Giornale è un ingorgo sintattico prolisso e quasi illeggibile, che ribolle di rabbia. Ricorda a tratti i deliri di Oriana Fallci nel dopo 11 settembre. Lo finisco con una certa fatica, senza riuscire veramente a capirne il senso, tranne il fatto che vuole difendere Israele per un crimine che non ha commesso. Non so se l'autrice abbia anche scritto il titolo (ci sono persone che di lavoro fanno solo quello e a Il Giornale devono avere molto lavoro). Se avessi tempo e voglia, scriverei una lunga lettera al direttore chiedendogli se di Ghandi avrebbe scritto "altro che pacifista, odia la Gran Bretagna". Seppur lieve, c'è una certa differenzta tra l'odio (presunto) e la violenza. Di fronte alla morte, in certi casi, sarebbe meglio tacere.
Il padrone oggi fa l'anfitrione. Invece di limitarsi a tirare fuori lattine di birra da mezzo litro, sposta i divani consunti in modo che tutti abbiano la visuale migliore. Da sotto i divani escono montagne di polvere e detriti vari, ma questo è un dettaglio.
Mentre tutti fissano lo schermo con Real Madrid - Barecllona, el clasico, sugli altri schermi si consuma la morte lenta del calcio italiano: Milan-Sampdoria 3 a 0 e Parma-Inter 2 a 0. Per qualche minuto le tre partite si sovrappongono, ma le velocità sono completamente diverse. In Italia tutto sembra girare al rallentatore.
Alla pausa riempio il tempo sfogliando una copia de Il Giornale, abbandonato là chissà da chi. Uno dei titoli in prima pagina dice "Altro che pacifista, odiava Israele". L'articolo parla di Vittorio Arrigoni, l'attivista pro-palestinese ucciso a Gaza da militanti islamisti. Vittorio Arrigoni era arrivato nei territori occupati nel 2008, pochi mesi dopo che io ero partito; non l'ho mai conosciuto. Di lui mi ricordo delle interviste a Caterpillar durante l'operazione "piombo fuso". Mi era parso ideologico e mi aveva ricordato certi italiani che avevo conosciuto in Colombia che sembravano vedere solo le porcherie dei paramilitari e non quelle delle FARC. Ma questa era solo un'impressione: vivere sotto i bombardamenti non facilita certo il distacco oggettivo e l'analisi accademica.
Con tutte le precisazioni del caso, ammiro le persone come Arrigoni che si dedicano anima e corpo a un'idea, che vivono senza badare al risparmio o alla convenienza, rimettendoci a volte la pelle. E' capitato ad un altro ragazzo italiano nel 2006: stava camminando lungo le mura della città vecchia di Gerusalemme, per una strada che ho fatto a piedi tante volte, ed è stato accoltellato da uno squilibrato di Jenin che voleva uccidere un israeliano.
L'articolo de Il Giornale è un ingorgo sintattico prolisso e quasi illeggibile, che ribolle di rabbia. Ricorda a tratti i deliri di Oriana Fallci nel dopo 11 settembre. Lo finisco con una certa fatica, senza riuscire veramente a capirne il senso, tranne il fatto che vuole difendere Israele per un crimine che non ha commesso. Non so se l'autrice abbia anche scritto il titolo (ci sono persone che di lavoro fanno solo quello e a Il Giornale devono avere molto lavoro). Se avessi tempo e voglia, scriverei una lunga lettera al direttore chiedendogli se di Ghandi avrebbe scritto "altro che pacifista, odia la Gran Bretagna". Seppur lieve, c'è una certa differenzta tra l'odio (presunto) e la violenza. Di fronte alla morte, in certi casi, sarebbe meglio tacere.
Angola
Luanda è la città più cara al mondo per gli espatriati: affitti da varie migliaia di dollari, prezzi dei ristoranti più alti che a Zurigo, hotel che costano centinaia di dollari a notte. Le strade del centro sono piene zeppe di macchine, in maggioranza 4x4, tutte bloccate in mezzo al traffico. Tutto il centro è una costruzione, con edifici più alti che stanno sorgendo in mezzo ad edifici più bassi. Ma i soldi non vogliono necessariamente dire sviluppo.
In uno dei quartieri periferici della capitale si susseguono decine di palazzi identici tra loro, che si distinguono l'uno dall'altro solo dal diverso colore delle facciate. Il pensiero va immediatamente all'urbanizzazione italiana degli anni sessanta e settanta, se non addirittura al modello sovietico. I palazzi serviranno per ospitare centinaia di famiglie che saranno "ricollocate" da un altro quartiere che sarà "migliorato", non è chiaro se con o senza il loro accordo.
In mezzo a nuvole di polvere, lavori in corso perenni, marciapiedi che si confondono con la strada e con i fossi, in un caldo soffocante decine di ambulanti tirano a campare cercando di vendere la loro mercanzia attraverso i vetri aperti dei pulmini del servizio pubblico. Si possono comprare fazzoletti e saponi, pompe per l'acqua e carne in scatola. Il tutto mi fa pensare all'immagine che dà Stefano Benni dell'inferno in uno dei suoi romanzi: il grande ingorgo.
L'Angola fu un tempo uno dei campi di battaglia della guerra fredda: un governo pro-comunista appoggiato dall'Unione Sovietica contro un gruppo armato d'opposizione appoggiato dagli Stati Uniti, un grande classico. Con il passare del tempo gli odi passati si sono trasformati in interessi comuni, con il mimimo comune denominatore che si chiama petrolio. Il presidente non è cambiato, ma la politica si è aperta al business e i cinesi sono arrivati in massa.
Mentre scrivo queste righe, la luce si spegne per qualche attimo prima di riaccendersi. E' tornata l'elettricità, qualcuno ha spento gli enormi generatori che permettono all'albergo di continuare a lavorare come se niente fosse, aria condizionata inclusa. Come nel resto dell'Africa tra le risorse energetiche e l'energia vera e propria c'è sempre di mezzo il mare.
venerdì 15 aprile 2011
Mauritius
Se qualche mese fa - quando viaggiavo su carri bestiame e dormivo in posti luridi - mi avessero detto che mi sarei ritrovato seduto su una macchinina da golf di un albergo delle Mauritius, mi sarei fatto una grassa risata. Succede anche questo. Chiaro, l’albergo non era di lusso. Per citare testualmente uno dei miei compagni: “non è male per un quattro stelle”.
Continuo a sentirmi un estraneo in posti con i prati tagliati all’inglese, le palme, la spiaggia bianca con le sdraio e gli ombrelloni, la piscina e la musica d’intrattenimento serale. Attorno a me solo anziani o coppie tristi: non si capisce se è il loro primo viaggio dopo il matrimonio o l’ultimo prima del divorzio.
Se si continua a camminare lungo la spiaggia, gli alberghi dopo un po’ finiscono e con loro dei topless piuttosto ottimistici. C’è una piccola zona di nessuno e poi appaiono le persone vere, quelle che alle Mauritius ci abitano: tavolini da pic nic, sedie, cibo, bibite, palloni, pannolini. La spiaggia pubblica è un melting pot di tutte le razze e religioni dell’isola. Ci sono gli indiani che stanno osservando un periodo di digiuno e non possono mangiare derivati animali, i cinesi, i creoli e i musulmani. Alcune donne velate fanno il bagno a fianco a ragazze in bikini.
Le Mauritius sono potenzialmente una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro come quando, dieci anni fa, il club calcistico degli indù si è scontrato in finale contro quello dei musulmani e mezza isola è stata messa a ferro e fuoco: sette morti.
Quando sono arrivato in aeroporto, dopo tre giorni di silenzio e cinguettare di uccelli fuori dalla stanza, mi sono ricordato di cosa vuol dire essere circondato da italiani. All'imbarco del volo Meridiana per Milano c'erano facce color bronzo, minigonne da mignotta, camicie aperte sul petto villoso, infradito e soprattutto un casino infernale: decine di voci che urlavano una sopra all'altra per farsi sentire di più, senza avere niente da dire. Sembrava di vedere un reality show: Simona Ventura è con noi ovunque andiamo.
martedì 12 aprile 2011
Mahe
Mentre aumenta la velocità dell’elica, il rumore nell’abitacolo si fa assordante. Ci sono due file di sedili separate da un minuscolo corridoio. Pochi metri più in là ci sono pilota e copilota. Si vedono le cloches, la leva per dare gas, gli strumenti di bordo. Non c’è porta, non ci sono hostess dallo sguardo svogliato che si allacciano salvagenti gialli e tirano con forza le cinghie per mostrare come gonfiarli, mentre la loro collega legge la frase parzialmente tranquillizzante “in the unlikely event of a sea landing”. Fuori dal finestrino c’è un ragazzino con in mano un idrante. E’ tutto quello che passa il convento.
Quando il piccolo aereo stacca i pneumatici dalla pista, il verde degli alberi diventa per un attimo di un bianco accecante e poi di nuovo verde, questa volta cristallino: il verde dell’oceano indiano. Le isole dell’arcipelago delle Seychelles spuntano come funghi nel sottobosco. Il mare diventa blu, il rumore dei motori infernale.
Di Praslin, la seconda isola delle Seychelles, luogo paradisiaco fatto di spiagge, insenature, golf e alberghi da mille e un euro a notte, ho visto solo un campo da calcio. Molto bello c’è da dire: erba artificiale perfettamente mantenuta da sembrare vera. L’inaugurazione del progetto ha lasciato delle abbondanti tracce di sudore sulle camicie degli illustri partecipanti: ministri, responsabili della federazione e funzionari vari. Tre ore dopo ero di nuovo sull’aereo per tornare nel mio albergo.
La sera, seguendo le curve sinuose della strada che si arrampica sui ripidi pendii della montagna che occupa il cuore dell’isola, passiamo quattro uomini seduti per terra con facce stravolte, facce di asiatici. Non è chiaro se siano coreani o cinesi. Quello che è certo è che lavorano alla costruzione di uno dei vari alberghi di lusso, quelli di cui si vede a mala pena il cancello d’entrata tanto sono discreti e immersi nella vegetazione. Le Seychelles vivono di turismo e di banche offshore, un’evoluzione naturale dei quindici anni di regime marxista che ha dominato l’arcipelago fino agli anni novanta.
Marx mi ritorna in mente il giorno dopo, quando pranzo al bordo del porto di Mahe, di fronte allo yacht del sultano di Abu Dhabi che sulla punta della montagna più alta delle Seychelles ha costruito un palazzo di sei piani a cui accede in elicottero. Dietro di me ci sono una decina di muratori indiani con delle sciarpe sulla testa per proteggersi dal sole. Stanno costruendo il centro commerciale che sorgerà su un'isola artificiale che diventerà il quartiere residenziale degli stranieri.
Marx mi ritorna in mente il giorno dopo, quando pranzo al bordo del porto di Mahe, di fronte allo yacht del sultano di Abu Dhabi che sulla punta della montagna più alta delle Seychelles ha costruito un palazzo di sei piani a cui accede in elicottero. Dietro di me ci sono una decina di muratori indiani con delle sciarpe sulla testa per proteggersi dal sole. Stanno costruendo il centro commerciale che sorgerà su un'isola artificiale che diventerà il quartiere residenziale degli stranieri.
Iscriviti a:
Post (Atom)

