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mercoledì 4 dicembre 2013

Tempo e denaro

Non avrei mai immaginato che un giorno avrei aperto una partita IVA, ma sembra che quel giorno si stia avvicinando.
Ieri ho avuto una riunione con un commercialista svizzero che ha l’ufficio fuori Zurigo. Ho preso un treno che è arrivato 30 secondi prima dell’orario previsto e mi ha permesso di prendere una coincidenza di 3 minuti, per presentarmi con 10 minuti d’anticipo sull’orario previsto ed essere quindi perfettamente conforme con il dogma della locale puntualità. Sul treno ho anche letto un opuscolo informativo sull’apertura di un’impresa che dice – testuali parole – “nell’interesse della compagnia e degli azionisti, la creazione di fondi neri è tuttora permessa in Svizzera”. Viva la sincerità.
Il commercialista era un signore simpatico che parlava in inglese con una certa lentezza e si è messo a divagare su vari temi. Ho sviscerato tutti gli angoli reconditi del sistema previdenziale basato su tre pilastri (e ispirato dalla letteratura di Kafka), la procedura per scaricare l’IVA (che  è all'8% e si fa solo per redditi superiori ai 100.000 franchi), gli anticipi trimestrali delle imposte (tra il 10% e il 20%) e varie altre amenità. Ho anche scoperto che l’iscrizione nel registro del commercio è facoltativa e che all’inizio potrò emettere fatture senza alcuna partita IVA.
L’amabile conversazione è infine giunta al costo del commercialista stesso che – mi spiega – viene calcolata in base alle ore di lavoro necessarie alla dichiarazione: a livello di esperienza della persona impiegata corrisponde costo differente. La sua tariffa oraria – continua con nonchalance – è di 160 franchi, ovvero circa 130 euro. Ho guardato l’orologio. Erano passate due ore. Come per magia la riunione è finita immediatamente.

martedì 2 ottobre 2012

La Svizzera, lo svizzero e la sua paura

La paura è all'origine di infinite aggregazioni sociali, ideologie e religioni. La paura della morte ha portato l'uomo a creare e giustificare l'idea di un aldilà; quella del nemico a costruire torri, mura e fossati; quella dell'altro a teorie razziali devastanti, e via di questo passo.
La paura è anche alla base dell'identità svizzera. E' fondamentalmente l'unica ragione (oltre al formaggio e alla cioccolata) per cui popoli tedeschi, francesi, italiani e romantsch hanno creato una confederazione tanto diversa quanto improbabile. La paura di essere occupati e dominati dai grandi imperi - austroungarico, prussiano, francese - ha portato varie tribù ad unirsi in un patto difensivo che si è fatto via via più stretto e dettagliato per ragioni di sopravivenza, fino a diventare confederazione ed infine stato.
Ma la paura non è solo ragion di stato. La paura è tuttora il tratto determinante del popolo svizzero. In un paese con tassi di criminalità ridicoli, tassi di disoccupazione ad una cifra (e molto bassa), con il reddito pro-capite tra i più alti al mondo e risparmato da terremoti e inondazioni, lo svizzero medio vive tutt'ore in preda al panico. E' come se la paura fosse nei geni. E' solo per un certo senso della cortesia che lo svizzero non fugge a gambe levate quando uno sconosciuto gli rivolge la parola ed è solo grazie all'usura del tempo che gente immigrata trent'anni fa viene considerata innocua (e alcuni vincono anche il premio del passaporto).
Anche la famosa precisione e organizzazione elvetica è in fondo il prodotto della paura (oltre che dell'industria orologiaia fiorita grazie alle lunghe pause invernali che metteva a disposizione manodopera agricola per più tempo). La precisione non è altro che un modo per eliminare l'alea della vita. Il treno che spacca il secondo e che ti permette immancabilmente di prendere la coincidenza con il tram non è altro che una rete di sicurezza contro l'imprevisto, l'incontrollabile e l'imponderabile. La stessa funzione è svolta dalla certezza che ogni violazione delle regole venga punita, spesso grazie alla delazione sistematica. Tutti devono rispettare le regole alla lettera, sennò il sistema crolla e con esso le difese che esso rappresenta. E tale sistema non ammette deroghe e nemmeno eccezioni, perché troppo pericolose. E così è molto meglio - oltre che ridicolo - passare dei minuti interi a fissare un semaforo rosso, in piedi, a guardare una strada deserta, nel mezzo della notte. La cosa non risponde a nessun imperativo di sicurezza (se non ci sono macchine a che serve aspettare?), ma è così incredibilmente, totalmente, assolutamente rassicurante!

sabato 15 settembre 2012

Klettersteig o via ferrata


Per festeggiare la fine dell'estate volevo andare ad arrampicare, ma Jeannine e Adrian sono in Sardegna, May ha una gara di vela, Patrick ha la ragazza, Xavier un impegno. Ho anche messo un annuncio sul sito di arrampicata e l'unico che mi ha risposto è un sessantenne che però mi diceva che il tempo non era abbastanza bello (non so che previsioni abbia guardato, visto che non cadrà una sola goccia di pioggia in tutta la Svizzera). Insomma, per farla breve ho deciso di fare una ferrata che avevo addocchiato in giugno ad Engelberg. Fare una ferrata da solo non è proprio il consiglio del capitolo primo del manuale della sicurezza in montagna, ma chi se ne frega.
Mi dimentico a casa il libro sulle valanghe, la lettura per il viaggio in treno, per cui compro la Repubblica, da cui apprendo che la Tunisia che avevo conosciuto fino ad un paio d'anni fa è impazzita e che delle folle di uomini barbuti con gli occhi iniettati di sangue hanno fatto un macello proprio dietro a quella che per qualche mese è stata casa mia: l'orrido quartiere di Berges du Lac, costruito con soldi sauditi e sede di varie ambasciate, tra cui quella americana. Il giornale non sembra contenere una sola notizia positiva a parte la marea bassa dello spread. Per il resto c'è corruzione, populismo, pre-campagna elettorale e polemiche posticcie sulla morte di un cardinale in fase terminale.
Chiudo il giornale quando il treno arriva ad Engelberg e vengo accolto da una brezza fresca, quasi fredda. Il sole illumina il ghiacciaio del Titlis e nel cielo c'è qualche occasionale parapendio, ma non una nuvola. La passeggiata fino all'attacco della ferrata è puro piacere mattutino.
La ferrata è ben frequentata e davanti a me ci sono tre svizzeri molto concentrati. Dietro arriva un gruppetto di italiani annunciati dal consueto casino. Mentre sto per salire, una delle ragazze mi chiede in inglese "è vero che la ferrata è per alpinisti esperti? Vero? Io ho le vertigini e ho paura. Meglio che non la faccia vero?" Più che delle domande sembra avere bisogno di conferme che sia io che gli svizzeri le diamo: "non farla, è meglio", le diciamo, prima che scompaia sul sentiero normale. E' ormai da molto tempo che ho smesso di tentare di capire la gente.
La ferrata si rivela piuttosto divertente, con vari pezzi perfettamente verticali in mezzo alla parete. Ogni tanto tocca aspettare che quelli davanti si muovano, ma il panorama non delude. C'è anche tempo per mangiare qualcosa e per vedere lo zaino di uno degli svizzeri farsi un volo di cinquecento metri verso valle. Sospetto che lo smartphone che c'era dentro non sarà più smart a fine giornata.
La salita è completamente assistita da supporti metallici o scale, quindi non è tecnicamente difficile, ma è piuttosto faticosa perché interminabile. L'ultimo pezzo - una scala sospesa a dei cavi sopra uno strapiombo - non è per deboli di cuore.

martedì 11 settembre 2012

Sustenhorn


Quello che adoro della Svizzera - oltre al fatto che si pagano poche tasse - è poter andare in montagna in treno. E quando dico montagna voglio proprio dire montagna: si scende dal treno e si inizia a camminare o, in inverno, a sciare. E dove non arriva il treno arriva il Post bus, il mitico autobus giallo delle poste che parte pochi minuti dopo l'arrivo del treno e arriva letteralmente ovunque.
Un'altra cosa che adoro della Svizzera - oltre alle tasse e ai treni - sono le sue montagne. Per un'arcana magia, appena inizio a camminare su un sentiero di montagna scompaiono tutte le piccole frustrazioni quotidiane, la freddezza della gente di Zurigo, il caro-benzina e anche la sconfitta di Federer ai quarti dell'US Open. Nella mia mente si gonfia una specie di gommone su cui galleggiano a intermittenza pensieri che passano senza lasciare tracce. Camminare diventa mezzo e fine.
Il sentiero che sale da Götschenalp è sinuoso e poco ripido, perfetto per guardarsi attorno e anche mangiare i mirtilli che crescono un po' dappertutto. Questo è probabilmente l'ultimo week end d'estate e tutti ne approfittano per godersi un po' di sole, mentre i pastori portano a valle le vacche prima che arrivi il freddo. Per me è l'occasione di salire su un ghiacciaio, almeno finchè non ricominci la stagione invernale.
Il rifugio è piccolo, la cena modesta, la conversazione molto semplice, in particolare perchè capisco una parola su due. Mi concentro sulle cartine topografiche e mi infilo nel mio sacco-letto appena posso. La notte passa stranamente senza troppi problemi, mi sembra anche di riuscire a dormire. La sveglia è alle 4.15, i primi passi nel gelo della mattina sono le solite mazzate alle gambe, ma poi passa tutto e mi trovo a camminare come un automa fino all'inizio del ghiacciaio. C'è qualcosa di magnifico nel rituale dell'arrivo alla lingua del ghiacciaio: la pausa, lo zaino messo a terra, l'imbrago, l'incordatura e soprattutto i ramponi. Sono degli aggeggi magnifici i ramponi, così magnifici che ti permettono di camminare sul ghiaccio. Arrivo in cima al Sustenhorn, a 3.500 metri, che neanche me ne accorgo. Il paesaggio è indescrivibile: una lingua di ghiaccio che si spezza in centinaia di crepacci che lo tagliano come tante ferite trasversali.
La discesa è la solita tortura. Come sempre c'è chi non riesce a fare due passi con lo stessi ritmo e si crea un tira-e-molla insopportabile. A peggiorare la cosa, questa volta, c'è che quella davanti va troppo veloce e quella ditro troppo lenta, per cui vengo tirato contemporaneamente in avanti e indietro. Quando arriamo alla terra ferma tiro un enorme respiro di sollievo: libertà, ognuno con il suo ritno, ognuno per i cavoli suoi.

domenica 20 maggio 2012

Cinema a Zurigo

Oltre che essere una delle capitali europee della musica (ci sono poche tournées che non passano di qui), Zurigo è anche una delle capitali (ignorate) del cinema europeo. Non solo c'è una concentrazione di sale da capogiro in proporzione alla popolazione , ma si possono trovare film di tutto il mondo: dal cinepanettone italiano al film minore argentino, passando per l'Asia e l'Africa. Se uno può permettersi biglietti a 16 euro è una manna.
C'è però un piccolo segreto che bisogna sapere, e questo l'ho scoperto sulla mia pelle negli utlimi mesi: invitare qualcuno al cinema a Zurigo è cosa molto delicata. Al cinema non si va con chiunque, soprattuto non con chi si conosce da solo qualche mese. Ricevere una risposta positiva ad un invito al cinema è cosa rarissima, una specie di consacrazione dell'amicizia o di un amore eterno.
Abitutato ad andare al cinema da solo, con gli amici o con cani e porci, ho inizialmente invitato delle persone a venire al cinema con me. La reazione è stata sorprendente: gli occhi bassi, la voce imbarazzata, le mani portate ai capelli o alle orecchie in segni di nervosismo quasi avessi chiesto di partecipare ad un'orgia con cavalli, asini e cani superdotati. Il cinema, mi sono reso conto, non è luogo in cui si vada alla leggera, così tanto per vedere un film.
Con gli anni la cultura locale ha accettato che è possibile fare del sesso prima del matrimonio, ma andare al cinema proprio no! Per il cinema ci vuole l'anello al dito o almeno qualche documento attestante una sana e robusta convivenza. Non so esattamente perchè il cinema a Zurigo sia così sensibile, forse il fatto di sedersi uno a fianco all'altro nella semi-oscurità, circondati da persone che non si conoscono e quindi ispiranti diffidenza. O forse è il fatto di essere visti in pubblico con un essere dell'altro sesso, magari dalla vicina di casa, ex-agente segreto della Stasi.
Ed è così che il cinema per me è diventata attività autistica, solitaria, spazio di intimità con me stesso. In ogni caso, con i film deprimenti che vado a vedere io, forse è meglio andarci da soli per non deprimere anche gli altri.

domenica 18 settembre 2011

Svizzera: un pezzo di puzzle in più


Vabbé tutti sanno che la Svizzera è un paese efficiente, fin qui nessuna novità. Ma anche se ci si aspetta che tutto funzioni alla perfezione - quando effettivamente succede - si continua a esserne stupiti, soprattutto se si è nati e cresciuti in Italia.
L'altro giorno ho fatto l'abbonamento annuale per i trasporti pubblici di Zurigo, per la modica cifra di 700 euro (efficienti sì, ma non a buon mercato). Con 20 euro ho avuto anche l'abbonamento a Mobility, il car sharing che ti permette di prendere una macchina in affitto per qualche ora, in qualsiasi parte della città e in qualsiasi momento, così che puoi evitare di comprarla.
La signora che mi ha fatto l'abbonamento mi ha detto che nel giro di due giorni mi sarebbe arrivata la tessera a casa assieme al contratto Mobility. Due giorni dopo avevo effettivamente l'abbonamento, con tanto di foto (che avevano già nel sistema). Ho anche rispedito il contratto Mobility. Ho dovuto aspettare altri due giorni per ricevere conferma che tutto era a posto.
Sono poi andato a cambiare la mia patente italiana per quella svizzera (che i ticinesi, traducendo dal francese, chiamano "permesso di condurre"). Sono arrivato alla motorizzazione con un filobus, ho camminato due minuti, ho consegnato la documentazione che mi ero scaricato da internet e dopo altri due minuti avevo finito. "Tra due giorni le arriverà la patente svizzera" mi ha detto l'impiegato. La Svizzera funziona con il sistema binario. Purtroppo in mezzo c'è un week end, ma non avrò dubbi che domani mattina, nella buca delle lettere, ci sarà una busta della motorizzazione civile.
Questo per quanto riguarda la precisione. Poi per quanto riguarda la condivisione c'è ancora qualche margine di miglioramento.
Ieri sono andato con un gruppo di gente che non conoscevo a fare un corso di roccia (multipitch per la precisione). Dopo essere saliti sulla parete accompagnati dallo scampanare di centinaia di mucche ed esserne scesi indenni, abbiamo pranzato sotto un albero. Tutti si sono messi a mangiare quello che avevano portato da casa. La guida alpina aveva solo un paio di brioches. Nessuno gli ha offerto nulla. Sarà che in un passato non tanto lontano sono stato scout, ma per me la montagna è sinonimo di condivisione di quello che ti sei portato dietro con tanta fatica: un pezzo di pane, del formaggio, quello che c'è. Qui non solo non si offre, ma tutti sono imbarazzatissimi ad accettare una semplice offerta: un pezzo di cioccolato o un biscotto.
Nel paese dell'autosufficienza c'è poco spazio per l'interdipendenza.

martedì 6 settembre 2011

Associazioni, nomi e dialoghi

Alessandro Baricco ha creato un personaggio che rideva a crepapelle ogni volta che leggeva i nomi dei cavalli nel giornale. E quell'attività era la sua preferita, se non addirittura l'unica.
Non sono solo i cavalli ad avere dei nomi senza moltzo senso (il mio preferito era Pocket Coffee), ci sono anche i brani jazz, soprattutto quelli strumentali. A patre quelli che tentano di descrivere a parole l'andamento della musica, tipo 'Un sasso nello stagno', 'Dissonanze'o 'Improvisation 13 en la mineur', gli altri hanno titoli un po' a caso come 'Jocker in the Village', senza contare le canzoni semplicemente identificate con un numero progressivo: semplice e diretto, anche se un po' meccanico.

Qualcosa di simile avviene con le vie d'arrampicata. Alcune hanno nomi che richiamano la tecnica necessaria per salire tipo 'Solo con i piedi', 'Zig Zag', oppure 'Appigli ridicoli', la mitica via aperta sulle dolomiti da Maurizio 'Manolo' Zanolla. Ma la maggior parte ha un nome di fantasia, spesso un po' idiota, il primo che passava per la testa del tracciatore, come 'Paglia secca', 'Prurito' o 'Perché no?'.

Ieri, in una falesia al lato del lago di Lucerna, mentre il sole stava tramontando e il cervello stava più pensando alla birra messa in fresco nell'acqua che a soffrire un altro po', ho scoperto che c'era una via che si chiamava 'Wursch und Brot' (pane e salsiccia), seguita da una che si chiamava 'Sänf' (senape). Ho deciso che avrei fatto la via senape, rimandando pane e salsiccia ad un momento migliore.

Da un paio di mesi sto usando la mezz'ora di tram per andare al lavoro per leggere libri d'arrampicata che  parlano estensivamente della paura: quella di cadere, quella di farsi male o dimorire, quella di fallire. Vincere la paura è la prima necessità di chi arrampica. Sembra che l'uomo sia l'unico animale a poter vincere la paura, a reprimere l'istinto di scappare per affrontare con razionalità un evento terrorizzante. Questa è la teoria. Nella pratica ho passato gran parte della giornata aggrappato alla roccia stringendo gli appigli più forte del necessario, con le gambe tremanti e il fiatone. Un diaologo si sviluppava silente a mezza via:

- Mente: "devi razionalizzare la paura"
- Corpo: "ma vai a cagare intellettuale del cazzo"
- Mente: "adesso mettiamo i piedi in alto e spingiamo"
- Corpo: "fallo tu se ci tieni tanto"
- Mente: "siamo solo un metro sopra al rinvio, anche se cadiamo non ci facciamo male"
- Corpo: "francamente preferisco rimanere incastrato in questa crepa"
- Mente: "ma fa caldo"
- Corpo: "chissenefrega"
- Voce fuori campo: "Francesco ci sei? Stai bene? Vuoi scendere? La può finire Andrea se non ci riesci"
- Mente: "vedi, quella poveraccia ti sta facendo sicura da mezz'ora datti una mossa!"
- Corpo: "tanto poi tocca a lei venire su e rimarrà bloccata proprio qui"
- Mente: "adesso basta! Al mio tre: uno due...tre!
[nessun movimento]
- Mente: "sei uno stronzo"
- Corpo: "guarda che è colpa tua, sei tu che sei in panico"
- Voce fuori campo: "Francesco canta questa canzone dello Zecchino d'Oro che ti rilassa: il lungo, il basso, il pacioccone..."
- Mente: "per colpa tua tutti penseranno che siamo dei cretini"
- Corpo: "io non mi preoccupo di quello che pensa la gente di me"
- Mente: "allora perchè contrai gli addominali in spiaggia?"
- Corpo: "mi hai rotto, non lo faccio per te, ma adesso vado"
[entrambi cadono di un paio di metri]
- Mente e Corpo: "ops siamo caduti"
- Mente: "e non ci siamo fatti male"
- Corpo: "dai un occhio al passaggio che ci riproviamo"
- Mente: "non sembra difficile, ci sono dei buoni piedi"
- Corpo: "allora vado"
- Mente: "io ti lascio fare, ci vediamo in cima"

sabato 13 agosto 2011

Street Parade


Una volta all'anno Zurigo impazzisce. Succede in un fine settimana di mezza estate, nel periodo più sonnolento dell'anno. A prima vista non sembra esserci nulla di strano. Le strade sono poco frequentate come tutti i sabati, i tram girano regolari, poco traffico. Ma più ci si avvicina al lago più ci si rende conto che non è un giorno come gli altri. Iniziano ad esserci transenne, poilizia, traffico bloccato. Si inizia anche a vedere gente, sbucata da chissà dove, che cammina tutta nella stessa direzione, chi in gruppo chi da solo. E la gente è vestita in modo strano. Le ragazze sono in minigonna oppure hanno dei jeans attillati e indossano la parte sopra del bikini. Ci sono parrucche rosso fuoco, o verdi, o blu.
Oggi a Zurigo c'è la Street Parade, il festival di musica techno più conosciuto e frequantato d'Europa. Una sfilata di carri pieni gente che balla alla musica di dj famosi. La carovana si muove a lentezza di lumaca a bordo del lago, in mezzo ad una folla oceanica, vestita strana, che balla e beve e che si sfoga nei modi più assurdi e kitch. Centinaia di migliaia di persone si ritrovano ad ostentare corpi mezzi nudi - alcuni accuratamente scolpiti con estenuanti sedute di palestra, altri pateticamente flaccidi e bianchicci. L'ostentazione e la provocazione sono così sistematiche da risultare conformismo, ripetizione banale e senza fantasia di clichés visti milioni di volte. Ii tatuaggio di rigore e il piercing diventano l'anello di congliunzione tra la destra e la sinistra, tra gli svizzeri tedeschi e i gruppi di lombardi con zaino Invicta in spalla.
Ma come dicevano i latini, semel in anno licet insanire, e la funzione sociale della Street Parade è chiara. Dopo il panem tocca ai circenses. E  se serve a far sfogare qualche banchiere un po' troppo rigido va bene anche questo. Nella folla si osa di più, la musica a palla dà coraggio, la birra o qualche pillola ancora di più. E così la gente si parla, i ragazzi rimorchiano le ragazze, che rispondono, sorridono e magari ballano anche . Poi domani ritorneranno tutti nelle loro divise ufficiali e non alzeranno gli occhi dal loro giornale mentre prendono il tram, senza il rischio di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto e ancore meno di dovergli parlare.
Mentre faccio foto ad un uomo vestito da donna e ad una donna vestita da troia con lo sguardo scientifico di un antropologo, mi viene in menta l'aneddoto che mi aveva raccontato un ex-collega. Si trovava in Afghanistan all'epoca ancora controllato dai Talebani che avevano vietato la musica perché contraria al Corano. Ad un posto di blocco gli avevano trovato dei CD e gli avevano chiesto se si trattava di musica. Lui aveva mentito dicendo di no. I Talebani avevano preso i CD ed erano andati ad ascoltarli per vedere se era vero. Quando sono tornati hanno restituito i CD scusandosi e aggiungendo "avevi ragione, è solo rumore". I CD contenevano musica techno.

sabato 2 luglio 2011

La strana storia del dottor DSK

Dominik Strauss-Khan non è più un violentatore. E' solo un fedifrago come ce ne sono tanti, al potere e no. La sua vicenda è stata un feuilletton, un'enciclopedia del gossip e un caso socio-antropologico. Ho letto articoli su DSK in vari giornali, francesi, italiani, americani. A parte gli articoli di cronaca che riportavano tutti esattamente le stesse informazioni, gli altri - gli editoriali per intenderci - si dividevano in due categorie. Uno si aspetterebbe che - essendo DSK un socialista - le due categorie fossero politiche, per esempio: la sinistra lo difende e la destra lo attacca. Invece no. Oltrepassando barriere culturali, economiche, sociali e ideologiche si è arrivati dritti dritti a un bel "donne contro uomini". Con le prime che si sono lanciate in veementi anatemi non solo contro DSK, ma anche contro coloro che avanzavano il principio di innocenza (una ridicola scusa secondo loro) e i secondi che - contro ogni senso del pudore - dicevano più o meno velatamente un "ma che sarà mai!".
La polarizzazione delle opinioni a seconda del sesso è stata tale da offuscare quel minimo di lucidità che contraddistingue quasi sempre gli intellettuali francesi e americani (degli italiani non parlo perché non esistono). I giornalisti non scrivevano più con la testa, ma con la pancia, o meglio con i genitali. La loro identificazione con la presunta vittima o con il presunto aggressore, per quanto mascherata da figure retoriche e riferimenti colti, era totale, quasi infantile. La maggior parte degli uomini sa cosa sia il desiderio e la frustrazione sessuale, mentre la maggior parte delle donne ha sperimentato - da vicino o da lontano - la violenza maschile.
In fondo siamo tutti porci e tutte frigide.

domenica 5 giugno 2011

No Sex in the City

C'era un tempo Sex and the City, che da frivolo telefilm era diventato un mezzo di liberazione femminile. Nell'arco di qualche anno il vibratore a forma di coniglietto usato da una delle protagostiste aveva moltiplicato le vendite per mille: le donne avevano scoperto il piacere senza vergogna (e pazienza se per averlo fosse necessario un supporto meccanico).
Sex and the City ha insegnato ai maschi del mondo che le donne avevano anch'esse un desiderio, benché inesorabilmente nascosto dietro un multistrato di isteria logorroica, elemento imprescindibile quando si parla di genere femminile. Il telefilm ci aveva anche insegnato la banalità del male, l'insostenibile superficialità della tanto decantata complessità femminile. Stuoli di analiste, sessuologhe, psicologhe e femmine di ogni ordine e grado avevano benedetto e ufficializzato negli anni il ruolo sociale di Sex and the City come motore dell'emancipazione del sesso debole. Tale movimento di massa aveva fatto nascere una scintilla di speranza negli animi maschili. Qualcuno si è anche detto: non è che per caso a qualcuna non venga anche voglia di trombare?
Passati gli anni la bolla si è lentamente sgonfiata. In breve e inesorabile tempo siamo passati, quasi senza accorgercene, a una generazione molto meno spregiudicata, annoiata, che si crede matura: quella di No Sex in the City. E' dopo attento e preciso studio che la comunità scientifica è giunta alla conclusione che le proto-quarantenni hanno abbandonato il piacere come obiettivo a corto termine per abbracciare un'ideologia neo-verginale di lungo periodo. Un po' come l'Innominato che tenta di riparare ai suoi crimini passati con il fervore del buon cristiano, le appartenenti a questa nuova generazione riscoprono in tarda età il beneficio purificatore del nubilato e si dedicano anima e corpo (più la prima che il secondo) alla ricerca della felicità: l'amore puro, quello non macchiato dal vile incontrarsi di organi sessuali e liquidi organici. La donna No Sex in the City si spoglia della sua materialità terrena per abbracciare un'intensa spiritualità. Assieme alle sue simili passa ore e ore a discutere dell'amore e a sognare di ricchi principi azzurri, uomini virtuosi che sono interessati esclusivamente alla loro bellezza interiore, possibilmente completamente scevri da inutili ormoni. Alcune sognano di diventare lesbiche, per poter risolvere il problema alla radice. Ed è così che avviene la riscoperta di un'adolescenza postuma, fatta di disillusioni e patimenti, speranze e quotidiana realtà, cinismo e menopausa.
Benché ostentatamente disinteressate alla pratica, la generazione del No Sex in the City continua comunque a parlare di sesso in grande quantità, soprattutto in gruppo. Come dei veterani di guerra che parlano delle loro gesta giovanili, anche le neo-vergini si ritrovano attorno ad un tavolo (sono spesso semi-alcolizzate oltre che tabagiste incallite) ad esprimere giudizi espliciti su uomini conosciuti e sconosciuti. 
Il tutto in attesa che un altro telefilm ci dica come andrà a finire la storia.

sabato 7 maggio 2011

Predicare pallido e assorto

Era da quasi un anno che non sentivo un farneticare mistico di quel livello. L'ultimo che mi viene in mente risale al Nicaragua, su un bus che mi stava portando tra scosse micidiali e un caldo infernale verso Juigalpa. La donna che mi stava urlando in faccia parlava di Dio, di peccati, di punizioni atroci e del flagello della droga (che non si sa perché spunta sempre fuori). Poi ha distribuito dei volantini di una chiesa evangelica e si è messa a vendere dentifrici con ottimi risultati (il senso di colpa è legato a doppio filo con il portafoglio).
Il delirio mistico di Zurigo è stato meno commerciale, ma non meno violento. Anche qui una donna, segno che l'emancipazione si diffonde in tutte le direzioni. Il discorso all'apparenza articolato non aveva alcun senso logico, ma il suo inglese condito da un accento asiatico era molto affascinante. E' salita su una panchina e si è messa a predicare tra la gente che si era riversata in riva al lago per catturare gli ultimi raggi di sole del venerdì pomeriggio, accatastati gli uni sugli altri come un gruppo di iguane marine, qualcuno anche brandendo degli enormi würstel come fossero delle spade. Poco lontano un emule di Jimi Hendrix suonava una chitarra elettrica: da Woodstock alla Borsa di Zurigo il passo è breve.
Io ero assorto in pensieri vari e assortiti, di cui quasi nessuno molto coerente e praticamente tutti molto pieni di una certa delusione quasi stantìa. Ogni tanto guardavo la donna che continuava la sua invettiva contro il marcio dei governi, sbracciandosi in favore della Salvezza e della Parola. Qualche passante gridava un Halleluja senza fermarsi e senza riuscire a fermarla.
Mi piace guardare la gente, osservarla camminare, parlare al cellulare, prendere il tram o stare sdraiata in riva al lago. Trovo l'umanità sconosciuta e casuale più intrigantedi quella più conosciuta e usuale. E così mi sono messo ad osservare un gruppo di ragazzetti vestiti da fighetti che stava proprio vicino alla predicatrice. E tra questi c'era un ragazzetto più fighetto degli altri, con i capelli tagliati di recente e una camicia di un bianco quasi artificiale, sbottonata proprio al punto giusto. E aveva degli occhiali neri e stava fumando una sigaretta ccon molta intensità ed è perfettamente cosciente che il gesto che sta facendo ha una valenza plastica che supera il valore della sigaretta stessa: era la descrizione pura del senso di superiorità.
A fianco al ragazzetto c'era una ragazza piuttosto carina. Una di quelle rare ragazze che non sono pienamente coscienti della propria bellezza. C'era qualcosa di insicuro in lei e guardava il ragazzetto con certi occhi in cui si mischiava un'indiscussa ammirazione a un desiderio di complicità represso.
Non so se lui se ne fosse accorto, forse troppo concentrato sulla perfezione del suo gesto di esperto fumatore per avere sufficiente interesse per lei. Comunque ad un certo punto il ragazzetto ha iniziato a prendere in giro la predicatrice, dicendole cose che non ho capito bene (ero un po' troppo distante o forse la mia sordità sta crescendo). La donna ha continuato la sua predica ed il gruppetto, già un po' alticcio e galvanizzato dall'effetto-branco, ha iniziato a gridarle contro e a ridere e a fare gesti e in tutti quei gesti c'era così tanta arroganza che non veniva alcuno dubbio che nessuno di loro si vergognava di essa o di sé. Alcuni se ne sono andati urlandole dietro ta gueule e non ho capito se fossero francesi oppure se usassero una delle tante espressioni che gli svizzeri tedeschi prendono in prestito da altre lingue, come sorry sorry o merci.
La donna ha continuato l'orazione, anche se con meno passione. Essere insultati non deve essere piacevole neanche se te ne freghi dell'opinione che gli altri hanno di te. Poi si è spostata ed è venuta vicino a me, mettendosi dietro a due ragazze che mangiavano da un contenitore di plastica tenendo un cane piccolo e ricciuto al guinzaglio. E ha ripreso a parlare. E anche qui una delle due ragazze si è girata e le ha urlato ta gueule e poi ha riso, non so se per imbarazzo o per fierezza e i nostri occhi si sono incrociati per una frazione di secondo e lì ho capito che era più la fierezza che l'imbarazzo, anche se sembrava chiedere inconsciamente la mia approvazione.
Ho distolto gli occhi dai suoi, ho preso la mia giacca e mi sono incamminato lentamente verso la fermata del tram numero 2, direzione Farbhof.

lunedì 2 maggio 2011

L'ideologia della lentezza

Che cosa si nasconde dietro l'ostentata, minuziosa, perfezione del modello svizzero ? Quale oscura colpa primigenia permette di pagare solo il 10% di tasse? Quale putrido scheletro nell'armadio è stato mascherato così bene dalla linda precisione elvetica?
Queste domande mi sono posto negli ultimi mesi semza tuttavia riuscire a trovare una risposta adeguata. Non il segreto bancario (ormai superato senza troppi ingombri, non solo dalle isole Cayman, ma addirittura dal Lussemburgo), né oscuri e improbabili complotti dietrologici. No, il vero lato oscuro della forza è un altro, strisciante e insinuante eppure così evidente. Forse troppo evidente per rendersene conto a prima vista. La vera ombra della Svizzera è la lentezza.
I tram sono il fiore all'occhiello di Zurigo: puliti, nuovi, ubiqui. Senza eccezione devono essere i tram più lenti dell'universo. Perché qui non è importante arrivare prima, qui l'importante è arrivare puntuali. E quindi capita (e anche abbastanza spesso) che se prendi un tram la domenica mattina presto, questo si arresta alla fermata anche se non c'è nessuno in attesa e nessuno che scende. E poi rimane fermo in attesa come di un evento previsibile che però non si manifesta. E poi riparte, fino a fermarsi poi di nuovo e attendere ancora un po': si aspetta che il monitor a fianco del conducente in cui sono segnati gli orari con tanto di secondi, indichi che è giunto il momento di partire.
Ma la lentezza non è sono appannaggio dei mezzi di trasporto (e delle macchine non parlo neanche, ma basti citare che non esiste tratto di strada senza l'autovelox di rito), la lentezza c'è anche al supermercato. In Italia andare al supermercato sembra uno sport olimpionico. Ci sono famiglie che si organizzano come se fossero membri di una forza d'assalto dell'esercito americano: uno va a prendere il biglietto del banco dei salumi, un altro corre alla frutta e verdura, un altro si occupa dei detersivi. E poi alla cassa è una catena di montaggio.
In Svizzera sembra di essere in una casa di riposo. Appena lo svizzero entra in un supermercato entra in una fase di rincoglionimento istantaneo e acuto: cammina come uno zombie, si attarda per corsie dove è chiaro non comprerà nulla, legge le etichette anche della carta igienica (che non si sa mai). Ma il meglio di sé lo dà alla cassa: dopo aver messo pazientemente (leggi molto lentamente) i suoi acquisti sul ripiano, guarda la cassiera passare oggetto per oggetto sul lettore di codici a barre, senza muoversi, quasi incantato dai gesti veloci (ma non troppo) della donna. Poi quando il totale è servito, presenta la sua carta-coop e infine paga, generalmente con il bancomat che si ricorda all'ultimo istante di aver lasciato in fondo ad una borsa gigantesca. E' solo dopo questa lunga trafila che inizia ad inserire gli oggetti ormai suoi in uno o più sacchetti (generalmente di tela e generalmente estratti da una tasca o dalla borsa gigantesca).
Più volte ho tentato di mostrare il buon esempio imbustando la spesa mentre la cassiera (piuttosto stupefatta dall'invenzione) passava gli oggetti sul lettore di codice a barre. Ma la mia invenzione non sembra avere attecchito. Deve essere apparsa troppo veloce e quindi troppo pericolosa.

sabato 16 aprile 2011

Riflessioni durante una partita di calcio

Vicino a casa mia c'è un posto che non riesco a definire. E' una specie di bar che serve la birra più economica di Zurigo. Ci sono quattro televisioni che fanno vedere ognuna una partita di calcio diversa. Su una parete ci sono dei computer connessi a internet che nessuno usa. I clienti vengono da ogni angolo del pianeta tranne che dalla Svizzera. Molte delle facce parlano del corno d'Africa: Eritrea, Etiopia, Somalia. E poi ci sono gli slavi: serbi, croati, kosovari. L'unica parola che capisco, quando un giocatore sbaglia un gol, è "Scheisse", merda.

Il padrone oggi fa l'anfitrione. Invece di limitarsi a tirare fuori lattine di birra da mezzo litro, sposta i divani consunti in modo che tutti abbiano la visuale migliore. Da sotto i divani escono montagne di polvere e detriti vari, ma questo è un dettaglio.

Mentre tutti fissano lo schermo con Real Madrid - Barecllona, el clasico, sugli altri schermi si consuma la morte lenta del calcio italiano: Milan-Sampdoria 3 a 0 e Parma-Inter 2 a 0. Per qualche minuto le tre partite si sovrappongono, ma le velocità sono completamente diverse. In Italia tutto sembra girare al rallentatore.

Alla pausa riempio il tempo sfogliando una copia de Il Giornale, abbandonato là chissà da chi. Uno dei titoli in prima pagina dice "Altro che pacifista, odiava Israele". L'articolo parla di Vittorio Arrigoni, l'attivista pro-palestinese ucciso a Gaza da militanti islamisti. Vittorio Arrigoni era arrivato nei territori occupati nel 2008, pochi mesi dopo che io ero partito; non l'ho mai conosciuto. Di lui mi ricordo delle interviste a Caterpillar durante l'operazione "piombo fuso". Mi era parso ideologico e mi aveva ricordato certi italiani che avevo conosciuto in Colombia che sembravano vedere solo le porcherie dei paramilitari e non quelle delle FARC. Ma questa era solo un'impressione: vivere sotto i bombardamenti non facilita certo il distacco oggettivo e l'analisi accademica.

Con tutte le precisazioni del caso, ammiro le persone come Arrigoni che si dedicano anima e corpo a un'idea, che vivono senza badare al risparmio o alla convenienza, rimettendoci a volte la pelle. E' capitato ad un altro ragazzo italiano nel 2006: stava camminando lungo le mura della città vecchia di Gerusalemme, per una strada che ho fatto a piedi tante volte, ed è stato accoltellato da uno squilibrato di Jenin che voleva uccidere un israeliano.

L'articolo de Il Giornale è un ingorgo sintattico prolisso e quasi illeggibile, che ribolle di rabbia. Ricorda a tratti i deliri di Oriana Fallci nel dopo 11 settembre. Lo finisco con una certa fatica, senza riuscire veramente a capirne il senso, tranne il fatto che vuole difendere Israele per un crimine che non ha commesso. Non so se l'autrice abbia anche scritto il titolo (ci sono persone che di lavoro fanno solo quello e a Il Giornale devono avere molto lavoro). Se avessi tempo e voglia, scriverei una lunga lettera al direttore chiedendogli se di Ghandi avrebbe scritto "altro che pacifista, odia la Gran Bretagna". Seppur lieve, c'è una certa differenzta tra l'odio (presunto) e la violenza. Di fronte alla morte, in certi casi, sarebbe meglio tacere.

martedì 1 marzo 2011

Non sopporto e mi piace

Non sopporto le persone superficiali, quelle stupide e quelle che non sanno d'esserlo. L'arroganza la accetto solo da chi se la merita (e sulla lista ce ne sono pochissimi e quasi sempre potrebbero farne a meno). Non sopporto il senso di superiorità, soprattutto se non giustificato. Non sopporto chi non risponde agli sms, alle telefonate, alle e-mail, a chi si nasconde quando è connesso a internet come se fosse una star di Hollywood. Non sopporto le frasi fatte, la gente noiosa e quella che non sa annoiarsi. Non sopporto chi ricerca la complicazione e il glamour per nascondere la propria mediocrità, né chi tenta di essere ironico e sarcastico senza riuscirci. Non sopporto la banalità.
Apprezzo il pensiero che riesce a smembrare una complessità in un tessuto integrato di semplicità. Mi piace chi ride di gusto, chi non si guarda dall'esterno, chi non ha paura di avere paura. Mi piace chi ti dice faffanculo in faccia, o brutto stronzo, o pezzo di merda, perché un insulto detto a brutto muso é mille volte meglio di un finto complimento, o di un silenzio misterioso. Mi piacciono le persone che capiscono al volo, con cui comunichi per immagini e non per parole. Mi piace chi apprezza il silenzio, la solitudine, la bellezza nascosta. Mi piace chi si sporca le mani, chi definisce la propria moralità senza moralismi, chi si rimette costantemente in gioco e anche chi non risce a vivere senza giocare. Mi piace chi cammina sopra ad un filo senza rete, chi non si vergogna ad amare, chi preferisce essere patetico che essere misterioso.

sabato 19 febbraio 2011

La casa




La tua casa è la lingua che parli. Era l'anno 2000, o forse addirittura il 1999. L'11 settembre era ancora una data come tutte le altre, tranne - s'intende - per i cileni. Prodi era Presidente del Consiglio e Berlusconi sembrava sul punto di scomparire per sempre dalla scena pubblica. Si scoprì in seguito che più che una meteora era una stella cometa, destinata a tornare ciclicamente, dando l'impressione di essere sempre là.
La tua casa è la lingua che parli. Fu a Strasburgo, in un cinema del centro, una domenica mattina (a Strasburgo ci sono cinema che danno i film a tutte le ore). La sala era mezzo vuota, nonostante la presenza del regista, un italo-americano che aveva fatto un film con Asia Argento. Il film era mediocre, ma la frase del regista mi rimase in testa.
La tua casa è la lingua che parli. Dovrei chiederlo al barbiere di Martastrasse. Casa sua è Zurigo oppure Napoli, la città in cui probabilmente non ha mai vissuto ma di cui ha l'accento. Avrei dovuto chiederlo alle due prostitute dell'est (secondo 20 Minuten, il giornale distribuito gratuitamente nei tram di Zurigo, sono 1.200 le nuove prostitute arrivate a Zurigo nel 2010) che facevano colazione nel bar dietro l'angolo. Il cameriere deve aver pensato che scherzassi quando gli ho chiesto un cappuccino e una brioche. La macchina del caffé doveva essere di puro decoro, l'ultima volta che é stata usata per fare un espresso deve essere stato a fine anni ottanta. E poi la brioche! Dove andremo a finire se la gente, alle dieci di mattina, chiede cappuccino e brioche invece della solita birra?
Se l'italiano è la mia casa, allora trovare casa è piuttosto semplice. E poi posso permettermi il lusso di avere delle seconde e terze case: quelle per le vacanze e il lavoro. Non so che lingua parli casa mia. Forse quella dei pochi oggetti che la abitano, raccolti un po' per caso qui e là, trasportati in tram, tra l'ammirazione e i sorrisi quasi imbarazzati dei zurighesi: chi si scosta per farmi appoggiare il mobile che trasporto, chi mi apre la porta, chi si chiede perché giro con una cassettiera tra la fermata del 33 e quella del 2.
Casa tua è dove c'è il tuo nome al campanello, dove viene gente a cena (quando viene), dove c'è la tua musica, dove non hai paura, dove dormi, dove il frigo è pieno, dove c'è vino, dove puoi passare un sabato sera da solo senza sentirti obbligato ad uscire.

martedì 15 febbraio 2011

Hard & Poor

Come il nostro Presidente del Consiglio, sono anch’io circondato da mignotte. A fianco a casa mia c’é il bar Play Boy, di fronte il club Pattaya, al lato l’Erotik Factory (che per dimensione magari non sembra proprio una fabbrica ma di sicuro un grande labratorio artigianale). Più in là c’é il Sexy Shop Discount, l’equivalente della Lidl nel campo di vibratori anali e pornografía assortita.
Il meno che si possa dire è che Zurigo non è una città moralista. Il principio è che ognuno fa quello che vuole, basta che lo faccia in silenzio, con ordine, che paghi le tasse e che metta la carta fuori dalla porta il giorno della raccolta, legata da una cordicella per evitare che si scomponga quando viene caricata sul camion (attenzione a non confondere la giornata della carta con quella del cartone!). Gli orari dela raccolta sono precisati in un comodo calendario che si può attaccare al frigo e – per chi dovesse avere deficit di concentrazione e memoria – la sera prima arriva um messaggio sul cellulare.
Langstrasse é il cuore dela zona hard. Ogni cento metri c’è un club a luci rosse. Se ci si va il sabato mattina, invece di voyeurs inquietanti che si aggirano con lunghi impermeabili grigi e l’aria circospetta come vuole la classica iconografia, si incontra un’umanità variopinta che gira per le bancarelle di oggetti usati del mercatino di Helvetiaplatz. C’è qualche appassionato d’antiquariato, un improvvisato cultore del vintage, il ragazzo in cerca di una bicicleta usata (o meglio rubata di recente). E poi c’è una maggiornaza di persone – single, in coppia, con tutta la familia – in cerca di oggetti di uso comune che costino poco. Sono gli abitanti poveri di una delle città più ricche della Svizzera, a sua volta uno dei paesi più ricchi al mondo. E’ ad Helvetiaplatz che si possono trovare sci e scarponi usati, piatti e bicchieri, ferri da stiro, strumenti musicali, giocattoli, lampade, pentole, sedie, martelli e cacciaviti. I vestiti sono stinti, le scarpe rovinate, si parla qualsiasi lingua tranne il tedesco.
“Sette Franchi? Ma se prima mi ha detto cinque?” è un uomo sulla sessantina che parla ad una donna sulla settantina, con un forte accento napoletano. “Si deve pur sopravvivere”, gli risponde lei con filosofia, aggiungendo che nel prezzo è incluso l’avvolgimento in carta da giornale e il sacchetto di plastica: un vero affare!  

sabato 29 gennaio 2011

Le stelle

Le stelle sono belle da vedere e brillano lucenti, ma si vedono solo di notte. Di giorno la luce del sole e' troppo forte. Le stelle sono timide, non appaiono istantaneamente. Devi aspettare un po' di tempo e poi le vedrai. Dove vanno a dormire le stelle? Da nessuna parte. 
Se tu guardi le stelle con il cannocchiale sono gigantesche. Alcune - ogni tanto - cadono, ma non si fanno mai male. Altre vanno e vengono, come le nuvole, ma non si fermano. Passano veloci e quando sfiorano il sole si mettono uno strascico bianco come le spose. E poi se ne vanno come sono venute, lasciandoci ad aspettare il loro ritorno per centinaia di anni. Io non ho mai visto una stella cometa. E tu? Se esprimi un desiderio secondo me si avvera.
Io le stelle le adoro perché illuminano tutta la terra seza fare rumore. E' bello quando stai volando sopra un mare di nuvole e mandi lo sguardo verso l'alto e vedi una coperta nera piena di punte di spillo. E magari pensi a Kant o sei semplicemente leggero.
Le stelle sono luminose perché c'è il buio e il buio è scuro.

(testo di Matilde Valenti e Francesco Bruscoli, rispettivamente 6 e 36 anni)

domenica 23 gennaio 2011

Haiku



Vista sull'inverno


Bianchi sceletri
Cadono pesanti le
Foglie di neve

giovedì 20 gennaio 2011

Di ritorno

E' tornando a casa (se si può chiamare casa un albergo) tardi la notte, dopo una cena di Natale sposatata al venti di gennaio che qualcosa si muove dentro di te. Stai camminando sotto radi fiocchi di neve per le strade sconosciute e fredde di Zurigo. Hai lasciato colleghi alticci parlare di lavoro e soldi e figa (insomma le cose che interessano a tutti). Ti sei anche fumato una sigaretta, tu che odi il fumo , che hai rotto i coglioni a tutti quelli che ti circondano perché smettessero di fumare. Lo hai fatto perché in fondo anche tu hai bisogno di quel qualcosa in più per sentirti più sicuro di te, oppure solo perché non volevi startene solo sul divanetto a guardare il muro di fronte come la sera precedente (con la differenza che la sera prima c'era un concerto jazz stupendo e il tuo sguardo si perdeva in mezzo a note che danzavano nell'aria e non sembravi un perfetto imbecille). E sei anche stanco, la settimana é stata lunga, hai dormito poco, hai appena iniziato un nuovo lavoro in una città che non conosci dopo un anno di cazzeggio estremo. Insomma hai tutte le scuse del mondo per esonerarti da ogni colpa, ma mentre stai tornando verso il tuo albergo sotto la neve, senti quella familiare sensazione di perenne sconfitta che ti accompagna da anni. E non importa se la sconfitta é importante oppure frivola, se un uomo é stato torturato e ucciso perché tu non hai fatto abbastanza per lui, oppure una ragazza ti ha ignorato o fatto finta di farlo. Non importa perché in fondo a te stesso quella sconfitta ti piace. Non solo, ma ogni volta che ti senti un vincente perché attorno a te si moltiplicano i simboli del potere, non stai bene finché non ti senti perduto e solo: camminare sotto la neve in mezzo ad un centro senza un'anima, oppure in mezzo ad un deserto sotto un cielo di stelle. Perché daresti tutti i biglietti di business class per dodici ore di un bus scassato e puzzolente nel mezzo del nulla, perché in fondo non te ne frega niente della politica del potere, che continui a guardare come fosse una manifestazione antropologica, con quel gusto e quel distacco supponente da pseudo-intellettuale, che si compiace della sua presunta superiorità.
Ed é continuando a camminare, rincorrendo un tram di mezzanotte per non prendere un taxi che ti senti bene, quasi felice. E fai le scale tre alla volta come nella canzone di Dalla, ma invece di sederti sul divano ti metti di fronte al tuo computer e scrivi. E poi hai in testa già la frase che scriverai alla fine del tuo racconto. Sai già che nonostante tutte le vittorie a cui potrai aspirare in vita tua, l'unica cosa che ti fa sentire te stesso é la tua malinconia, che non scambieresti per tutta la felicità del mondo, perché quella malinconia ti definisce più della tua carta d'identità, quella melancolia sei tu.

sabato 15 gennaio 2011

Habemus casam


Martastrasse 114, 8042 Zurich. L'indirizzo è un po' freddo, ma questo sarà il posto che chiamerò casa per un po' di tempo (mesi? anni?). E' la prima casa non ammobiliata in cui vivrò, segnale ineluttabile che sto diventando grande. Ci entrerò il primo febbraio, il giorno del mio compleanno, rispettando la tradizione che voleva che iniziassi o finissi una missione (Etiopia, Tunisia).
Ho superato la selezione degli affamati di casa, ho vinto la lotteria tra la massa di quelli che volevano abitarci. Ho corrotto l'inquilina che ci abitava in cambio di facili risate ottenute con gesti e parole da guignol: mi ha raccomandato all'agenzia. Il mio contratto di lavoro ha fatto il resto. In fondo sono una persona più che rispettabile. Quando mi metto in giacca e cravatta mi verrebbe voglia di votare per me stesso alle elezioni. Mi metto raramente la giacca e quasi mai la cravatta. Ho poche possibilità di eleggermi.
Le stanze avrebbero forse visto facce più felici, forse più tristi, ma vedranno la mia. Adesso devo trovare dei mobili, dei soprammobili, dei sopra-soprammobili, degli inner-mobili. Dovrò svuotare la cantina di mio padre di palle di vetro comprate ad Hebron, ceramiche tunisine, tessuti boliviani e portare tutti i miei viaggi in soggiorno a tenermi compagnia mentre leggo un libro in ciabatte (di goretex).