lunedì 10 giugno 2013

La Madrid gregaria


Il vero monumento di Madrid non è il Prado, né il Palazzo Reale, ne la Puerta del Sol. Il vero monumento di Madrid - la ragione per cui ci si va e ci si vuole ritornare - è la sua gente. Gli abitanti di Madrid non sembrano avere una casa, vivono per strada, mangiano in piedi, camminano a tutte le ore, non si nascondono mai. Se ci fosse un opposto fisico di Zurigo - la città in cui tutti hanno paura di tutti - sarebbe sicuramente Madrid, il posto in cui ti si rivolge la parola nel modo più spontaneo e naturale.
La domenica mattina faccio un giro per il Retiro, l'immenso mercato in cui si vende di tutto. Più che per comprare, vale la pena venire a mangiare tapas, bere una caña e guardare la massa umana muoversi tra i banchi a passo di lumaca. 
Poco lontano, in una piccola piazza, c'è una donna esagitata che fa ballare un'umanità varia e piuttosto sedentaria (almeno a giudicare dai grossi culi). La musica è di Tarkan e le mosse sono vagamente arabizzanti. La piccola folla muove le anche, le braccia e le spalle, obbedendo agli ordini come un esercito obbediente (e un po' scoordinato).

Lascio i ballerini della domenica e poco lontano mi imbatto in una manifestazione di estrema sinistra. Varie centinaia di persone sono raggruppate a cerchio. Alcune hanno delle bandiere, c'è un megafono, tutti scandiscono slogan generici: disobbedienza, anticapitalismo, rivoluzione. E' senza dubbio la manifestazione più statica che abbia mai visto. Tutti stanno in piedi e seguono il ritmo dello slogan pronunciato dal megafono. Più che per protesta sembra che siano tutti lì per vedersi ed incontrarsi. Me li immagino rompere i ranghi di lì a poco per andare a mangiare dei calamari fritti con una birra fredda, belli soddisfatti. 

sabato 18 maggio 2013

Djibouti


Djibouti è un microstoato con pochi abitanti, poca acqua e nessuna ricchezza naturale. La sua principale risorsa è trovarsi all'imbocco del Mar Rosso, il passaggio obbligato di tutto il commercio marittimo tra Europa e Asia, la posizione più strategica del terzo millennio.
Tra la guerra in Yemen e quella in Somalia, in una regione popolata da pirati e islamisti, tutte le grandi potenze si danno di gomito per mettere un piede a Djibouti. E Djibouti li ospita tutti (a pagamento s'intende). La Francia ha una base storica, l'unico punto d'appoggio in Africa Orientale. I francesi hanno costruito un intero quartire per ospitare i militari e le loro mogli. Gli americani sono sbarcati da qualche anno e hanno come al solito costruito i loro fortini medioevali supertecnologici, supersicuri e da cui non escono mai, nemmeno per andare a fare la spesa (meglio MacDonald's del pesce fresco). Anche i giapponesi sono qui, e i tedeschi e persino gli italiani, che tra tutti i militari sono i più rumorosi e i più sovrappeso.
Djibouti è praticamente una città-stato che ruota attorno al suo porto, da cu transita petrolio e centinaia di migliaia di container ogni anno. Visti da una delle colline che sovrastano la baia, sembrano tanti mattoni di lego impilati gli uni sugli altri. Come si riesca a prendere un container che sta sotto dieci altri resta un mistero.
A causa delle tensioni con l'Eritrea, da cui in passato arrivavano tutte le merci, Djibouti ora è la porta di entrata e di uscita dell'Etiopia, il gigante da 90 milioni di abitanti. La strada che collega Addis Abeba a Djibouti è una lunga e interminabile coda di TIR che ansano per le salite, tagliano le montagne e il deserto di sassi: una migrazione di gigantesche formiche multicolori.
Nel senso inverso scendono i camion vuoti. A parte il caffé, sono poche le merci che l'Etiopia esporta. Ce n'é una però che fa la gioia degli abitanti di Djibouti, il kat, una pianta che contiene anfetamine naturali e che si mastica per ore bevendo caffé, fumando narghilé e parlando tra amici e conoscenti. E' una droga a tutti gli effetti, ma talemnte diffusa in questa regione che serebbe impensabile proibirla (quando gli arrivi sono in ritardo si rischia l'ammutinamento generale).
E' forse grazie al kat che il melting pot culturale di Djibouti - tribù nomadi pastorali e agricole, immigrati somali, yemeniti ed etiopi oltre che il viavai di marinai e militari di ogni colore e bandiera - non esplode. Djibouti è uno stato musulmano in cui la birra scorre a fiumi, alleato delle grandi potenze ma intoccato dal terrorismo qaedista, fatto di tradizione e vita notturna. Punto di incontro degli opposti, ognuno ne trae beneficio, per cui nessuno cerca la destabilizzazione, almeno per il momento.

giovedì 16 maggio 2013

Notizie in volo


Uno dei vantaggi di vivere in Svizzera e passare molto tempo in viaggio è la difficoltà di seguire l’attualità italiana, con accesso sporadico ai giornali e zero televisione. Mentre mi imbarcavo sul mio volo Kenya Aiways da Nairobi a Djibouti, pregustavo già l’assenza di notizie nostrane: lontano dagli occhi lontano dal cuore.
Con immensa gioia ho aperto il Daily Nation per scoprire che gli allevatori keniani stanno comprando dei materassi per le mucche, per evitare malanni e aumentare la produzione del latte. Molto interessante anche il consiglio della FAO che prescrive di mangiare gli insetti – ricchi di proteine e poveri di grassi – come cura contro la malnutrizione (le mucche, dal loro nuovo letto, ringraziano). Mi stavo già avvicinando alla pagina dello sport per leggere l’ennesimo articolo sulla grande rinuncia di Alex Ferguson (almeno uno che decide di andare in pensione) quando sono stato colpito mentre avevo la guardia abbassata. Un articolo sulla requisitoria della Bocassini si era infiltrato senza permesso, obbligandomi alla rilettura di tutti i particolari già conosciuti sull’affare Ruby Rubacuori. Finendolo, mi sentivo quasi al sicuro, navigando in piena confidenza verso i risultati della squadra di rugby del Kenya, quando sono stato colpito da un montante sinistro, questa volta senza via di scampo: la foto del volto garrulo di Briatore che annunciava la prossima apertura di un Billionnaire a Malindi. L’articolo parlava di piani immobiliari a cinque stelle e di ben quattro persone che hanno comprato un immobile senza aver mai messo piedi in loco. Tutto sulla fiducia assicura Briatore.
Di sicuro uno di cui ci si può fidare.

venerdì 26 aprile 2013

Lusaka

 
 
Andare dal Malawi allo Zambia è come prender un ascensore temporale: si procede di trent'anni nello spazio di un volo di poche ore. Mi aspettavo una città africana e invece mi trovo praticamente in un posto a metà tra l'Africa, l'Europa e gli Stati Uniti. Il paesaggio urbano trasuda modernità, marketing e comunicazione di massa. Non ho il tempo di uscire dalla città ma immagino che l'Africa inizi là dove finisce l'ultima casa, ma l'illusione è efficace.
La mattina, facendo colazione, leggo nel giornale che una donna si è suicidata perché ha scoperto su facebook che il suo fidanzato si era sposato con un'altra donna. Sul pericolo di facebook per la salute umana non ho mai avuto dubbi, sulla fragilità umana neanche.
Di Lusaka ho visto uno stadio in costruzione, l'aeroporto e il mio albergo. C'è però da dire che mentre cenavo a lume di candela ad un tavolo tutto maschile, ho assistito ad una scena profondamente surreale ed intensa. Il gruppo che suona per i clienti, che fino a quel momento si era esibito in una performance soporifera di musica per supermercati, intona "Bella Ciao" in italiano. Guardo l'orologio e mi rendo conto che è il 25 aprile: buona resistenza a tutti.

Blantyre



L'aeroporto di Blantyre, la capitale commerciale del Malawi, vince il premio miniatura. In uno spazio poco più grande del mio appartamento c'è il controllo passaporto, la sicurezza e il nastro dei bagagli, che sembra quasi un giocattolo e più che fare girare le valige le fa cadere per terra con gran clamore.
Fuori dall'aeroporto non c'è quasi nessuno. A differenza che nelle altre grandi città africane, non c'è rumore e non c'è ressa. Ci sono un paio di tassisti abusivi che non insitono quando rifiuto il passaggio. Per il resto calma piatta. Il resto della città è uguale: Blantyre capitale dell'understatement.
La strada sale per delle colline piene di vegetazione e la macchina sorpassa varie biciclette stracariche di carbone, spinte a mano da uomini di cui si vede solo la schiena ricurva e tesa a causa dello sforzo. Si tratta di piccoli commercianti che vanno a comprare il carbone all'ingrosso e lo rivendono ai lati della strada. Secondo la legge la vendita di carbone è illegale, perchè cause deforestazione. Ma le leggi per essere applicabili devono anche essere realizzabili: senza carbone non si cucina e non c'è altra alternativa. La legge è stata seppellita nel cimitero delle leggi dimenticate.
Blantyre è una città misteriosa, perché sembra non esistere. Si può guidare per mezz'ora per le sue strade ma non si vede gente, né case. Dove si nascondano i suoi abitanti è un mistero. Ci sono molti alberi e poco traffico, senza dubbio è una delle più belle città dell'Africa subsahariana.
Quando riparto, dopo un paio di giorni, ripasso per l'aeroporto più piccolo del mondo. Il check in si fa con carta e penna e il gate delle partenze è una porta a vetri. Mentre cammino verso la scala dell'aereo, guardo il cielo blu macchiato da grandi nuvoloni bianchi: uno splendido cielo africano.

martedì 2 aprile 2013

Queste le prime righe del romanzo "Radice di due"

Mi svegliai in un bagno di sudore e sperma. Erano scomparse le cosce della Marini, le sue labbra gonfie, le tette, il culo, tutto. Rimaneva un letto sfatto e una stanza buia. Una sveglia mi richiamava alla realtà – o a ciò che consideriamo tale – implacabile come una ghigliottina. Un odore acre e familiare saliva dalle mutande verso il naso. La delusione scendeva dal mio cervello verso i miei genitali depressi. Per una logica ovvietà la doccia prevalse sulla colazione e mi ritrovai ad invertire il mio rito mattutino: prima il sapone e poi il caffè. 
Pioveva, era mercoledì e fuori dalla finestra c’era Castelfranco Veneto, più insipida del solito. La strada era bagnata, la pioggia aveva formato delle pozzanghere irregolari e profonde da cui schizzi di acqua sporca si alzavano al passaggio di vecchie utilitarie guidate da uomini con la faccia nera e berretti calcati fino alle sopracciglia. Da un po’ di tempo il triveneto produttivo non era più quello della mia infanzia, ovvero: soppressa, lavoro, Mercedes ed evasione fiscale; tranne per l’evasione fiscale s’intende. 

sabato 23 marzo 2013

Il mio libro



Per chi fosse interessato è uscito il mio primo romanzo "Radice di due":


Michele Rotondi è professore di matematica e fisica al Liceo Scientifico Giorgione di Castelfranco Veneto. Non ha una vita sociale, né affettiva. Sullo sfondo di un Triveneto post-produttivo, incattivito e xenofobo, il suo rifugio è costituito dagli scacchi, dalla matematica e da una certa propensione per il sogno ad occhi aperti. E’ un perdente a tutti gli effetti, la cui sconfitta quotidiana si materializza in ricorrenti fantasie erotiche per una collega. Ma un evento improvviso, a tinte gialle, sconvolgerà la vita di Michele Rotondi fino a farlo entrare in una spirale discendente in cui ogni sua certezza verrà sgretolata, anche la più solida: la sua presunta estrema razionalità. 

http://radicedi2.blogspot.ch/