domenica 14 luglio 2013

Tschingelhorn

A volte mi chiedo chi me lo fa fare. Succede spesso quando mi sveglio alle quattro di mattina in un rifugio affollato e insaporito di tutti gli odori delle notte (e dei calzini del giorno prima). Oppure mentre sto salendo a fatica, sul ghiaccio o sulla roccia, e solo la necessità di andare avanti riesce a scacciare la paura.
A volte mi giuro e spergiuro che basta, il prossimo week end al lago a far arrostire würstel. E la decisione sembra presa e con molti punti esclamativi. E poi ci sono le vesciche ai piedi, il mal di spalla, lo zaino, le scottature, le labbra secche, la sete, il caldo, il freddo, la scomodità dell'imbrago, il senso di costrizione della corda, il muoversi impacciati dei ramponi, senza parlare di questa picozza che serve per mezz'ora e te la devi portare dietro per due giorni.
E tutto questo per qualche minuto di panorama mozzafiato, a 3.500 metri al di sopra del mondo normale, con le dame bianche delle alpi svizzere che ti guardano da lontano, sobrie ed altere.
Poi c'è da scendere duemila metri, con le gambe che si muovono a fatica, ma con una soddisfazione in corpo che ti fa già dimenticare di aver detto basta.








venerdì 28 giugno 2013

La vergine bianca

Iniziare un'escursione sul ghiacciaio della Jungfrau non è proprio un'esperienza bucolica. Sul treno a cremagliera che sale lentissimo nel ventre gelido della montagna si palpa con mano il cambiamento radicale del turismo internazionale. Quando quasi vent'anni fa salivo con la mia famiglia, i turisti erano svizzeri, tedeschi o - massimo dell'esotismo - italiani. Oggi sono solo cinesi e indiani, mezzo assopiti dall'alzataccia, in sandali e maglietta, con macchine fotografiche telescopiche, famiglie intere che sembrano sbarcate sulla luna o nel film di Bollywood da cui hanno scoperto l'esistenza della Jungfrau. Gli annunci automatici del treno sono multilingue, tra cui cinese, giapponese e hindi. Quando si arriva in cima si ha l'impressione di essere in una grande stazione asiatica, con fast food che servono spaghetti di riso e curry. L'ambiente è un misto tra uno zoo e un Luna Park, certo non si ha l'impressione di essere in cima ad uno dei ghiacciai più grandi dell'Europa continentale. Per fortuna basta mettersi dei ramponi ed allontanarsi di qualche metro e la montagna prende il sopravvento. Poi basta lasciar parlare la Jungfrau:












domenica 23 giugno 2013

Metropoli su due ruote


Una delle figure immancabili in ogni organizzazione o istituzione africana è il responsabile del protocollo. Si tratta in genere dell’uomo tuttofare, che conosce poliziotti e doganieri e che olia gli ingranaggi dell’aeroporto per riuscire a fare entrare e uscire velocemente le persone sotto la sua tutela.
Il mio responsabile del protocollo mi viene a prendere in albergo di Kinshasa quattro ore prima del mio volo. Il check in è già fatto e l’aeroporto è a venti chilometri. Non capisco tanta fretta, ma obbedisco.
La ragione mi sarà chiara di lì a poco, quando la nostra macchina sarà inghiottina dalla madre di tutti gli ingorghi. Sull’enorme viale in stile sovietico che porta all’aeroporto si è ammassata una quantità incredibile di macchine, camion, bus e mezzi di ogni tipo. Ci sono dei restringimenti per lavori in corso e si è probabilmente svolta la tipica dinamica delle strade di Kinshasa: macchina che si blocca in mezzo alla strada, altre macchine che passano a destra e sinistra, ulteriori rallentamenti, macchine che invadono la corsia opposta bloccando il traffico nell’altro senso, fino a che tutti si bloccano senza potersi muovere di un millimetro.
Mentre il tramonto lascia spazio ad un buio intenso e centinaia di persone camminano in mezzo alle macchine bloccate, scrivo e-mail ascoltando la storia della vita del responsabile del protocollo. Ha sei figli, di cui tre prima del matrimonio (tu sais, je les ai faits durant me études). Mi dice che se venisse in Italia cercherebbe moglie, perché la sua è morta. Con sei figli a carico non è molto contento e aggiunge: senza donna e senza figli va bene, ma senza donna e con i figli è un disastro. La vita, come gli ingorghi, vanno presi con filosofia.
L’attesa si fa senza speranza e le lancette girano. Per evitare di perdere l’aereo decidiamo di cercare una moto per andare all’aeroporto. Lui con il mio trolley ed io con la borsa del computer, iniziamo a zigzagare in mezzo alle macchine ferme, in una nuvola di gas di scarico e polvere. Chiaramente il muzungu che cammina invece di stare seduto in macchina attira grande attenzione e ilarità. Un ragazzo mi si mette alle calcagna e mi fa un lungo discorso in lingala, altri si limitano a sorridere.
Quando troviamo una moto, saliamo in tre: il guidatore davanti, io in mezzo e il responsabile del protocollo dietro con il trolley sottobraccio. Il pilota è esperto di zigzag in mezzo alle macchine e ai pedoni. Deve avere degli occhiali naturali perché riesce a vedere al buio, in mezzo alla polvere e guidando a velocità supersonica. In certe occasioni meglio non pensare a niente e lasciarsi trasportare nel buio tropicale.

martedì 18 giugno 2013

Heart of Darkness


Dopo aver letto un libro sulla colonizzazione africana che parlava della corsa tra l’avventuriero americano Stanley al servizio del re del Belgio e Brazza, l’italiano al servizio della Francia, mi trovo infine sulle rive del fiume Congo, nel Cuore di Tenebra.
Mi aspettavo che Brazzaville fosse una città disorganizzata e caotica, ed invece trovo strade asfaltate e una certa aria da città di provincia. Il casino, mi dicono, si trova dall’altra parte; ed indicano il fiume da cui fa capolino Kinshasa, già Leopoldville, una delle metropoli più grandi d’Africa.
Non essendoci ponte tra le due città per discordie politiche e battaglie commerciali, il passaggio si fa in barca. Visto che si tratta di due stati diversi, la procedura è piuttosto kafkiana e quindi costosa. Se si vuole passare in tempo ragionevole, conviene contattare un intermediario che si occupa delle procedure amministrative, comprare i biglietti e intrattenere rapporti d’amicizia interessata con il responsabile dell’immigrazione, oltre che ammassare una discreta quantità di documenti puramente decorativi. Il prezzo del servizio è un forfait che si basa principalmente sul potenziale economico del soggetto e soprattutto sul colore della sua pelle. Oggi si fa festa.
Aspettando seduto sotto un albero, osservo uno spaccato dell’economia informale africana. Il numero di persone che aspettano attira venditori di ogni tipo, vari lustrascarpe, oltre ai bambini che rovistano nell’immondizia alla ricerca di bottiglie di plastica. Quello che ha più successo di tutti è un ragazzo con una macchina fotografica digitale e una piccola stampante portatile. La foto costa 1000 franchi CFA (un euro e mezzo) e la si ha in un paio di minuti. Non c’è nessuno che riesce a resistere alla tentazione e il ragazzo fa grandi affari. Forse a causa di tanta abbondanza, non dà grande peso alla qualità, per cui il mio ginocchio appare in varie fotografie, oltre che lampioni, panchine, pezzi di edifici e macchine.
Quando chiamano il mio nome (il boarding è nominale), mi precipito nella barca lottando con il resto dei passeggeri (il concetto di coda non è proprio britannico). Poco dopo la lancia sfreccia sul largo fiume scuro, che più di un secolo addietro era percorso dai lenti battelli a vapore delle potenze coloniali e dei mercanti di olio di palma e caucciù. Manca solo il capitano Kurtz.

lunedì 10 giugno 2013

La Madrid gregaria


Il vero monumento di Madrid non è il Prado, né il Palazzo Reale, ne la Puerta del Sol. Il vero monumento di Madrid - la ragione per cui ci si va e ci si vuole ritornare - è la sua gente. Gli abitanti di Madrid non sembrano avere una casa, vivono per strada, mangiano in piedi, camminano a tutte le ore, non si nascondono mai. Se ci fosse un opposto fisico di Zurigo - la città in cui tutti hanno paura di tutti - sarebbe sicuramente Madrid, il posto in cui ti si rivolge la parola nel modo più spontaneo e naturale.
La domenica mattina faccio un giro per il Retiro, l'immenso mercato in cui si vende di tutto. Più che per comprare, vale la pena venire a mangiare tapas, bere una caña e guardare la massa umana muoversi tra i banchi a passo di lumaca. 
Poco lontano, in una piccola piazza, c'è una donna esagitata che fa ballare un'umanità varia e piuttosto sedentaria (almeno a giudicare dai grossi culi). La musica è di Tarkan e le mosse sono vagamente arabizzanti. La piccola folla muove le anche, le braccia e le spalle, obbedendo agli ordini come un esercito obbediente (e un po' scoordinato).

Lascio i ballerini della domenica e poco lontano mi imbatto in una manifestazione di estrema sinistra. Varie centinaia di persone sono raggruppate a cerchio. Alcune hanno delle bandiere, c'è un megafono, tutti scandiscono slogan generici: disobbedienza, anticapitalismo, rivoluzione. E' senza dubbio la manifestazione più statica che abbia mai visto. Tutti stanno in piedi e seguono il ritmo dello slogan pronunciato dal megafono. Più che per protesta sembra che siano tutti lì per vedersi ed incontrarsi. Me li immagino rompere i ranghi di lì a poco per andare a mangiare dei calamari fritti con una birra fredda, belli soddisfatti. 

sabato 18 maggio 2013

Djibouti


Djibouti è un microstoato con pochi abitanti, poca acqua e nessuna ricchezza naturale. La sua principale risorsa è trovarsi all'imbocco del Mar Rosso, il passaggio obbligato di tutto il commercio marittimo tra Europa e Asia, la posizione più strategica del terzo millennio.
Tra la guerra in Yemen e quella in Somalia, in una regione popolata da pirati e islamisti, tutte le grandi potenze si danno di gomito per mettere un piede a Djibouti. E Djibouti li ospita tutti (a pagamento s'intende). La Francia ha una base storica, l'unico punto d'appoggio in Africa Orientale. I francesi hanno costruito un intero quartire per ospitare i militari e le loro mogli. Gli americani sono sbarcati da qualche anno e hanno come al solito costruito i loro fortini medioevali supertecnologici, supersicuri e da cui non escono mai, nemmeno per andare a fare la spesa (meglio MacDonald's del pesce fresco). Anche i giapponesi sono qui, e i tedeschi e persino gli italiani, che tra tutti i militari sono i più rumorosi e i più sovrappeso.
Djibouti è praticamente una città-stato che ruota attorno al suo porto, da cu transita petrolio e centinaia di migliaia di container ogni anno. Visti da una delle colline che sovrastano la baia, sembrano tanti mattoni di lego impilati gli uni sugli altri. Come si riesca a prendere un container che sta sotto dieci altri resta un mistero.
A causa delle tensioni con l'Eritrea, da cui in passato arrivavano tutte le merci, Djibouti ora è la porta di entrata e di uscita dell'Etiopia, il gigante da 90 milioni di abitanti. La strada che collega Addis Abeba a Djibouti è una lunga e interminabile coda di TIR che ansano per le salite, tagliano le montagne e il deserto di sassi: una migrazione di gigantesche formiche multicolori.
Nel senso inverso scendono i camion vuoti. A parte il caffé, sono poche le merci che l'Etiopia esporta. Ce n'é una però che fa la gioia degli abitanti di Djibouti, il kat, una pianta che contiene anfetamine naturali e che si mastica per ore bevendo caffé, fumando narghilé e parlando tra amici e conoscenti. E' una droga a tutti gli effetti, ma talemnte diffusa in questa regione che serebbe impensabile proibirla (quando gli arrivi sono in ritardo si rischia l'ammutinamento generale).
E' forse grazie al kat che il melting pot culturale di Djibouti - tribù nomadi pastorali e agricole, immigrati somali, yemeniti ed etiopi oltre che il viavai di marinai e militari di ogni colore e bandiera - non esplode. Djibouti è uno stato musulmano in cui la birra scorre a fiumi, alleato delle grandi potenze ma intoccato dal terrorismo qaedista, fatto di tradizione e vita notturna. Punto di incontro degli opposti, ognuno ne trae beneficio, per cui nessuno cerca la destabilizzazione, almeno per il momento.

giovedì 16 maggio 2013

Notizie in volo


Uno dei vantaggi di vivere in Svizzera e passare molto tempo in viaggio è la difficoltà di seguire l’attualità italiana, con accesso sporadico ai giornali e zero televisione. Mentre mi imbarcavo sul mio volo Kenya Aiways da Nairobi a Djibouti, pregustavo già l’assenza di notizie nostrane: lontano dagli occhi lontano dal cuore.
Con immensa gioia ho aperto il Daily Nation per scoprire che gli allevatori keniani stanno comprando dei materassi per le mucche, per evitare malanni e aumentare la produzione del latte. Molto interessante anche il consiglio della FAO che prescrive di mangiare gli insetti – ricchi di proteine e poveri di grassi – come cura contro la malnutrizione (le mucche, dal loro nuovo letto, ringraziano). Mi stavo già avvicinando alla pagina dello sport per leggere l’ennesimo articolo sulla grande rinuncia di Alex Ferguson (almeno uno che decide di andare in pensione) quando sono stato colpito mentre avevo la guardia abbassata. Un articolo sulla requisitoria della Bocassini si era infiltrato senza permesso, obbligandomi alla rilettura di tutti i particolari già conosciuti sull’affare Ruby Rubacuori. Finendolo, mi sentivo quasi al sicuro, navigando in piena confidenza verso i risultati della squadra di rugby del Kenya, quando sono stato colpito da un montante sinistro, questa volta senza via di scampo: la foto del volto garrulo di Briatore che annunciava la prossima apertura di un Billionnaire a Malindi. L’articolo parlava di piani immobiliari a cinque stelle e di ben quattro persone che hanno comprato un immobile senza aver mai messo piedi in loco. Tutto sulla fiducia assicura Briatore.
Di sicuro uno di cui ci si può fidare.