domenica 26 febbraio 2012

Milan Juve Zurigo

Più che per mancanza di alternative che per scelta populista, ho deciso di guardare Milan - Juve in un misto di internet café, luogo di scommesse e bar che si trova dietro casa mia. Dall'ultima volta che c'ero stato, il proprietario ha fatto dei grandi investimenti. Ci sono delle specie di divani e gli schermi piatti sono stati sostituiti da proiettori. Ora non c'è più un solo angolo dei tre muri che non sia pieno di immagini di calcio, ogni muro una partita diversa. Nessun cambio degli avventori, invece: nemmeno l'ombra di una donna, un paio di turchi e una marea di somali che passano metà del tempo a guardare la televisione e l'altra metà a salutare l'ultimo arrivato.
L'atmosfera è quella delle grandi occasioni. Tutti i posti sui divani sono occupati e devo accontentarmi di una sedia pieghevole a fianco dei computer, sui cui altre immagini di calcio sono proiettate. A fianco ho tutti i risultati in tempo reale delle partite di calcio di tutto il mondo. Scopro squadre di calcio colombiane di cui ignoravo completamente l'esistenza. Per scrivere un trattato sulla globalizzazione non serve fare un dottorato, basta fare un giro al Kreis 3 di Zurigo, il quartiere dove vivo.
La partita è bruttina ma molto intensa. Quando un difensore della Juve (non capisco quale perchè il commento è in arabo) sbaglia un passaggio e Nocerino fa gol, scoppia il putiferio. Sembra diu essere a San Siro: urla, fischi, battiti di mano. Io rimango seduto, cercando di continuare a guardare la partita in mezzo a gente che viene e che va, oppure che staziona in piedi proprio davanti a me. Ogni tanto tento di spiegare ai passanti che non sono trasparenti, ma non so che lingua usare: il tedesco non sembrano capirlo, l'inglese forse, l'italiano boh. Provo con i gesti, funziona.
La partita continua tra una serie di fallacci da una parte e dall'altra, gol annulati da un arbitro miope e errori grossolani della Juve. Sembra di vedere una partita con i miei colleghi il martedì a mezzogiorno. Nonostante i milioni che guadagnano, i giocatori appaiono per quel che sono: dei ragazzini imberbi nervosi e pieni di paura di sbagliare.
Matri, al risveglio dal lungo letargo invernale, decide finalmente di fare gol, il locale esplode una seconda volta. Scopro che la tifoseria somala è ugualmente divisa tra juventini e milanisti. Il casino è tale che il proprietario turco è costretto ad urlare come un matto per far stare zitti tutti. Dubito che abbiano capito cosa ha detto - sicuramente una frase presa pari pari dal galateo turco - ma il concetto è chiaro. Gli spettatori si rimettono a sedere aspettando il fischio dell'arbitro. Quando la partita finisce il casino esplode di nuovo. La disputa - penso - è sul fatto se il pareggio sia meritato o no. Il tono di voce si alza, vola anche qualche spinta, io me ne vado prima che la situazione degeneri. Sulla strada di casa vedo gente uscire da un bar. Anche lì tutti africani, ad occhio e croce eritrei o somali. Anche lì urlano, si spintonano, si insultano.
Milan 1 - Juve 1

giovedì 16 febbraio 2012

The game avec le Roi




La prima volta che ho visto un gruppo di ragazzine ballare di fronte allo specchio osservandosi come se stessero in televisione è stato a Bangui, la capitale dello stato più dimenticato d'Africa, la Repubblica Centrafricana, conosciuta ai pochi soprattutto per la ridicola vanagloria di Bokassa, il miserabile dittatore di turno che si era autoproclamato imperatore.
All'epoca andavo nell'unica discoteca della città, che apriva presto e chiudeva presto causa coprifuoco. Avevo anche scritto un articolo per il settimanale Carta, in cui parlavo di attempati uomini bianchi in cerca di sesso e di ragazzine africane in cerca di soldi, uno degli incontri d'interesse più comune del continente.
In una discoteca di Libreville, capitale del Gabon, la visione è tornata: bellissime donne in abiti luccicanti che ballano allo specchio canzoni di Micheal Jackson o Madonna, mentre bevo champagne a sbafo, gentilmente offerto dal boss di una compagnia francese di telefonia. Passano le ore, passano i bicchieri di vino, passano le canzoni. Qualcuno continua a ricordarmi che domani mattina si gioca a calcio alle sette, ma il pensiero è lontano e sfumato, come le riunioni di lavoro che seguiranno o la finale della Coppa d'Africa tra l'invincibile Armada della Costa d'Avorio e gli sconosciuti dello Zambia. E quindi ballo, come non mi capitava da un po', perché a Zurigo o si balla musica house oppure niente. Poi rientro in albergo che il sole sorgerà a breve. Sono in macchina con il mio amico francese, che credevo un po' rigido e invece scopro il fratello gemello di John Travolta.
Quando alle 6 e 55 suona la sveglia e apro le tende penso che sono proprio un idiota a svegliarmi così presto. Il cielo è grigio, l'asfalto bagnato, ha piovuto tutta la notte. Nonostante sia convinto che sarò l'unico imbecille a presentarmi in maglietta e pantaloncini, con un certo peso sulla testa, decido di andare. Prendo l'ascensore e arrivo a piano terra dove incontro Nicolas, il primo degli otto peones sulla lista dei giocatori, ma anche l'unico che è andato a letto prima di mezzanotte. Così ci ritroviamo in due ad aspettare sul campo da tennis dell'albergo, sotto un cielo plumbeo, alle sette di mattina. Poi arriva un terzo, il direttore dell'albergo, reclutato più per fare numero che altro, poi un quarto, un avvocato di una squadra di calcio francese. Via via arrivano tutti, anche quelli che sono rientrati pochi minuti prima direttamente dalla discoteca. Manca all'appello solo un nome, il più celebre, quello per cui tutti - compreso  me - hanno fatto la levataccia. Arriverà veramente? Chissà, ha detto "se non mi vedete iniziate senza di me". Le speranze sono poche. E mentre qualcuno sta già parlando di giocare senza di lui, ecco che spunta da dietro l'angolo. Ed è prorpio lui, le Roi, il mio mito d'infanzia. E come se niente fosse si mette a giocare sul campo da tennis scivoloso, con le porte segnate da due birilli di plastica, tra gente che scivola e cade per terra come se stesse giocando a hockey. E anche se lui corre poco, il pallone gli rimane incollato al piede, il passaggio è millimetrico, lo stop di petto è lo stesso di trent'anni fa. Per un'ora, in qualche metro quadrato, il calcio professionistico e quello superamatoriale si danno la mano e fanno una passeggata assieme, prima che tutti corrano sotto la doccia e riappaiano nelle fattezze di tutti i giorni, dimenticando - ma solo per un attimo - di essere stati invitati al tavolo del re.

lunedì 6 febbraio 2012

Scialpinismo






Quando ho lasciato mezzo stipendio nel negozio di articoli per sport invernali più bello del mondo (un supermercato dello sci, dell'arrampicata e del trekking) ho avuto un vago senso di colpa, di quelli che vengono dopo uno shopping sfrenato. Ma ne avrò veramente bisogno? Non potevo aspettare un po' e vedere se la cosa mi piace?
Il pensiero è durato poco. Ci sono poche cose che mi mettono di buon umore come un paio di sci e scarponi nuovi. Se poi ci si aggiunge pala, sonda, ARTVA e pelli di foca, beh diciamo che il nuovo gioco non poteva che occupare interamente le mie energie.
La prima volta che ho testato il mio materiale da sci alpinismo è stato un paio di settimane fa a Engelberg, vicino alle piste, visto che il rischio valanghe era a quattro (su cinque). Il semplice fatto di montare le pelli sotto agli sci ha fatto di me l'attrazione principale di una famiglia cinese (a Engelberg ci sono in uguale numero  sciatori e cinesi che fanno foto agli sciatori). Ancora prima di iniziare ero diventato una star, con madre e figlia che mi hanno chiesto di farsi fotografare assieme a me. A Engelberg ho fatto una fatica boia, il che mi ha fatto riflettere un po' sulle difficoltà del nuovo sport che avevo deciso di mettere all'ordine del giorno.
A causa di tempo strano e rischio valanghe alto ho dovuto aspettare un po' per fare la prima vera uscita di sci alpinismo, nella zona di Glarus in compagnia dei soliti noti con cui condivido ormai da un anno la neve e la roccia.
Che fare sci alpinismo fosse qualcosa di unico me lo ero immaginato, ma vedere montagne bianche a perdita d'occhio, camminare nel bosco, affondare in due metri di neve fresca, sentire la radiazione del sole a duemila metri, non avere nelle orecchie altro rumore che lo strisciare delle pelli sulla neve ed il tac degli attacchi che si posano sugli sci, beh più che qualcosa di unico è una specie di sogno ad occhi aperti.
Difficile dire cosa sia più piacevole, se la fatica di salire per un pendio ripido creando dei zig-zag nella neve, sincronizzando la respirazione ai passi, concentrando lo sguardo sulla punta degli sci, azzerando i pensieri e andando avanti con una specie di pilota automatico; oppure la discesa in neve fresca, senza tracce da seguire, con il sole che illumina la neve di un bianco accecante, gli sci e gli scarponi che scompaiono sotto la neve, la libertà di scegliere se fare una curva o no, di rallentare o accelerare, l'aria gelida che ti colpisce la faccia.
Ciò che è certo è che ogni metro che fai scendendo, lo apprezzi di più perchè non ti è stato regalato, ma te lo sei meritato al cento per cento.

venerdì 3 febbraio 2012

Malato contento

Ho sempre avuto un piccolo debole per gli ospedali: le infermiere che ti chiedono come stai, il purè, la mela cotta, anche l’odore di disinfettante fetido non mi dispiace. Questa mia piccola perversione è diventata in Svizzera un vero e proprio piacere.
Una settimana fa mi sono fatto male ad un dito facendo arrampicata. Visto che si tratta di un “incidente”, la mia assicurazione lavorativa copre l’intero costo e quindi mi sono permesso il lusso di andare alla clinica del comitato olimpico svizzero in cui avevo già fatto un test fisico sotto sforzo (l’importante non è essere atleti, ma fare finta).
Ho chiamato la sera e mi hanno dato appuntamento per la mattina seguente, prenotando le lastre alle 7.30 e poi la visita dal medico. Mi sono presentato alla clinica alle 7.15, ricevendo il benvenuto della donna alla reception, che mi ha indicato con un sorriso il reparto di radiologia: una sala d’aspetto tirata a lucido, con le riviste esposte sul tavolino e avvolta in un silenzio tombale. Alle 7.20 mi hanno fatto entrare e mi hanno fatto le lastre. Dieci minuti dopo ero nella sala d’attesa dell’ambulatorio.
Un medico il cui cognome era composto da molte “s”, “c” e “h” mi ha visitato, forato un’unghia e tolto l’ematoma. Poi mi ha portato dalla responsabile del reparto fisioterapia che mi ha confezionato un tutore in plastica seduta stante e mi ha riempito di rotoli di scotch speciale per dita doloranti con unghie a rischio caduta.
Alle 8.30 mi stavo già comprando dei croissant al panificio di fronte alla fermata del tram.

giovedì 22 dicembre 2011

Casa

Con alle spalle l’imponente minareto della moschea Hassan II, decine di coppie di varie età guardano le onde dell’oceano arricciarsi una dopo l’altra sugli scogli. Il cielo è blu, al largo delle navi stanno stancamente aspettando di attraccare e la luce del sole è di un‘intensità rara, accecante. E’ un primo pomeriggio di un martedì di quasi inverno. La gente si attarda senza uno scopo preciso, camminando sugli scogli che tra breve saranno coperti dall’acqua: l’alta marea sta arrivando.
A pochi passi dalla grande moschea, inizia uno dei quartieri popolari di Casablanca. Qui non ci sono turisti e il lato esotico del Marocco lascia il posto a qualcosa di meno oleografico e più reale: la povertà. Casablanca è il posto degli opposti: ristoranti chic sulla corniche e angoli di strada in cui si mangia furtivamente e in piedi; il centro commerciale più grande d’Africa e i mercati in mezzo al fango; l’élite francofona e secolare e l’islamismo montante.
Nella vecchia medina, un dedalo di viuzze che si intersecano e girano su se stesse, si vedono barbe lunghissime, portate con un certo orgoglio. Ci sono anche vari tipi di velo, fino ad arrivare al modello estremo, quello alla Dart Vader. La gente qui non è molto abituata agli stranieri e vice versa (i due europei che incrocio mi salutano come se mi conoscessero da tempo, quasi sollevati all’idea di vedere una faccia amica).
Decido di fare un po’ di shopping, svaligiando un negozietto di olive e poi proseguendo verso i datteri, l’uvetta, i limoni canditi e le mandorle. Decido anche di investire in uno stock di mutande Calvin Klein (chiaramente originali) per non tradire la mia personale tradizione di comprare biancheria intima solo ed esclusivamente in Maghreb. Quando ho finito rientro in albergo, costeggiando il mare, mentre il cielo si tinge di rosso in attesa del tramonto.
Casa non è bella ma piace.

giovedì 15 dicembre 2011

Ritorno

Quando ho messo piede sull'asfalto del parcheggio dell'aeroporto di Bole e ho annusato l'aria fresca e l'odore di montagna mi sono sentito stranamente allegro. L'aeroporto era illuminato a giorno e di fronte a me c'erano i profili irregolari di edifici cresciuti come funghi. Dopo più di cinque anni sono tornato ad Addis Abeba, la città africana in cui ho vissuto sei mesi e che più di tutte ha lasciato un segno nella mia memoria. L'Etiopia la si ama o la si odia (a volte le due cose contemporaneamente), ma di sicuro non lascia mai indifferenti.
Come in ogni ritorno, tutto è cambiato e tutto è rimasto come prima. Ho fatto un po' fatica a riconoscere certe strade, certi quartieri. Un po' perché la mania di costruzione è diventata sport nazionale, un po' perché la mia memoria non riusciva a seguire il dedalo di strade che si intersecano in maniera irregolare, senza rispetto per la geometria.
Ma basta una cena per ritrovarsi in un ambiente familiare, anche se tutte le facce attorno al tavolo sono nuove. Non serve conoscere le persone quando ci sono le classiche tipologie della cooperazione italiana. E così si ritrovano i volontari arrivati di recente, animati da un misto di idealismo e di ambizione. Non sanno ancora se vogliono fare del bene oppure aspirare ad un contratto con una grande agenzia internazionale.
C'è chi invece la decisione l'ha presa da tempo e parla di "P table", ovvero la categorizzazione standard del livello di responsabilità (e di stipendio) del personale delle Nazioni Unite. Dopo la P è sempre bene avere un numero verso il 4 o il 5. In quel caso l'invito ai ricevimenti delle ambasciate è quasi automatico, altrimenti bisogna lavorare un po' sulle amicizie trasversali che possono aprire orizzonti insperati nell'ambiente degli espatriati annoiati d'Africa.
E infine ci sono quelli che il "cooperante" lo fanno per lavoro e che non sanno se lo faranno per sempre o se è giunta ora di cambiare aria, che si chiedono cosa mai potrebbero fare in Italia e se veramente avrebbero voglia di lavorarci, o se invece non sarebbe meglio perdersi in un'altra avventura dall'altro lato del pianeta, con la paura di non ritrovarsi. I dubbi esistenziali sono le uniche certezze degli umanitari.
Mangiando in un ristorante un po' più in alto dei duemila metri di Addis, con vista sulle luci della città e sui suoi usi e abusi edilizi, mi rendo conto che sono un animale strano, con un passato ed un presente che si riconciliano a mala pena. Un quadro pentagonale oppure ovale, quelli difficili da incorniciare. Ma questo non mi pesa, anzi mi conforta un po', perché più forme si hanno e più è possibile fare parte di mondi diversi e farli propri.
Per quanto abbia passato poco tempo in Etiopia, questo posto affascinante, illeggibile e complesso è un po' mio. Riconosco parole, visi, sapori. E', nel suo piccolo, un ritorno a casa.

mercoledì 30 novembre 2011

Sensi di colpa londinesi


Quando mi avevano parlato di "celle" invece che di "camere", avevo pensato che fosse una distinzione puramente semantica. In realtà si tratta di vere e proprie celle di pochi più di due metri per poco più di un metro e mezzo. Se si trattasse di celle carcerarie, sarebbero al di sotto dei parametri fissati dal Consiglio d'Europa (6 metri quadrati minimo in cella singola).
Mi trovo in un centro buddista a Londra. L'intero edificio è pervaso da un silenzio quasi artificiale. Sul comodino c'è il libro di un lama tibetano e in cucina c'è la faccia sorridente del Dalai Lama. Per fortuna che al collo ho la mia sciarpa cambogiana, comprata durante l'ultimo viaggio in Asia, per cui salvo almeno le apparenze. In realtà non sono qui per meditare, né per sfuggire dalla realtà materiale (anche se ci provassi la realtà mi correrebbe dietro senza lasciarmi scampo). La mia presenza a Londra - e ora me ne vergogno anche un po' - è molto terrena: sono qui per vedere la finale del torneo di tennis ATP World Finals, per vedere Federer alzare la coppa sotto una pioggia di coriandoli dorati.

Facendo un giro per il centro della città, uscendo dalla Tate Modern e passando per il ponte sul Tamigi che credo sia stato costruito da Calatrava, mi ritrovo sotto la cattedrale di St. Paul. Tutto attorno ci sono tende e cartelli e crocicchi di gente. Mi sono imbattuto per caso in uno dei siti del movimento "Occupy", iniziato a Zuccotti Park a New York e diffusosi un po' in tutto il mondo occidentale. Mentre esploro il posto, un uomo sulla sessantina avanzata, con una specie di corona di piume in testa, legge davanti ad una telecamera quello che sembra essere un proclama. In mano ha dei fogli spiegazzati coperti da una fitta calligrafia irregolare.
Poco più in là c'è una marea di cartelli sovrapposti, ognuno invocante qualcosa di diverso: dalla liberazione dei prigionieri in Iran, ad un generico invito a salvare il pianeta; da un'invettiva contro il capitalismo ad annunci economici. Un piccolo mare di tende resiste ad un vento che viene dal mare: freddo e umido. Da una delle tende più grandi arriva l'odore di minestra calda (probabilmente liofilizzata, non dimentichiamoci che siamo in Inghilterra). Poco a lato c'è un ragazzotto un po' scalmanato che sta maltrattando una chitarra, mentre altri due giocano a palla. C'è anche un cane.
Guardando la scena mi sento in colpa per la seconda volta. Per quanto condivida molte delle idee proposte, mi sento completamente estraneo a quello che vedo. Peggio, ne vedo già l'inevitabile fallimento, prima ancora che la protesta prenda una vera forma. Perché il problema di tutte le rivoluzioni è che, o falliscono per mancanza d'organizzazione e coesione (come sarà il caso per questa qui), oppure falliscono per eccesso di organizzazione, con i leader della rivolta che diventano inesorabilmente i padroni di domani (Russia, Cuba, '68), quelli che bisogna scalzare dal potere con le bombe, perché hanno fatto del potere la loro ragione di vita.
Mentre faccio fotografie come se mi trovassi allo zoo, ripenso al recitato di De André "Sogni numero due":
E se tu la credevi vendetta
il fosforo di guardia
segnalava la tua urgenza di potere
mentre ti emozionavi nel ruolo
più eccitante della legge
quello che non protegge
la parte del boia