mercoledì 10 giugno 2015

Profili sfumati


Mi è sempre piaciuto sciare nella nebbia: bianco sotto, bianco sopra, bianco attorno. A volte non si sa se si sta andando in salita o in discesa, è la sensazione che piú si avvicina all'assenza di gravità, all'assenza di tempo, e quindi di movimento. Scendere nella nebbia su ghiacciaio, peró, non è proprio il massimo della sicurezza. Per quanto il GPS ti possa dire dove ti trovi, non puó indicarti dove sono i crepacci, o le rocce. In questi casi bisogna fidarsi di quello che scende per primo, che in questo caso conosce il ghiacciaio come casa sua.
La salita è forse ancora piú bella, con la corda che scompare nel nulla e solo i profili sfumati dei compagni a indicarti la direzione. E' sempre una rottura di balle incordarsi - d'estate o d'inverno - perché c'é sempre qualcuno che non ha senso del ritmo, vuole andare piú veloce e poi si ferma bruscamente quando la corda gli si avviluppa attorno ai ramponi o sotto gli sci come uno spaghetto stracotto. Nella nebbia, peró, questa corda che scompare nel nulla ti fa sentire meno solo, è il cordone ombelicale che ti tiene unito agli altri.


mercoledì 27 maggio 2015

Quasi quattromila


La pendenza è normale, la neve dura ma non ghiacciata, c'è un bel sole, il dislivello è ragionevole. Eppure c'è qualcosa che non quadra. Faccio una fatica bestia, ho il fiatone, mi muovo al rallentatore, e con me anche gli altri compagni. Mi sembra di essere in un film in cui il tempo viene fermato e gli oggetti rimangono sospesi in aria, aspettando di cadere pesantemente al suolo quando si schiaccia di nuovo il tasto play.
La prima volta che ero arrivato vicino a quota quattromila ero in Costa Rica, la montagna era avvolta alle pendici da una fitta foresta tropicale e ho dovuto lottare contro mosche e zanzare per un paio d'ore, prima che la vegetazione si diradasse e gli insetti sparissero. Qui tutto è bianco, il ghiaccio è interrotto solo dai tagli azzurri dei crepacci o dal grigio sovrapposto dei seracchi.
Perché si deve fare tanta fatica in una giornata di fine Maggio? Guardare per credere.




giovedì 21 maggio 2015

Aspettando il ponte


La cartina dell'Africa è piena di linee rette, tracciate con il righello da potenze coloniali ossessionate dal controllo del territorio e poco interessate alla gente che lo abitava. Le frontiere separano gruppi etnici e linguistici omogenei e mettono insieme gruppi diversi, creando degli stati che non rappresentano nessuno, o quasi.
Sono tornato in Gambia, uno degli esempi di questa politica della spartizione. Il fiume Gambia è stato colonizzato dalla Gran Bretagna, mentre tutto il territorio all'intorno dalla Francia. Il Gambia taglia il Senegal in due e rappresenta un punto di passaggio obbligato per chi voglia andare da nord a sud e vice versa.
Il problema è che non esiste nessun ponte, almeno per il momento, per cui bisogna aspettare delle chiatte lentissime, che non riescono a seguire il flusso di veicoli che viaggiano dalla Casamance (la regione del sud del Senegal contesa nel XIX secolo anche dal Portogallo) verso Dakar.
La coda di macchine, camion, moto e gente è eterna, in alcuni casi l'attesa si conta non in ore ma in giorni. I mezzi sono stracarichi sotto il sole africano, mentre ai lati della strada c'è una lunga linea di piccoli negozi che vendono di tutto. La costruzione del ponte è agli inizi, tra alcuni anni non ci sarà piú nessuno sulle due rive del grande fiume scuro che scorre lento verso ovest, solo qualche cartello stradale e i resti delle baracche di legno.




sabato 9 maggio 2015

La neve sul ghiaccio


Prima è il turno del tedesco, poi dell'inglese (ormai seconda lingua ufficiale), terzo arriva un francese un po' parigino, quarto un italiano abbastanza ticinese, mentre lo spagnolo è messicano. Seguono una lingua che sembra cinese (non so se mandarino o cantonese) e una che sembra indiana (probabilmente urdu). La voce della versione giapponese è altissima, quasi di bambina. Interpretando i miei dubbi mattutini, una ragazza tedesca con il logo della Lindt stampato sulla casacca mi spiega che si tratta della voce di Heidi, come nell'omonimo cartone animato giapponese.
Sono un masochista, questa non è una novità, ma alzarmi alle cinque e sciropparmi quattro ore di treno immerso in una marea di turisti asiatici è troppo anche per me, mi riprometto che questa sarà l'ultima volta. Eppure, pochi minuti dopo, quando lascio il tunnel gelido scavato all'interno della roccia per uscire sul giacciaio della Jungfrau, mi sono già dimenticato della mia decisione.
Il mare di ghiaccio riluccica sotto un sole devastante. Cammino a occhi chiusi, sento il calore sulla pelle, la neve croccante sotto gli scarponi. I turisti sono in visibilio. Siamo perfetti, nelle nostre giacche colorate e con gli sci al seguito, per delle foto ricordo. Chi non ci guarda dal mirino di una macchina fotografica ci osserva come animali allo zoo. Seguono i nostri movimenti (mettersi l'imbrago, attaccarci una vite da ghiaccio, allungare i bastoncini telescopici, mettersi la crema seolare) con l'attenzione di chi stia guardando uno spettacolo teatrale. Siamo pagati dal cantone di Berna oppure lo facciamo gratis?
Siamo pronti. La discesa fino a Konkordiaplatz, l'incrocio in cui i tre rami del ghiaccianio si incontrano, è dolce e la neve è perfetta. Mi squilla il telefono e decido di rispondere. Mentre scio per il ghiacciaio piú lungo della Svizzera ho il tempo di parlare un po' di lavoro e fissare una missione per il Gambia.
A Konkordiaplatzt prendiamo il ghiacciaio che sale verso ovest, in direzione di Hollandiahütte, il rifugio costruito con l'aiuto del club alpino olandese, per poi scendere dall'altra parte. La salita è facile facile e la discesa lungissima. Il paesaggio, beh, non ci sono parole.


mercoledì 29 aprile 2015

Da sud a nord



Il giorno prima ero a Malabo, la capitale della Guinea Equatoriale. Il sole era oscurato da una spessa coltre di nuvole, la temperatura vicino ai 35 gradi, si sudava anche solo a respirare. Al centro dell'isola una montagna coperta di verde, alberi centenari, scimmie, foresta selvaggia. Il mare era grigio, calmo. La gente camminava senza fretta sulle strade larghe e perfettamente asfaltate della città (la Guinea Equatoriale è il terzo produttore di petrolio dell'Africa sub-sahariana).


Il giorno dopo ero nel cantone di Schwyz, quello che ha dato il nome alla Svizzera. Alle sei di mattina c'erano già delle macchine nel piccolo parcheggio ai piedi del Glatt. La giornata era tersa, il cielo si schiariva poco a poco lasciando solo una coperta di blu. La neve era croccante sotto gli sci, la crosta di rigelo si stava leggermente scaldando mentre il sole si muoveva lentamente verso sud, di fronte a noi. Una volta in cima, un mare bianco di neve.

sabato 28 marzo 2015

Gambia, il ritorno


Per la quarta volta nel giro di due anni, dopo un sorvolo spettacolare del Sahara occidentale, sono atterrato a Banjul, Gambia. E' uno dei pochi aeroporti africani a non mettermi in un'agitazione da fine del mondo. La coda è generalemente corta e la procedura di visto molto veloce, anche se questa volta rallentata dalla presa di temperatura e dalla distribuzione di disinfettante per le mani (misure precauzionali anti-Ebola), nonché da una nuova procedura per le impronte digitali. Il poliziotto all'immigrazione ha guardato il mio passaporto e ha iniziato parlare itaiano. Non erano le solite quattro parole che si usano con i turisti, ma un italiano quasi perfetto. Ho scoperto che aveva studiato a Milano, anche se non c'è stato tempo per continuare la conversazione.
Dall'ultima volta che ci sono venuto sono cambiate un paio di cose. L'epidemia di Ebola, che pure non ha toccato il Gambia, ha causato un'emorragia di turisti, per i quali l'Africa è un tutt'uno, imperscrutabile, incomprensibile e omogeneo. L'hotel era mezzo vuoto e la compagnia aerea locale (Gambia Bird, operata da una società tedesca) è scomparsa.
Al contrario delle volte precedenti, sono riuscito a vedere un pezzo di paese, viaggiando verso est (l'unica direzione possibile). Fuori dalla capitale, degli enormi baobab si susseguivano a dei piccoli villaggi di contadini, ai pascoli e a dei campi da calcio in terra con le porte fatte di canne di bambù. Ogni dieci chilometri c'era un posto di blocco (a dire la verità piuttosto soft), eredità dell'ultimo tentativo di colpo di stato che la stampa italiana si è dimenticata di riportare.