martedì 12 aprile 2011

Mahe


Mentre  aumenta la velocità dell’elica, il rumore nell’abitacolo si fa assordante. Ci sono due file di sedili separate da un minuscolo corridoio. Pochi metri più in là ci sono pilota e copilota. Si vedono le cloches, la leva per dare gas, gli strumenti di bordo. Non c’è porta, non ci sono hostess dallo sguardo svogliato che si allacciano salvagenti gialli e tirano con forza le cinghie per mostrare come gonfiarli, mentre la loro collega legge la frase parzialmente tranquillizzante “in the unlikely event of a sea landing”. Fuori dal finestrino c’è un ragazzino con in mano un idrante. E’ tutto quello che passa il convento.
Quando il piccolo aereo stacca i pneumatici dalla pista, il verde degli alberi diventa per un attimo di un bianco accecante e poi di nuovo verde, questa volta cristallino: il verde dell’oceano indiano. Le isole dell’arcipelago delle Seychelles spuntano come funghi nel sottobosco. Il mare diventa blu, il rumore dei motori infernale.
Di Praslin, la seconda isola delle Seychelles, luogo paradisiaco fatto di spiagge, insenature, golf e alberghi da mille e un euro a notte, ho visto solo un campo da calcio. Molto bello c’è da dire: erba artificiale perfettamente mantenuta da sembrare vera. L’inaugurazione del progetto ha lasciato delle abbondanti tracce di sudore sulle camicie degli illustri partecipanti: ministri, responsabili della federazione e funzionari vari.  Tre ore dopo ero di nuovo sull’aereo per tornare nel mio albergo.
La sera, seguendo le curve sinuose della strada che si arrampica sui ripidi pendii della montagna che occupa il cuore dell’isola, passiamo quattro uomini seduti per terra con facce stravolte, facce di asiatici. Non è chiaro se siano coreani o cinesi. Quello che è certo è che lavorano alla costruzione di uno dei vari alberghi di lusso, quelli di cui si vede a mala pena il cancello d’entrata tanto sono discreti e immersi nella vegetazione. Le Seychelles vivono di turismo e di banche offshore, un’evoluzione  naturale dei quindici anni di regime marxista che ha dominato l’arcipelago fino agli anni novanta.

Marx mi ritorna in mente il giorno dopo, quando pranzo al bordo del porto di Mahe, di fronte allo yacht del sultano di Abu Dhabi che sulla punta della montagna più alta delle Seychelles ha costruito un palazzo di sei piani a cui accede in elicottero. Dietro di me ci sono una decina di muratori indiani con delle sciarpe sulla testa per proteggersi dal sole. Stanno costruendo il centro commerciale che sorgerà su un'isola artificiale che diventerà il quartiere residenziale degli stranieri.

Nessun commento:

Posta un commento