giovedì 9 gennaio 2014

L'altra Marrakech

Negli ultimi tre anni mi sono imbarcato tre volte su un volo per Marrakech. Normalmente i passeggeri sono per un terzo dei marocchini che tornano a casa, per un terzo dei francesi che vivono in Marocco e per un terzo turisti.
Questa volta è pieno di brasiliani, vestiti di bianco e nero, casinisti come sempre. L’imbarco è diventato un’opera maestra di confusione. Seduto al posto 24C – il mio – trovo un allegro signore che mi informa che il suo posto è il 16C, ma che vuole stare con la sua garrula moglie. Mi tocca quindi nuotare contro corrente come un salmone, sfidando il flusso di altri brasiliani che si siedono ai posti sbagliati. Dopo mezz’ora, quando le hostess stanno per scoppiare in un pianto a dirotto e siamo tutti seduti, iniziano i cori: sono in un aereo pieno di tifosi dell’Atletico Mineiro, la squadra di Ronaldinho che partecipa alla Coppa del Mondo per Club.

Allo stadio mi aspetto un’atmosfera brasiliana, canti, cori balli. Nonostante la macchia bianco-nera sugli spalti sia importante (sono migliaia i fan dell’Atletico), non si sente una voce. Dall’altro lato, i supporters del Raja Casablanca, con bandiere e tamburi, a petto nudo e saltando come indemoniati, fanno un casino pazzesco. La ragione è presto detta. I brasiliani che sono venuti sono i ricchi, quelli che possono permettersi un biglietto aereo transatlantico. Stanno a metà tra il calcio e il turismo e molti sono venuti in famiglia. I marocchini, invece, sono veri fans locali, poveri e arrabbiati. Alla fine vince il Raja giocando alla brasiliana e vincono i suoi tifosi marocchini. 

lunedì 9 dicembre 2013

Hub d'altri tempi


I bambini nell’acqua sembrano tanti grandi pesci rossi che boccheggiano. Ci metto un po’ di tempo a capire cosa stiano facendo a fianco del traghetto che sta attraccando sull’isola, mentre turisti di ogni colore stanno affollando il ponte in attesa di scendere. Poi qualcuno tira una moneta e i bambini si tuffano sott’acqua per prenderla ed altri seguono tirando monete, mentre i bambini schiamazzano e si gettano sulle monete come affamati su un pezzo di pane.
Lascio la nave inorridito e tocco terra. L’isola è un piccolo splendore di case coloniali e di verde. Non ci sono macchine e si cammina su un acciottolato che deve essere il peggior incubo di ogni top model. Anche con le scarpe da ginnastica le caviglie sono a rischio.
Vista in una giornata di sole, tra turisti e famiglie  in gita domenicale, si fa fatica ad immaginare l'isola come il fulcro dell’orrore umano, eppure i posti più belli nascondono a volte i peggiori segreti. L’isola di Gore è stato l’epicentro della tratta degli schiavi che per due secoli ha sdradicato uomini, donne e bambini dalla loro terra africana per farli entrare in un tunnel alla cui fine c’erano delle catene e dei campi di cotone o di canna da zucchero dall'altro lato dell'oceano.
Nel piccolo e spoglio museo allestito nel forte di Gore, spicca una tabella che contiene le statistiche di mortalità degli schiavi durante il trasporto in mare. La media è tra il 10% e il 20%, con un leggero miglioramento nel tempo. La ragione non è tanto una ritrovata umanità dei capitani delle navi negriere, quanto piuttosto una perdita economica: ogni schiavo morto significava soldi in meno per cui i businessmen dell'epoca avevano fissato criteri di cibo, acqua e igiene.
L’orrore delle immagini che vengono alla mente leggendo la descrizione della tratta è aumentato dall’essenzialità del piccolo museo. In assenza di disegni, fotografie o altri supporti visivi, l’immaginazione lavora dal di dentro e ti fa entrare nel corpo di uomini trattati come bestie da bestie travestiti da uomini.
Usciti dal museo c’è il sole e la gente è sdraiata in spiaggia. E' proprio una splendida giornata di dicembre. 

mercoledì 4 dicembre 2013

Tempo e denaro

Non avrei mai immaginato che un giorno avrei aperto una partita IVA, ma sembra che quel giorno si stia avvicinando.
Ieri ho avuto una riunione con un commercialista svizzero che ha l’ufficio fuori Zurigo. Ho preso un treno che è arrivato 30 secondi prima dell’orario previsto e mi ha permesso di prendere una coincidenza di 3 minuti, per presentarmi con 10 minuti d’anticipo sull’orario previsto ed essere quindi perfettamente conforme con il dogma della locale puntualità. Sul treno ho anche letto un opuscolo informativo sull’apertura di un’impresa che dice – testuali parole – “nell’interesse della compagnia e degli azionisti, la creazione di fondi neri è tuttora permessa in Svizzera”. Viva la sincerità.
Il commercialista era un signore simpatico che parlava in inglese con una certa lentezza e si è messo a divagare su vari temi. Ho sviscerato tutti gli angoli reconditi del sistema previdenziale basato su tre pilastri (e ispirato dalla letteratura di Kafka), la procedura per scaricare l’IVA (che  è all'8% e si fa solo per redditi superiori ai 100.000 franchi), gli anticipi trimestrali delle imposte (tra il 10% e il 20%) e varie altre amenità. Ho anche scoperto che l’iscrizione nel registro del commercio è facoltativa e che all’inizio potrò emettere fatture senza alcuna partita IVA.
L’amabile conversazione è infine giunta al costo del commercialista stesso che – mi spiega – viene calcolata in base alle ore di lavoro necessarie alla dichiarazione: a livello di esperienza della persona impiegata corrisponde costo differente. La sua tariffa oraria – continua con nonchalance – è di 160 franchi, ovvero circa 130 euro. Ho guardato l’orologio. Erano passate due ore. Come per magia la riunione è finita immediatamente.

domenica 10 novembre 2013

La città libera


E’ già notte quando passo l’immigrazione, scroccando un visto all’arrivo. Sono scortato da una donna che mostrava un pezzo di carta con il mio nome e che non apre bocca. Usciamo dall’aeroporto. La seguo nel buio come un bambino. Mi porta verso un gruppo di persone che formano una fila confusa e rumorosa. Mi metto da parte e aspetto. La donna scompare. Un uomo mi chiama e mi dice di salire su un bus. Il bus è pieno di gente atterrata con me. Salgo. Aspetto. Un francese seduto a fianco a me mi dice di tenere d’occhio il trolley che rischia di scomparire. Mi sembra improbabile, ma gli credo. Ricompare la donna che mi passa un biglietto. Scompare senza parlare, né fare un cenno di saluto. L’autista mette in moto e il bus parte. La strada è sterrata e piena di buche, il buio è impenetrabile. Riesco a scorgere sagome di alberi, pezzi di case, un cane. Il bus si ferma di colpo. Scendono tutti. Una lampadina illumina un pontile che scompare nel nero del mare. La gente aspetta, qualcuno fuma sotto un cartello “vietato fumare”. Arriva un altro bus, altra gente in attesa. Scoppia un temporale, il cielo si svuota di milioni di lacrime. Un uomo con una maglietta che dice “sea coach” chiama dei numeri. Giro il biglietto che ho in mano e leggo 16. Passano dieci persone. L’uomo scompare. Arriva il turno dei numeri dall’undici al ventuno. Esco dalla tettoia ed entro in una doccia di pioggia, camminando rapido sul pontile, in fondo al quale è ancorata una barca. Il capitano è nero ed è vestito di bianco. Indossa un berretto e ha l’aria sicura. La barca arranca tra le onde, sferzata dal vento, in un rumore assordante. Un’onda anomala ha l’effetto di un terremoto. Il capitano ha l’aria meno sicura. L’acqua entra dalle paratie. Fuori c’è solo mare e buio.

Non si diventa veri veterani degli aeroporti africani se non si atterra prima o poi a Freetown, la capitale della Sierra Leone. Strategicamente costruito a più di tre ore di macchina dalla città, una volta fallito tentativo di creare una spola con gli elicotteri (tutti precipitati a causa di guasti meccanici o dei piloti russi imbevuti di vodka), non rimane che usare la barca. Quando metto piede per terra ricomincio a respirare.

La Sierra Leone è stata un avamposto portoghese, poi un porto di partenza degli schiavi verso le Americhe, poi una terra di speranza per gruppi di schiavi liberati scappati dal sud degli Stati Uniti, poi terra di colonizzazione britannica ed infine una repubblica indipendente. Più che per le sue spiagge splendide ed il mare caldo, la Sierra Leone è conosciuta per i diamanti bagnati nel sangue e le atrocità della guerra civile degli anni novanta.

Tutta la ricchezza e complessità della storia del paese è contenuta nella lingua che si parla per strada, un creolo fatto di parole inglesi, francesi e portoghesi, mischiate con le lingue locali. “Bambino” si dice “pequeni”, “grazie” si dice “obligad”, “molta gente” si dice “bocu people” e “soldi” si dice “su”. Per il resto non si capisce assolutamente niente.

Anche le case sono, a modo loro, un libro di storia. Ci sono delle case di legno costruite nello stile del sud degli Stati Uniti. Rattoppate nei secoli, hanno ora l’aspetto di un magnifico puzzle di legno. Ci sono poi i tipici edifici in cemento, uno diverso dall’altro, spesso terminati solo a metà, con i tondini di ferro che sbucano dal tetto aspettando che arrivino un po’ di soldi. E ci sono delle case costruite interamente in lamiera (tetto e muri), che – appoggiate le une alle altre – creano un paesaggio multicolore da presepe tropicale.



lunedì 4 novembre 2013

Gambia


Guardando la posizione del Gambia sulla cartina geografica, si ha la conferma che la Gran Bretagna è dotata di uno spiccato senso dell’umorismo. Non si può spiegare altrimenti la decisione di colonizzare un cuneo di territorio proprio nel mezzo del Senegal, come un dito messo proprio lì. Come per il resto dell’Africa, la divisione del territorio non segue nessuna logica etnico-culturale. Il Gambia è popolato dallo stesso melting pot che si trova in Senegal, con la differenza che la lingua nazionale è l’inglese.
Mi ci vogliono pochi minuti per scoprire che Eid-al-Fitr è dietro le porte. I marciapiedi sono pieni di pecore in attesa di essere sgozzate per celebrare il gesto supremo di Abramo. Qualsiasi sia la religione, ci rimettono sempre le pecore. Quelle che vedo sul tragitto tra l’aeroporto e l’albergo non ci saranno più di qui alla settimana prossima e molte avranno fatto un lungo tragitto – venendo dalla Mauritania o il Senegal – per morire in Gambia.
In albergo, ignari di feste religiose o anche di trovarsi in una città chiamata Banjul, trovo un tipico gruppo di vacanzieri low cost. Trattasi di anziane coppie tedesche o olandesi che passano una o due settimane al caldo, rinchiusi nei recinti dell’albergo a dormire a bordo piscina. Quando se ne andranno non avranno neanche visto il mare che si trova al di là del cancello e la spiaggia larghissima e vuota. Tutto là fuori appare pericoloso e selvaggio.
La mattina presto, animato da motivazione sportiva senza precedenti, decido di fare jogging in spiaggia, scatenando l’entusiasmo di tutti quelli che mi incrociano. Passo un gruppo che gioca a calcio, altri solitari che corrono nella direzione opposta. I pescatori sono appena rientrati dalla pesca notturna e pisolano all’ombra dei barconi di legno, aspettando che passi qualcuno a comprare pesce. L’oceano è blu e l’acqua è calda, ma nessuno fa il bagno. Sono tentato di buttarmi in acqua per togliermi il sudore che ho attaccato alla pelle come uno strato di colla, ma mi fermo con l’acqua alle ginocchia. Come i turisti che non escono dall’albergo, anch’io non oso uscire dalla terra ferma. Mi tolgo la maglietta e ritorno correndo lento ed affannato a fare colazione in mezzo ai tedeschi.

giovedì 3 ottobre 2013

La lunga via


Se c'è una cosa che l'arrampicata ti sbatte in faccia senza mezze parole è la tua paura. Lasciare un punto di riposo, con la corda che pende sotto i tuoi piedi e non sopra la tua testa è sempre una decisione difficile. Bisogna parlare con il proprio cervello e spiegargli che va tutto bene, non c'è nessun pericolo.
Ci sono poi situazioni in cui non solo il cervello ha paura, ma ha anche ragione. Se si cade ci si fa molto male, si può anche morire. In quei casi parlare con il cervello richiede molto tempo e poi finisce che la decisione la prendono le gambe che decidono di andare o tornare indietro.
Su una via lunga sopra a Glarus siamo in due ad avere paura. Ci alterniamo nel tremolio delle gambe, nelle imprecazioni e nell'eterna decisione tra la vita e la morte (più o meno metaforica). Una volta tocca a lui e una a me. Procediamo più lenti di quello che credevamo, ma ormai c'è solo una via d'uscita, andare in cima, perché tornare indietro sarebbe molto più complicato.
Dopo quattro ore arriviamo all'ultimo tiro di corda, uno dei più difficili, che tocca al mio compagno (ho convenientemente scelto i tiri più facili). E' quasi l'imbrunire, le montagne all'orizzonte si tingono di tonalità che vanno dal verde scuro per quelle più vicine al grigio chiaro per quello più lontane. Il sole riscalda il pomeriggio inoltrato e io sono seduto su un comodo strapuntino, mentre il mio compagno scompare alla vista sopra di me. Ci tiene assieme solo una corda, attraverso la quale comunichiamo muti. Lo sento tirare e quasi lo vedo salire facilmente per un pezzo semplice, poi la corda si ferma di botto e sta probabilmente mettendo un rinvio, poi la corda tira e immagino che si stia appoggiando per prendere un po' di fiato, forse sta mettendo un friend. Mentre io, rilassato, guardo il paesaggio sotto di me, lo sento imprecare in svizzero. Non capisco le parole, ma il tono è minaccioso e sta litigando violentemente con la roccia. Posso sentire il tremolìo delle sue gambe e le dita che diventano dure, gli avambracci in tensione. Appoggio il mento alla corda per auscultarla meglio. La paura sembra scorrere per i fili intrecciati che tengo in mano, così come il dibattito tra i dubbi che non vogliono andare avanti e la certezza che non si può tornare indietro. Poi si sblocca, la tensione della corda cresce, ma questa volta vuole dire che il mio compagno sta salendo, ha passato il pezzo difficile ed ha fatto un paio di metri in scioltezza prima di fermarsi. Poco dopo sento che la corda vive di vita propria e sale con tutta la velocità che posso darle. Il mio compagno deve essere arrivato in cima. Libero la corda e la lascio salire, mentre mi allaccio le scarpe e lancio un ultimo sguardo al panorama sotto di me. Le campane delle mucche si sono zittite. Ora tocca a me.