La città è inmbandierata, la televisione trasmette discorsi ufficiali, c'è gente per le strade: la banda, le majorettes, militari in uniforme, studenti, famiglie vestite a festa. I politici in giacca e cravatta, con i ventri enormi fasciati da bandiere bianche e verdi ostentando sorrisi e aria bonaria. Tutte le persone sul palco ufficiale, con i loro orologi, occhiali, orecchini e collane sembrano uscite direttamente da un quadro dai colori pastello di Botero. I discorsi sono da repertorio: la grandezza del popolo cruzeño, la fede, il futuro. I giornali locali sono usciti con un inserto speciale dedicato ai cittadini illustri del passato e del presente. Da citare il rallysta degli anni cinquanta arrivato tredicesimo al rally Londra-Messico e il giocatore di squash attualmente terzo nel ranking mondiale.
E' il bicentenario della "liberazione" di Santa Cruz, la città più grande della Bolivia. In ogni stato latinoamericano c'è una città che si arroga il titolo di città liberata prima delle altre (l'indipendenza della Bolivia è di 15 anni dopo), di solito una città che si sente diversa. Santa Cruz è la Milano o la Barcellona della Bolivia (ad occhio non si direbbe, ma è tutto relativo). E' la città che si sente ricca, economicamente dinamica, in una regione di esportazione di prodotti agricoli, minerari e idrocarburi. I cambas, gli abitanti del posto, odiano i kolla, gli abitanti dell'altopiano. Nelle poche ore che passo in città ben cinque persone mi dicono che i kolla sono dei taccagni pidocchiosi che non sanno cosa sia il gusto della vita (tanto razzismo l'ho sentito raramente). La tensione si vede dai dettagli: l'assenza del presidente Evo Morales (in visita ufficiale all'Assemblea Generale dell'ONU dove ha "rimpiazzato" Chavez) e il rifiuto del vicepresidente di fare il suo discorso, ufficialmente per un cambio imprevisto nel protocollo. Interessi economici divergenti e identità culturale, ci sono tutti i presupposti per un conflitto. Per il momento non violento, ma l'ossessione con cui si pronuncia la parola "autonomia" parla chiaro, qui non si faranno sconti.
cambakolla
giovedì 30 settembre 2010
martedì 28 settembre 2010
I flagelli divini
Ci sono momenti in cui la maledizione del viaggiatore si abbatte come una punizione biblica, senza apparente motivo. Lasciando São Jose sembrava che tutto fosse a posto: il volo in orario, la pousada di Cuiabà che faceva il pickup dall´aeroporto gratis, la persona al telefono gentile e che parlava un po´ d´italiano, la possibilitá di fare un tour al Pantanal il giorno dopo. Ma le acque del Mar Rosso rimangono aperte solo un attimo, per poi richiudersi improvvisamente: la pousada é un posto con un certo fascino ma totalmente lurida (tralascio la descrizione del bagno per i deboli di stomaco), il padrone ha una risata finta e semi-isterica, il prezzo del tour é astronomico, la cittá é avvolta dal fumo delle campagne che bruciano e - dulcis in fundo - nessuna delle mie due carte di credito sembra avere buoni rapporti con i bancomat della cittá. Con quello che costa il tour, rimarrei senza soldi e devo ancora arrivare in Bolivia, dove spero che almeno una delle due carte verrá resuscitata. In una decisione lampo il Pantanal viene depennato e nel giro di cinque minuti mi ritrovo di nuovo zaino in spalla, nel caldo soffocante di Cuiabá, cittá che ha l´unico interesse di trovarsi nel centro geografico dell´America del Sud, il che non la rende né piú bella né piú piacevole. Alla rodoviaria prendo un bus per Caceres, nella speranza che arrivi in tempo per permettermi di effettuare le formalitá doganali prima di un viaggio allucinante che dovrebbe portarmi in Bolivia. L'aria condizionata è più di forma che di sostanza e si comincia a sudare. All'una il bus si ferma i un posto da Mezzogiorno di Fuoco, dove il fuoco è vero e l'aria è avvolta da una nebbia di fumo e cenere. Caceres appare come un miraggio nel deserto. Per compiere le formalità doganali prendo un moto-taxi con i miei due zaini (la gente guarda con curiosità). La stazione della polizia federale è letteralmente invasa da un gruppo di boliviani vestiti in abiti folklorici. Tento di saltare la coda spiegando che l'ultimo bus per la frontiera parte di lì a poco, ma il poliziotto è inflessibile. Quando si allontana un attimo, il suo collega mi fa cenno di passare e in due minuti il passaporto è pronto. Prima di riprendre il moto-taxi ho il tempo di fare una foto con il gruppo folklorico.
Tento di cambiare dei reais per dei bolivianos. Chiedo a delle persone, ognua delle quali ha una soluzione: la posta, la banca, la signora che ha un negozio d'abbigliamento, la casa di cambio inesistente. Finisco per cambiare i reais in dollari nella speranza che servano dall'altro lato della frontiera. Tornando alla stazione dei bus mi imbatto in una sfilata in cui vari gruppi latinoamericani si esibiscono in balli popolari. Ci sono anche i boliviani che ho incontrato alla stazione di polizia, seguiti da un gruppo di slovacchi (gli unici europei) vestiti con cuffiette e giacche di lana che ballano una danza centroeuropea sotto il sole tropicale.
Il bus per la frontiera è un cassone dell'immondizia con quattro ruote. In compenso la strada è vuota e il paesaggio scorre fuori dal finestrino come se si fosse su un treno: alberi, alberi, alberi, mucche, mucche, alberi, una casa, mucche di nuovo, alberi, un pilone della luce, alberi, mucche, mucche. Il sole inizia a scomparire tra le nuvole, l'aria si fa ocra, poi la notte cala, illuminata solo dai fari del bus che viaggia a tutta velocità.
Quando si ferma salgono a bordo due militari brasiliani dall'aria molto marziale, con tanto di giubbotto anti-proiettile (tanto per sudare un po' di più). Fanno scendere tre ragazzi boliviani e si soffermano - come prevedibile - sul mio passaporto che ha visti di mezza America Latina e mezzo mondo arabo. Mi fanno un paio di domande più per curiosità personale che per sospetto e passano oltre. Il bus riparte per fermarsi poco più avanti. Tutti scendono per salire su un taxi che copre gli ultimi chilometri guidando come un pazzo per una strada sterrata completamente buia.
Arrivo a San Mattias, Bolivia, in uno stato quasi onirico. Vengo sbarcato davanti al Las Vegas Hotel che deve essere l'unico in città, ha un'insegna con un uomo vestito da Cow Boy e sembra in tutto e per tutto un albergo a ore. L'uomo alla reception è semi-analfabeta e va in panico quando deve scrivere la nazionalità italiana invece che brasiliana. Il tempo di farmi una doccia e via a cercare di mangiare qualcosa per le strade semibuie del paese (a San Mattias non si investe molto in illuminazione pubblica e assolutamente nulla in asfalto).
Il viaggio da San Mattias a Santa Cruz, il giorno dopo, dura quattordici ore, di cui più della metà su strada sterrata. Entrando in uno stato di oblio totale, interrotto solo dalle tre fermate per mangiare ed andare in bagno, sopravvivo la prova senza troppo dolore. L'aria che entra dal finestrino dà un po' di refrigerio, la felpa dietro al collo aiuta a dormire un po'. Sono le undici di sera quando arrivo a Santa Cruz, stravolto da tre giorni ininterrotti di viaggio.
Backpain
Tento di cambiare dei reais per dei bolivianos. Chiedo a delle persone, ognua delle quali ha una soluzione: la posta, la banca, la signora che ha un negozio d'abbigliamento, la casa di cambio inesistente. Finisco per cambiare i reais in dollari nella speranza che servano dall'altro lato della frontiera. Tornando alla stazione dei bus mi imbatto in una sfilata in cui vari gruppi latinoamericani si esibiscono in balli popolari. Ci sono anche i boliviani che ho incontrato alla stazione di polizia, seguiti da un gruppo di slovacchi (gli unici europei) vestiti con cuffiette e giacche di lana che ballano una danza centroeuropea sotto il sole tropicale.
Il bus per la frontiera è un cassone dell'immondizia con quattro ruote. In compenso la strada è vuota e il paesaggio scorre fuori dal finestrino come se si fosse su un treno: alberi, alberi, alberi, mucche, mucche, alberi, una casa, mucche di nuovo, alberi, un pilone della luce, alberi, mucche, mucche. Il sole inizia a scomparire tra le nuvole, l'aria si fa ocra, poi la notte cala, illuminata solo dai fari del bus che viaggia a tutta velocità.
Quando si ferma salgono a bordo due militari brasiliani dall'aria molto marziale, con tanto di giubbotto anti-proiettile (tanto per sudare un po' di più). Fanno scendere tre ragazzi boliviani e si soffermano - come prevedibile - sul mio passaporto che ha visti di mezza America Latina e mezzo mondo arabo. Mi fanno un paio di domande più per curiosità personale che per sospetto e passano oltre. Il bus riparte per fermarsi poco più avanti. Tutti scendono per salire su un taxi che copre gli ultimi chilometri guidando come un pazzo per una strada sterrata completamente buia.
Arrivo a San Mattias, Bolivia, in uno stato quasi onirico. Vengo sbarcato davanti al Las Vegas Hotel che deve essere l'unico in città, ha un'insegna con un uomo vestito da Cow Boy e sembra in tutto e per tutto un albergo a ore. L'uomo alla reception è semi-analfabeta e va in panico quando deve scrivere la nazionalità italiana invece che brasiliana. Il tempo di farmi una doccia e via a cercare di mangiare qualcosa per le strade semibuie del paese (a San Mattias non si investe molto in illuminazione pubblica e assolutamente nulla in asfalto).
Il viaggio da San Mattias a Santa Cruz, il giorno dopo, dura quattordici ore, di cui più della metà su strada sterrata. Entrando in uno stato di oblio totale, interrotto solo dalle tre fermate per mangiare ed andare in bagno, sopravvivo la prova senza troppo dolore. L'aria che entra dal finestrino dà un po' di refrigerio, la felpa dietro al collo aiuta a dormire un po'. Sono le undici di sera quando arrivo a Santa Cruz, stravolto da tre giorni ininterrotti di viaggio.
Backpain
domenica 26 settembre 2010
Saudade
Sono piú di cinque mesi che sto viaggiando da solo. Sono quasi dieci anni che vivo in giro per ilmondo, prevalentemente da solo: niente ancore, poche radici. Il senso di libertá che questa vita ti dá é ineguagliabile, assolutamente unico: rispondere solo a se stessi, meno vincoli, pochi obblighi. E´una libertá che ha i suoi costi, uno dei quali si chiama solitudine, in portoghese saudade. Non c´é solo la solitudine bucolica della montagna piú alta o dell´isola in mezzo al mare. C´é anche e soprattutto la solitudine pesante, quella non sollecitata, la solitudine troppo ruomorosa di Bohumil Hrabal. Ci sono momenti in cui il prezzo sembra troppo alto e si darebbe qualsiasi cosa perché il sedile a fianco non sia riempito solo dal proprio zaino (o peggio dall´ubriaco di turno) o perché il proprietario della pousada non ti chieda con aria perplessa você viaja sozinho?
Questa sera, nel buio di São Jose, in un´oscuritá interrotta solo da qualche candela, mi sono sentito chiamare ¨eroe¨. Era un po´ che non succedeva. Di solito mi si chiama cosí per il lavoro che faccio (che di eroico ha poco o niente), ma questa volta semplicemente per attraversare l´America Latina con mezzi pubblici, da solo.
Era una conversaizone rubata con la finta scusa di chiedere informazioni, ma con la speranza che la semplice domanda si trasformasse in dialogo. Non importa che le stesse cose vengano dette e ripetute, né che la persona se ne vada dopo mezz´ora. In questo buio africano, dopo ventidue ore di viaggio e tre di scomodo sonno, la sola cosa che puó attutire il senso di vuoto che ho dentro sono delle parole, qualsiasi cosa vogliano dire. Sentirle riscalda come un termosifone in inverno.
L´indomani é un altro giorno, questo é certo, ma non é detto che sia migliore. Oggi sembra di no, almeno a giudicare dal fatto che mi ritrovo in una strada sterrata, completamente avvolto da polvere ogni volta che passa - senza rallentare - una macchina. Il sole é bollente e in lontananza si vede il fumo dei fuochi spontanei che si accendono a causa della siccitá estrema. Sono alla ricerca di un posto che si chiama ¨vale da lua¨ (valle della luna) ma che non riesco a trovare. Due mesi fa avrei girato le campagne con il mio zaino e il cappello da esploratore, ma oggi no. Oggi dico basta. Abbattuto dalle distanze e dalla difficoltá di vivere zaino in spalla getto ufficialmente la spugna.
Quando il viaggio fai-da-te fallisce, non c´é altro modo che contattare Alpitour. A São Jose Alpitour si chiama Jose (strana coincidenza), che con una macchina che ha visto giorni migliori e per un prezzo piú vicino ai suoi interessi che ai miei, accetta di farmi fare un giro per i dintorni (ma non nel parco Vereadores, perché chiuso causa incendi). Alpitour mi porta alla valle della luna, dove un torrente ha scavato la roccia creando contorti ghirigori. Il posto é bello e si puó fare il bagno nel torrente. La seconda tappa é una cascata nel mezzo di montagne aride. Per arrivarci passiamo per una strada con fuoco a destra e fuoco a sinistra, con qualche pompiere intento nel titanico tentativo di arginare il diluvio di fiamme. La cascata forma una piscina naturale, l´acqua é gelida. In giro c´é poca gente. Nei lunedí di bassa stagione solo gente come me viene qui.
La terza tappa, fuori programma, é un meccanico di Alto Paraiso, che salda come puó la marmitta che si era staccata prendendo una buca. Sulla strada del ritorno, per tentare di vedere qualcosa nel mezzo della polvere, Alpitour attiva i tergicristalli, ma la leva gli resta in mano, con tempismo perfettamente fantozziano.
Vinicius
mercoledì 22 settembre 2010
Brasilia: il presente della cittá del futuro
Bisogna essere dei megalomani incalliti per pensare di creare una cittá dal nulla. Bisogna essere dei visionari senza paura se quella cittá é la capitale del quarto stato piú grande al mondo. Nel 1958, quando fu lanciato il concorso per la sua costruzione, Brasilia era l´incrocio tra due strade sterrate. Attorno il nulla. Pochi anni dopo, su disegno di Lucio Costa, una cittá enorme si sviluppava aprendo le ali a forma di aeroplano. Costa deve aver studiato Marinetti da giovane, perché i simboli del futurismo sono ovunque. Non solo la pianta della cittá e´ un aereo, ma il trasporto e la viabilitá (la velocitá) sono al centro di tutto. L´incrocio tra le due linee principali - la fusoliera e le ali - invece di essere una grande piazza é...la stazione degli autobus. Non é colpa di Costa, ma nessuno - piccolo particolare - ha pensato di creare un posto in cui lasciare i bagagli. Per di piú, nessuno tra le persone a cui ho chiesto - le piú stronze di tutto il Brasile - ha accettato di tenermi lo zaino per qualche ora. Risultato, la visita lampo degli edifici costruiti da Oscar Niemeier é stata fatta zaino in spalla, percorrendo l´asse principale sotto il sole. Biblioteca nazionale, museo nazionale, basilica, ministero degli esteri, parlamento, Niemeir ha costruito tutto quello che era costruibile. Alcune edifici sembrano usciti da Futurama (oppure, piú probabile, Futurama li ha copiati), altri sono piú sobri e bilanciati, con qualche riferimento classico.
Tutto sommato, per quel poco che sono riuscito a vedere, Brasilia é stata comunque pensata bene e sembra una cittá vivibile, piena di verde. Costa si é comunque dimenticato di un piccolo particolare, un essere chiamato uomo, che sembra piú uno spettatore della cittá che colui che ci vive.
Brion
lunedì 20 settembre 2010
Ouro Preto, oro nero
Ouro Preto sembra Nyon, la cittadina sul lago Léman tra Losanna e Ginevra, con strade di porfido ordinate e pulite su cui camminano come mandrie gruppi di scolaresche e comitive di gitanti del week end. Ouro Preto vuol dire oro nero, ma tra le colline della regione non c´é una goccia di petrolio. L´oro é quello giallo, di cui nel diciottesimo secolo si estraeva la metá della produzione mondiale. La parola nero deriva - almeno credo - dal fatto che chi lavorava nelle miniere erano gli schiavi.
Dove c´é oro c´é potere e dove c´é potere ci sono belle chiese (deve essere il senso di colpa). Una dopo l´altra, alternandosi a palazzi coloniali, nel saliscendi delle colline, le chiese sono dei piccoli gioielli barocchi. Ouro Preto é bella, ricca e borghese. Il festival del jazz é il piú elitario del Brasile. Il biglietto per una giornata costa 115 euro, circa la metá di un salario minimo mensuale. Anche gente venuta apposta per vedere il festival desiste quando vede i prezzi e si accontanta dello spettacolino gratuito di consolazione: jazz classico alla Duke Ellington, pochi applausi e niente bis.
zzz....zzz
PS: mi scuso per la noia di questo post, ma il venerdí sera passato con un ingegnere svizzero (tre birre e tremila sbadigli) non aiuta. Per palliare almeno in parte, ecco due notizie tratte da O Globo, il giornale di Rio de Janeiro:
- La squadra del Flamengo, la piú seguita del Brasile, é stata benedetta ieri dal parroco della chiesa di San Giuda. Sembra che la benedizione dia risultati insperati, di cui la squadra ha un gran bisogno visto che naviga vicino alla zona retrocessione.
- All´undienza del processo in cui é accusato di omicidio e occultamento di cadavere il portiere del Flamengo, il pubblico ministero ha iniziato l´interrogatorio di Zico (dirigente del Flamengo ed ex-giocatore dell´Udinese) chiedendogli un autografo.
venerdì 17 settembre 2010
Salvador de Bahia: la cittá ipnotica
¨Tu hai la faccia da israeliano¨ mi dice con estremo senso della fisionomia un tipo che cammina ballonzolando tentando di convincermi ad andare in un albergo che conosce lui (il migliore chiaramente). Poi si corregge: spagnolo. Fuochino. Italiano. Bingo! Siamo ormai in confidenza e mi dice che ho la faccia di chi fuma spinelli. Ha chiaramente un innato senso del complimento. Poi diventiamo amici per la pelle e mi confida che fuma crack, ma solo ogni tanto. Apre la bocca e mi fa vedere un piccolo involto con il crack e sorride. Lo tiene in bocca cosí che se viene fermato dalla polizia lo puó ingoiare e non farsi beccare.
Salavdor de Bahia, la cittá piú vibrante, rumorosa, povera e pericolosa del Brasile. Qui la polizia ti dice di non continuare a camminare per strada perché non é sicuro. Gli stessi turisti brasiliani camminano in gruppo come se fossero in territorio nemico, per non parlare di alcuni stranieri che la sera si barricano in albergo come se in giro ci fossero dei lupi mannari.
Sabato sera
Pelourinho, il luogo dove venivano frustati gli schiavi, ora centro storico. In un locale rettangolare in cui non c´é nientre tranne una finestra da cui escono bottiglie di birra, un gruppo di samba sta suonando. La gente balla e beve, beve e balla. Qualcuno mi pizzica i fianchi, qualcuno vuole fare conoscenza. E´ S., vestito rosso e wonderbra. Voglio ballare? Parlare? Le offro una birra? Due? Devo andare al bagno? Mi puó baciare? Meglio un´altra birra. Nel frattempo un tipo mingherlino in ciabatte riempie il suo bicchiere da tutte le bottiglie e lattine di birra del tavolo. Sta bevendo a scrocco da ore e sta ballando con una donna che deve pesare il triplo di lui. Mentre S. ritenta con la fortuna, il mio vicino inizia a parlarmi in italiano. Lui é stato a Brescia e ne sembra uscito un po´scioccato. Mi chiede, con domanda retorica giustificata solo dalle dieci birre che si é bevuto: ¨perché in Italia ci sono i soldi e la gente é triste e qui non ci sono e la gente é felice?¨. Non rispondo, ma tentando qualche passo di samba (due passi a destra e due a sinistra, girando il piede all´infuori, questa sembra sia la tecnica) rimugino sulla questione. Forse alla fin fin in Italia non ci sono poi tanti soldi oppure in Brasile c´é allegria ma non felicitá, o il contrario. Vengo distratto da un uomo scalzo, con la barba lunga, che sta raccattando tutte le lattine vuote. E´ in competizione con una donna bassa, magra e anche lei scalza. Visto quello che la gente beve c´é comunque spazio per due nel settore del riciclaggio dell´alluminio. S. torna alla carica, le piacciono i miei occhi, mentre il mio vicino continua con la sua esperienza italiana (é stato anche a Vicenza ma penso preferisca Alactraz al Triveneto). Mi presenta le sue due colleghe, mentre S. fa il broncio perché mi considera ¨suo¨. Le ¨colleghe¨ ballano e si fanno rimorchiare. Io dopo un po´saluto tutti e me ne vado a letto tra l´incredulitá del mio vicino, di S. e di un paio di altre ragazze in lista d´attesa.
Boneca
In Brasiile c´é una facoltá di teatro. La metá degli studenti sono gay. A Salvador in questo momento c´é un festival di teatro e anche la gay parade. Due piccioni con una fava. Il gruppo che sta camminando veso la gay parade é composto di teatranti. Il mio fascino esotico é talmente prorompente che quando la parola ¨eterosessuale¨ esce dalle mie labbra un vero e proprio grido di dolore si eleva verso il cielo. La cosa non sembra comunque farli desistere dal tentare con il proselitismo (non si sa mai, magari cambio idea).
In praça Campo Grande si sta riunendo la folla: camion con altoparlanti, venditori di birra, fotografi di giornali online. C´é anche una coppia israeliana che sta nello stesso ostello del gruppo degli studenti di teatro. Iniziamo a parlare e scopro che lui é un avvocato che difende palestinesi arrestati da Israele. Abbiamo un paio di conoscenze in comune tra le associazioni di diritti umani e mi aggiorna sugli ultimi avvenimenti, tra cui la nascita di un bambino. Mentre parliamo passa un ragazzo a petto nudo con due ali argentate sulla schiena. Il resto é musica a volume allucinante, un mare di gente e pioggia torrenziale.
La chiesa
Ci sono piú di duecento chiese a Salvador. Quelle nel Pelourinho, il centro storico, sono stupende e attirano qualche turista svogliato. Le altre sono vissute. Ce n´é una che riesce in entrambe le cose. Su una piccola collina che sovrasta il mare, Nosso Senhor de Bomfim é una chiesa barocca alla periferia della cittá. Alla messa del martedí mattina, alle undici e un quarto, i banchi sono pieni. L´omelia é appena finita e un musicista sta cantando al microfono una canzone religiosa suonando su un ritnmo di bossa nova. Prima della fine, il prete fa gli annunci sulle prossime messe e sulle confesisoni, chiede quanti vogliono confessarsi e quattro o cinque mani si alzano dalla navata. Poi il chitarrista intona ¨tanti auguri a te¨ per qualcuno che ha appena compiuto gli anni, per poi riprendere di nuovo la bossa nova. La messa é finita e una parte della gente si avvia verso l´uscita, mentre altri si avvicinano al prete che sta benedicendo i fedeli con l´acqua santa. Una donna in fila dietro agli altri ha le mani alzate e balla al ritmo della musica.
Nella stanza al lato dell´altare sono appesi al soffitto dei piedi, delle mani, delle teste, dei cuori, fegati, reni e quelli che mi sembrano dei seni. Tutti gli organi sono di plastica. Alle pareti centinaia di foto ricordano la grazia ricevuta. Ci sono quelle di studenti universitari raggianti che hanno conscluso gli studi grazie all´aiuto divino (meglio del CEPU!), a fianco a foto di macchine (non é chiaro se si ringrazia per l´acquisto o si chiede un´assicurazione addizionale contro i sinistri). Le piú numerose sono foto di gambe ingessate, nasi rotti, piaghe, ferite, bruciature, persone in letti d´ospedale. E poi centinaia di foto tessera, incollate una affianco all´altra: giovani, vecchi, adulti, come in un´enorme collezione di facebook.
Nella stanza al lato dell´altare sono appesi al soffitto dei piedi, delle mani, delle teste, dei cuori, fegati, reni e quelli che mi sembrano dei seni. Tutti gli organi sono di plastica. Alle pareti centinaia di foto ricordano la grazia ricevuta. Ci sono quelle di studenti universitari raggianti che hanno conscluso gli studi grazie all´aiuto divino (meglio del CEPU!), a fianco a foto di macchine (non é chiaro se si ringrazia per l´acquisto o si chiede un´assicurazione addizionale contro i sinistri). Le piú numerose sono foto di gambe ingessate, nasi rotti, piaghe, ferite, bruciature, persone in letti d´ospedale. E poi centinaia di foto tessera, incollate una affianco all´altra: giovani, vecchi, adulti, come in un´enorme collezione di facebook.
La domenica
I figli di Gandhy non sono una comune indo-buddista, né un´organizzazione di idealisti pratici. Os Filhos de Gandhy é il bloque de samba piú conosciuto di Salvador de Bahia, una vera e propria istituzione che mischia percussioni, danza e condomblé, la religione sincretica animista d´origine africana. La domenica pomeriggio, verso le quattro, i tamburi iniziano a suonare in un seminterrato del centro di Salvador. Il ritmo é lento e ripetitivo. Dei cantanti si alternano al microfono, la gente balla (gli uomini in mezzo, girando a cerchio, le donne ai lati). C´é gente di tutte le etá, magliette degli ACDC, sandali di cuoio, scarpe da ginnastica, treccine, capelli rasta, pance pronunciate, minigonne. La musica va avanti per tutto il pomeriggio. Ogni tanto si fa piú forte e intensa, suonano due trombettisti, poi ritorna a ritmi piú bassi. I percussionisti sudano, i cantanti sudano, la gente balla e suda. Impossibile rimanere con i piedi fermi. Sembra di essere in Angola, in Mali, in Senegal. Ci sono solo pelli scure tutto attorno ed il paradosso é che in questo angolo d´Africa trapiantato in America Latina, l´unico che in Africa ci ha effettivamente vissuto - il piú bianco, scoordinato e impacciato di tutti - sono probabilmente io.
Mendicanti
Nel centro di Salvador é impossibile camminare cinquecento metri senza essere fermati da un venditore ambulante, un mendicante, o un ¨amigo amigo que precisa você?¨. La domenica sera, quando la polizia si dirada per le strade, i mendicanti si moltiplicano. Una prostituta specializzata in italiani mi abborda mentre sto comprando uno spiedino di carne. Mi segue per un po´. Perché non voglio parlare con lei? Boh forse saró timido, chi lo sa? Viene rimpiazzata da un ragazzino con i capelli elettrizzati e lo sguardo spiritato (a occhio e croce direi strafatto di crack). Non demorde. Obrigado não preciso de nada. Niente, continua. Cambio strada, mi segue. Vattene! Glielo dico in varie lingue anche se i gesti sono sufficientemente espliciti.
Meninos de Rua sono i bambini di strada. Per una vita ho letto articoli, guardato documentari, seguito il problema. Ora, invece di una vittima di un sistema disfunzionale i cui diritti sono violati e abusati, vedo solo un gran rompiballe di cui disfarmi al piú presto. Oltre che la noia di trattare male qualcuno mi ritrovo a sentirmi in colpa. Torno in albergo con un senso di sconfitta addosso. Usciró il lunedí, quando la polizia torna in strada per proteggere gente come me.
Martedí
Il martedí, tanto per cambiare, nel Pelourinho si balla. Ci sono un paio di concerti a distanza di trecento metri l´uno dall´altro: musica tropicale e musica pop brasiliana, con qualche accento di samba. Uomini brasiliani a caccia di donne straniere e donne straniere in speranza e attesa di essere cacciate. Alle nove, in una strada laterale, iniziano a riunirsi delle persone. Arrivano i tamburi: grandi, piccoli, medi. Saranno una ventina i percussionisti. Quando muovono le braccia un tuono si abbatte su Salvador: dieci, cento, mille battiti al secondo. I percussionisti iniziano a camminare e dietro di loro iniziano a ballare dei ragazzi: pelle nera e fisico da divinitá greche. Poi si aggiunge una spagnola, un paio di svedesi, un´argentina. Le pelli sono bianche, i capelli biondi, ballano anche bene. Attorno una piccola folla segue il gruppo, chi con in mano una macchina fotografica e chi con le mani sulle orecchie (fanno un casino mostruoso). Si scende la strada, si passa per la piazza, si risale la strada principale che di giorno é stracolma di turisti: tum, tin, tan, ta ta ta, tric, tu tum, tac tic tac, trututum, sembra che il cielo ti stia cadendo addosso.
Poi il silenzio. I percussionisti, cosí come sono venuti, scompaiono. Si disperdono in mille rivoli, voltando per le stradine laterali, quelle con i buchi, gli edifici cadenti, le baracche, i bar con i tavoli di plastica, la porta aperta e note si samba. Tornano a casa.
Jorge Amado
mercoledì 15 settembre 2010
Olinda
Ad Olinda, la cittá gemella di Recife, sembra di essere al Cairo. Non ci sono piramidi gigantesche, né il Nilo, né caffé in cui uomini con i baffi bevono caffé fumando narghilé. In compenso qui si posso trovare le finte ¨guide turistiche¨ piú insistenti del Brasile. Non demordono neanche quando spieghi che non hai voglia di sentire spiegazioni e che vuoi solo fare un giro senza qualcuno che ti parli nelle orecchie. Niente da fare.
Ad Olinda c´é la chiesa piú vecchia e probabilmente piú bella del paese. E´ in un convento francescano che si trova in cima ad una collina con vista sull´Atlantico. All´interno c´é un chiostro che fa venire voglia di diventare monaco: silenzioso, raccolto, completamente rivestito di azuleios che raccontano la storia di San Francesco. C´é San Francesco con gli animali, mentre predica, mentre va scalzo. C´é anche un San Francesco inedito con Gesú e Maria. Nel convento vivono ancora dei frati, da quello che deduco dalla tabella appesa al muro con le colonne ¨a casa¨, ¨nella parrocchia¨, ¨in viaggio¨, ¨a Recife¨. Ci sono tre nomi e tutti e tre sono ¨a casa¨, il che vuol dire probabilmente al secondo piano del chiostro.
Fuori dalla chiesa il silenzio sparisce. Siamo agli scgoccili della campagna elettorale e, benché i giochi per le presidenziali siano chiusi da settimane (la Dilma ha 30 punti di vantaggio su tutti e Lula, se si ripresentasse, sarebbe eletto papa) restano aperte le possibilitá per le altre poltrone e poltroncine statali e federali. Per cui girano macchine con gli altoparlanti, girano moto con gli altoparlanti, girano pure biciclette con gli altoparlanti. E poi bandiere, volantini e poster di gente con la faccia da politico, da imbonitore, da cantante trash o da mago (sembra di essere in Italia). Ma il meglio in assoluto sono dei pupazzoni giganti in stile carnevale (quello di Olinda é uno dei piú celebri del Brasile) con le faccione sorridenti dei candidati. A Viareggio servono per sbeffeggiare i politici mentre qui per attirare voti.
Arlecchino
Ad Olinda c´é la chiesa piú vecchia e probabilmente piú bella del paese. E´ in un convento francescano che si trova in cima ad una collina con vista sull´Atlantico. All´interno c´é un chiostro che fa venire voglia di diventare monaco: silenzioso, raccolto, completamente rivestito di azuleios che raccontano la storia di San Francesco. C´é San Francesco con gli animali, mentre predica, mentre va scalzo. C´é anche un San Francesco inedito con Gesú e Maria. Nel convento vivono ancora dei frati, da quello che deduco dalla tabella appesa al muro con le colonne ¨a casa¨, ¨nella parrocchia¨, ¨in viaggio¨, ¨a Recife¨. Ci sono tre nomi e tutti e tre sono ¨a casa¨, il che vuol dire probabilmente al secondo piano del chiostro.
Fuori dalla chiesa il silenzio sparisce. Siamo agli scgoccili della campagna elettorale e, benché i giochi per le presidenziali siano chiusi da settimane (la Dilma ha 30 punti di vantaggio su tutti e Lula, se si ripresentasse, sarebbe eletto papa) restano aperte le possibilitá per le altre poltrone e poltroncine statali e federali. Per cui girano macchine con gli altoparlanti, girano moto con gli altoparlanti, girano pure biciclette con gli altoparlanti. E poi bandiere, volantini e poster di gente con la faccia da politico, da imbonitore, da cantante trash o da mago (sembra di essere in Italia). Ma il meglio in assoluto sono dei pupazzoni giganti in stile carnevale (quello di Olinda é uno dei piú celebri del Brasile) con le faccione sorridenti dei candidati. A Viareggio servono per sbeffeggiare i politici mentre qui per attirare voti.
Arlecchino
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