giovedì 29 agosto 2013

The house of mystery



Quando ho comprato il biglietto per il Concerto di Leonard Cohen non mi aspettavo certo di trovarmi tra i fan di una Boy Band, ma la realtà supera le aspettative: sembra di essere nel reparto geriatrico dell'ospedale di Zurigo. Il concerto è previsto per le otto di sera (per evitare di far tardi) e il palazzetto è pieno. Più di seimila posti a partire da cento euro. Non c'è da stupirsi se tutte le principali tournée europee passano sistematicamente da qui.
Il mio posto è nel settore F, fila 24, numero 15, il palco è un miraggio lontano. Alla mia sinistra ho una coppia di anglofoni, composta da donna che non sorride e da uomo tuttologo che analizza con minuziosa dovizia le installazioni relative a suoni e luce. Alla mia destra ho un'arzilla settantenne coinvolta in un'appassionata conversazione nel più stretto degli svizzeri-tedeschi con una donna più giovane, probabilmente la figlia. Non tace un attimo e sembra chiaro che sta carburando a vino rosso da un po'.
Il concerto inizia alle otto e un quarto, deroga eccezionale all'assoluta puntualità elvetica. Alle prime note di Dance Me to the End of Love, quando Cohen attacca con "dance me to your beauty with a burning violin", l'esagitata alla mia destra si dimena come se fosse ad un concerto dei One Direction, occupando tutta la visione del palco e degli schermi, sia mia che dell'azzimata coppia anglofona. Mettendo subito i puntini sulle i, la decisa donna senza sorriso intima all'esagitata di starsene buona che non vede niente. Mi trovo tra la classica incudine e il classico martello.
Da lontano sembra che Lonard Cohen sia un ragazzino: si muove a destra e a sinistra, si inginocchia, accenna qualche passo di ballo. La sua voce scava fossati di emozioni ed il pubblico si scongela, abbandona la secolare tradizione svizzera improntata alla più assoluta tendenza all'autoflagellazione per mostrare un insperato entusiasmo. La vicina di destra è la capofila. In preda ad un ipercinetismo patologico, si toglie e si mette gli occhiali in maniera compulsiva, passandosi i capelli dietro le orecchie e ripetendo il tutto almeno dieci volte ogni canzone.
Alla pausa, le due donne alla mia destra vanno a fare benzina di vino bianco, mentre la coppia triste alla sinistra passa tutto il tempo a parlarne male e a dirsi a vicenda che dovevano starsene a casa. Il secondo tempo inizia come il primo. Cohen inizia con "I remember you well in the Chelsea hotel", causando profondi brividi alla mia schiena, una crisi di logorrea alla donna alla mia destra e una stizzata reazione dell'anglofono alla mia sinistra. Il gesto non è proprio da gentleman, ma sortisce l'effetto dovuto e la donna se ne sta zitta mentre Cohen continua a descrivere la sua avventura di una sera con Janis Joplin ("you told me again you preferred handsome men, but for me you would make an exception"). Ad un certo punto la signora alla mia destra si appoggia allo schienale, con lo sguardo perso nel vuoto, immobile. Temo che, causa vino ed eccitazione, abbia tirato un colpo, sto quasi per avvertire la figlia che non se n'é accorta. Ma poi si riprende e ricomincia a mettersi e togliersi gli occhiali, indice che tutto è tornato nella norma.
Dopo quasi due ore e mezza arriva Take this Valtz, la canzone ispirata a una poesia di Garcia Lorca. Una scena da film di Boñuel si produce con la naturalezza di un colpo di vento: decine di persone, come colombe dal desio chiamate, lasciano il loro posto e camminano come zombies verso il palco. Alcuni accennano un passo di valzer, altri stanno semplicemente lì, come in trance. Approfitto del miracolo per sbarazzarmi degli anglofoni e della pazza e mi avvicino anch'io, fino a pochi metri dal palco. Sembra di entrare nella musica e nelle parole "ah you loved me as a loser, but now you're worried that I might just win".

domenica 25 agosto 2013

Nigeria


La Nigeria, lo stato più popoloso d’Africa ed il primo produttore di petrolio del continente, è stata colonizzata con l’accetta: a nord del fiume Niger i francesi, a sud gli inglesi e pazienza se il confine divideva popolazioni appartenenti allo stesso gruppo etnico, l'importante era spartirsi il territorio senza troppe tensioni. Per gli africani i fiumi sono dei mezzi di comunicazione e di aggregazione. Per gli Europei sono delle frontiere naturali, perfetti per piantare bandiere e far firmare trattati a capi tribali analfabeti.
Il risultato attuale è uno stato di più di 170 milioni di abitanti, appartenenti a 250 gruppi etnici, in cui si parlano 500 tra lingue e dialetti. In tutta questa enorme complessità, c’è chi semplifica il tutto con una serie di bipolarità: il nord e il sud, i cristiani e i musulmani, i ricchi e i poveri, i terroristi di Boko Haram e l’esercito.
Io mi fermo alla dicotomia tra città. C’è Lagos, la città-mostro di 8 milioni di abitanti ufficiali (quelli reali nessuno lo sa),  in cui miseria, criminalità e inquinamento si mischiano senza soluzione de continuità a lusso, vita notturna e dinamismo senza pause. La città incontrollabile che cresce a dismisura senza alcuna pianificazione, ma in cui si registrano incredibilmente i più alti tassi di felicità al mondo (http://www.jdsurvey.net/jds/jdsurveyMaps.jsp?Idioma=I&SeccionTexto=0404&NOID=103).

E c’è Abuja, la nuova capitale costruita dal nulla come Brasilia, senza anima, il cantiere eterno finanziato dal petrolio fatto di grandi arterie stradali, edifici nuovi che ospitano ministeri e uffici pubblici, hotel e centri commerciali. La città ordinata e pulita, in cui le case e gli abitanti passano in secondo piano rispetto alle leggi della viabilità e all’immagine di modernità. 

domenica 14 luglio 2013

Tschingelhorn

A volte mi chiedo chi me lo fa fare. Succede spesso quando mi sveglio alle quattro di mattina in un rifugio affollato e insaporito di tutti gli odori delle notte (e dei calzini del giorno prima). Oppure mentre sto salendo a fatica, sul ghiaccio o sulla roccia, e solo la necessità di andare avanti riesce a scacciare la paura.
A volte mi giuro e spergiuro che basta, il prossimo week end al lago a far arrostire würstel. E la decisione sembra presa e con molti punti esclamativi. E poi ci sono le vesciche ai piedi, il mal di spalla, lo zaino, le scottature, le labbra secche, la sete, il caldo, il freddo, la scomodità dell'imbrago, il senso di costrizione della corda, il muoversi impacciati dei ramponi, senza parlare di questa picozza che serve per mezz'ora e te la devi portare dietro per due giorni.
E tutto questo per qualche minuto di panorama mozzafiato, a 3.500 metri al di sopra del mondo normale, con le dame bianche delle alpi svizzere che ti guardano da lontano, sobrie ed altere.
Poi c'è da scendere duemila metri, con le gambe che si muovono a fatica, ma con una soddisfazione in corpo che ti fa già dimenticare di aver detto basta.








venerdì 28 giugno 2013

La vergine bianca

Iniziare un'escursione sul ghiacciaio della Jungfrau non è proprio un'esperienza bucolica. Sul treno a cremagliera che sale lentissimo nel ventre gelido della montagna si palpa con mano il cambiamento radicale del turismo internazionale. Quando quasi vent'anni fa salivo con la mia famiglia, i turisti erano svizzeri, tedeschi o - massimo dell'esotismo - italiani. Oggi sono solo cinesi e indiani, mezzo assopiti dall'alzataccia, in sandali e maglietta, con macchine fotografiche telescopiche, famiglie intere che sembrano sbarcate sulla luna o nel film di Bollywood da cui hanno scoperto l'esistenza della Jungfrau. Gli annunci automatici del treno sono multilingue, tra cui cinese, giapponese e hindi. Quando si arriva in cima si ha l'impressione di essere in una grande stazione asiatica, con fast food che servono spaghetti di riso e curry. L'ambiente è un misto tra uno zoo e un Luna Park, certo non si ha l'impressione di essere in cima ad uno dei ghiacciai più grandi dell'Europa continentale. Per fortuna basta mettersi dei ramponi ed allontanarsi di qualche metro e la montagna prende il sopravvento. Poi basta lasciar parlare la Jungfrau:












domenica 23 giugno 2013

Metropoli su due ruote


Una delle figure immancabili in ogni organizzazione o istituzione africana è il responsabile del protocollo. Si tratta in genere dell’uomo tuttofare, che conosce poliziotti e doganieri e che olia gli ingranaggi dell’aeroporto per riuscire a fare entrare e uscire velocemente le persone sotto la sua tutela.
Il mio responsabile del protocollo mi viene a prendere in albergo di Kinshasa quattro ore prima del mio volo. Il check in è già fatto e l’aeroporto è a venti chilometri. Non capisco tanta fretta, ma obbedisco.
La ragione mi sarà chiara di lì a poco, quando la nostra macchina sarà inghiottina dalla madre di tutti gli ingorghi. Sull’enorme viale in stile sovietico che porta all’aeroporto si è ammassata una quantità incredibile di macchine, camion, bus e mezzi di ogni tipo. Ci sono dei restringimenti per lavori in corso e si è probabilmente svolta la tipica dinamica delle strade di Kinshasa: macchina che si blocca in mezzo alla strada, altre macchine che passano a destra e sinistra, ulteriori rallentamenti, macchine che invadono la corsia opposta bloccando il traffico nell’altro senso, fino a che tutti si bloccano senza potersi muovere di un millimetro.
Mentre il tramonto lascia spazio ad un buio intenso e centinaia di persone camminano in mezzo alle macchine bloccate, scrivo e-mail ascoltando la storia della vita del responsabile del protocollo. Ha sei figli, di cui tre prima del matrimonio (tu sais, je les ai faits durant me études). Mi dice che se venisse in Italia cercherebbe moglie, perché la sua è morta. Con sei figli a carico non è molto contento e aggiunge: senza donna e senza figli va bene, ma senza donna e con i figli è un disastro. La vita, come gli ingorghi, vanno presi con filosofia.
L’attesa si fa senza speranza e le lancette girano. Per evitare di perdere l’aereo decidiamo di cercare una moto per andare all’aeroporto. Lui con il mio trolley ed io con la borsa del computer, iniziamo a zigzagare in mezzo alle macchine ferme, in una nuvola di gas di scarico e polvere. Chiaramente il muzungu che cammina invece di stare seduto in macchina attira grande attenzione e ilarità. Un ragazzo mi si mette alle calcagna e mi fa un lungo discorso in lingala, altri si limitano a sorridere.
Quando troviamo una moto, saliamo in tre: il guidatore davanti, io in mezzo e il responsabile del protocollo dietro con il trolley sottobraccio. Il pilota è esperto di zigzag in mezzo alle macchine e ai pedoni. Deve avere degli occhiali naturali perché riesce a vedere al buio, in mezzo alla polvere e guidando a velocità supersonica. In certe occasioni meglio non pensare a niente e lasciarsi trasportare nel buio tropicale.

martedì 18 giugno 2013

Heart of Darkness


Dopo aver letto un libro sulla colonizzazione africana che parlava della corsa tra l’avventuriero americano Stanley al servizio del re del Belgio e Brazza, l’italiano al servizio della Francia, mi trovo infine sulle rive del fiume Congo, nel Cuore di Tenebra.
Mi aspettavo che Brazzaville fosse una città disorganizzata e caotica, ed invece trovo strade asfaltate e una certa aria da città di provincia. Il casino, mi dicono, si trova dall’altra parte; ed indicano il fiume da cui fa capolino Kinshasa, già Leopoldville, una delle metropoli più grandi d’Africa.
Non essendoci ponte tra le due città per discordie politiche e battaglie commerciali, il passaggio si fa in barca. Visto che si tratta di due stati diversi, la procedura è piuttosto kafkiana e quindi costosa. Se si vuole passare in tempo ragionevole, conviene contattare un intermediario che si occupa delle procedure amministrative, comprare i biglietti e intrattenere rapporti d’amicizia interessata con il responsabile dell’immigrazione, oltre che ammassare una discreta quantità di documenti puramente decorativi. Il prezzo del servizio è un forfait che si basa principalmente sul potenziale economico del soggetto e soprattutto sul colore della sua pelle. Oggi si fa festa.
Aspettando seduto sotto un albero, osservo uno spaccato dell’economia informale africana. Il numero di persone che aspettano attira venditori di ogni tipo, vari lustrascarpe, oltre ai bambini che rovistano nell’immondizia alla ricerca di bottiglie di plastica. Quello che ha più successo di tutti è un ragazzo con una macchina fotografica digitale e una piccola stampante portatile. La foto costa 1000 franchi CFA (un euro e mezzo) e la si ha in un paio di minuti. Non c’è nessuno che riesce a resistere alla tentazione e il ragazzo fa grandi affari. Forse a causa di tanta abbondanza, non dà grande peso alla qualità, per cui il mio ginocchio appare in varie fotografie, oltre che lampioni, panchine, pezzi di edifici e macchine.
Quando chiamano il mio nome (il boarding è nominale), mi precipito nella barca lottando con il resto dei passeggeri (il concetto di coda non è proprio britannico). Poco dopo la lancia sfreccia sul largo fiume scuro, che più di un secolo addietro era percorso dai lenti battelli a vapore delle potenze coloniali e dei mercanti di olio di palma e caucciù. Manca solo il capitano Kurtz.

lunedì 10 giugno 2013

La Madrid gregaria


Il vero monumento di Madrid non è il Prado, né il Palazzo Reale, ne la Puerta del Sol. Il vero monumento di Madrid - la ragione per cui ci si va e ci si vuole ritornare - è la sua gente. Gli abitanti di Madrid non sembrano avere una casa, vivono per strada, mangiano in piedi, camminano a tutte le ore, non si nascondono mai. Se ci fosse un opposto fisico di Zurigo - la città in cui tutti hanno paura di tutti - sarebbe sicuramente Madrid, il posto in cui ti si rivolge la parola nel modo più spontaneo e naturale.
La domenica mattina faccio un giro per il Retiro, l'immenso mercato in cui si vende di tutto. Più che per comprare, vale la pena venire a mangiare tapas, bere una caña e guardare la massa umana muoversi tra i banchi a passo di lumaca. 
Poco lontano, in una piccola piazza, c'è una donna esagitata che fa ballare un'umanità varia e piuttosto sedentaria (almeno a giudicare dai grossi culi). La musica è di Tarkan e le mosse sono vagamente arabizzanti. La piccola folla muove le anche, le braccia e le spalle, obbedendo agli ordini come un esercito obbediente (e un po' scoordinato).

Lascio i ballerini della domenica e poco lontano mi imbatto in una manifestazione di estrema sinistra. Varie centinaia di persone sono raggruppate a cerchio. Alcune hanno delle bandiere, c'è un megafono, tutti scandiscono slogan generici: disobbedienza, anticapitalismo, rivoluzione. E' senza dubbio la manifestazione più statica che abbia mai visto. Tutti stanno in piedi e seguono il ritmo dello slogan pronunciato dal megafono. Più che per protesta sembra che siano tutti lì per vedersi ed incontrarsi. Me li immagino rompere i ranghi di lì a poco per andare a mangiare dei calamari fritti con una birra fredda, belli soddisfatti.