I panamegni hanno la faccia da banditi, ma per il resto sono molto gentili e disponibili. Per la gente e la musica (la salsa e´ubiqua) sembra di essere in Colombia. In effetti, fino al 1903, Panama era una provincia colombiana, prima che una provvida secessione dell´ultima ora fornisse agli Stati Uniti tutti i diritti sul futuro canale.
Nell' arcipelago di Bocas del Toro si ritrova la tipica atmosfera caribegna: bambini che giocano a baseball per strada, case di legno costruite su palafitte, donne sedute sul portico, pelli scure. Lascio Isla Colon - un concentrato di hotel, ristoranti e agenzie turistiche - per andare a Bastimentos, a soli dieci minuti di barca (e un totale di 10 turisti al massimo). Come il resto delle isole dell´arcipelago, anche Bastimentos e´ appartenuta alla United Fruit Company (banane), come del resto la gran parte delle terre dell´entroterra.
Lavorare non e´la priorita´degli abitanti dell´isola. Meglio giocare a carte o a domino. Il posto in cui faccio colazione e´in teoria un ristorante. Un po´difficile da trovare a causa di una minuscola insegna illeggibile. Per arrivarci bisogna scendere delle scale, entrare a casa di qualcuno (immagino dei proprietari ma non ne sono convinto) e attraversare una passerella. Il menu non e´un gran che, ma la vista sul mare e´senza prezzo. A fianco a me cinque donne stanno mangiando pollo fritto e bevendo birra alle nove di mattina. Parlano lungamente e con dovizia di particolari di una bambina che e´caduta e si e´ fatta male ad un labbro, praticamente l'evento del mese. Capisco solo una parte della conversazione perche´ alcune parlano in inglese, altre in spagnolo e altre ancora in una strana lingua che ha parole di entrambe. Si chiama gui-gui o qualcosa di simile.
A Bastimentos non c´e´molto da fare tranne camminare per l´unico marciapiedi (non ci sono macchine) che e´ lungo meno di un chilometro. Prendendo un sentiero che si inoltra nel bosco si arriva ad una spiaggia di sabbia bianca e onde alte dove surfisti in erba tentano di darsi da fare e bagnanti intrepidi sfidano le onde assassine. Dopo aver letto le istruzioni su come comportarsi se si e´ presi da una corrente, faccio il bagno allontanandomi il minimo dalla spiaggia (non vale la pena andare dove non si tocca).
A Bastimentos l´orologio e´ cosi´ poco importante che rimango tutto il tempo con l´ora del Costa Rica, senza accorgermi che qui c´é un´ora in piu´. La sera incontro un tipo molto logorroico che vuole fare conversazione. Mi spiega che si è appena fatto una striscia di coca e che non è ora di andare a dormire. Altra gente per strada saluta e inizia a conversare. Alcuni con fini di lucro ("vuoi marijuana?") altri per passare il tempo. Immagino che a forza di vedere le stesse persone venga voglia di parlare con una faccia nuova.
Caribegno
lunedì 14 giugno 2010
domenica 13 giugno 2010
La Repubblica delle Banane
La strada che da Cahuita porta al confine con Panama e´costeggiata da un unico, interminabile, campo di banane. Qui l´Uomo Del Monte controlla - con il vestito bianco, il panama in testa, gesti sicuri e fare paternalistico - che le banane arrivino sui banchi della Coop in perfetta forma.
Il confine tra Costa Rica e Panama sembra il set di un film: un vecchio ponte di ferro che unisce i due lati di un lento fiume limaccioso. In mezzo delle assi di legno e delle vecchie rotaie in disuso su cui ora passano traballando enormi camion americani a passo d´uomo. In compenso passare le formalita´ doganali e´piu´veloce che fare la fila al supermercato e si e´dall´altra parte senza neanche accorgersene, non fosse per il sempiterno rompiballe spenna-turisti che vuole convincermi ad andare a Bocas del Toro con il suo shuttle.
Rifiuto dietro discreto consiglio di una panamense a cui avevo chiesto come si chiama la moneta locale e che non mi aveva saputo rispondere. Scopriro´che si chiama "Balboa", come Rocky. In realta´ e´ una moneta virtuale perche´ ha una parita´di 1 a 1 con il dollaro che e´ utilizzato ovunque, anche per piccoli importi. Anche i Balboa, come i Lempiras (Honduras), Cordobas (Nicaragua) e Colones (Costa Rica) prendono il nome dal primo conquistador che ha piantato una bandiera spagnola su queste terre nel sedicesimo secolo. E´ un po´ come se un paese del Maghreb chiamasse la sua moneta Napoleone III oppure Charles De Gaulle.
Bolaffi
Il confine tra Costa Rica e Panama sembra il set di un film: un vecchio ponte di ferro che unisce i due lati di un lento fiume limaccioso. In mezzo delle assi di legno e delle vecchie rotaie in disuso su cui ora passano traballando enormi camion americani a passo d´uomo. In compenso passare le formalita´ doganali e´piu´veloce che fare la fila al supermercato e si e´dall´altra parte senza neanche accorgersene, non fosse per il sempiterno rompiballe spenna-turisti che vuole convincermi ad andare a Bocas del Toro con il suo shuttle.
Rifiuto dietro discreto consiglio di una panamense a cui avevo chiesto come si chiama la moneta locale e che non mi aveva saputo rispondere. Scopriro´che si chiama "Balboa", come Rocky. In realta´ e´ una moneta virtuale perche´ ha una parita´di 1 a 1 con il dollaro che e´ utilizzato ovunque, anche per piccoli importi. Anche i Balboa, come i Lempiras (Honduras), Cordobas (Nicaragua) e Colones (Costa Rica) prendono il nome dal primo conquistador che ha piantato una bandiera spagnola su queste terre nel sedicesimo secolo. E´ un po´ come se un paese del Maghreb chiamasse la sua moneta Napoleone III oppure Charles De Gaulle.
Bolaffi
giovedì 10 giugno 2010
Cahuita
I ticos, gli abitanti del Costa Rica, fanno a gare con i nicos, gli abitanti del Nicaragua, a chi fa il miglior gallopinto (riso con fagioli). Non so chi vinca, visto che una disputa culinaria meriterebbe un opiatto upiu´ degno. Entrambi mangiano pollo non-stop. Alla stzione dei bus per il caribe di San Jose ci sono cinque baracchini che servono esattamente lo stesso cibo e allo stesso prezzo, contro tutti i principi del libero mercato (se Adam Smith fosse nato in Costa Rica avrebbe fatto i miliardi vendendo pizza).
Il bus per Cahuita sembra una scolaresca di americani in gita: infradito, pantaloni corti e smalto sulle unghie dei piedi, sintomo che si tratta di viaggiatrici di corto termine (in generale le vere backpackers non possono permettersi il lusso della pedicure). Il bus lascia in fretta le strade squadrate di San Jose per penetrare in una vegetazione lussureggiante dove il verde non lascia spazio a nessun altro colore: un muro di piante sia a destra che a sinistra, per chilometri e chilometri di curve sinuose, scendendo dalle montagne verso il mare. Ad un certo punto si scorge dall'alto la costa caraibica, ma ci vorranno piu' di due ore per arrivarci.
Limon, la prima citta' sul mare, e' annunciata da enormi depositi di containers: Maersk, Hamburg, MSC. Tutte le grandi compagnie internazionali di logistica e trasporto sono presenti. Limon e' il porto da cui transita tutto cio' che e' prodotto in Costa Rica (principalmente banane e caffe') e tutto cio' che vi e' importato. Come tutti i grandi porti, anche Limon e' pieno di night club tendenti allo squallido con le puttane di rito. Forse per farsi perdonare questi peccati veniali, Limon e' anche piena di chiese. Sulla strada che costeggia la costa c'e' una striscia infinita di croci che indicano una chiesa anglicana, un tempio del settimo giorno, una chiesa avventista, una chiesa quadrangolare, la sala dei testimoni di Geova e una normale chiesa cattolica.
Arriviamo a Cahuita che sono le otto e mezza di sera, ma sembra mezzanotte. Per trovare un taxi bisogna camminare verso l'unica strada e farsi aiutare da un rasta ubriaco, tipico personaggio caraibico. Il tassista e' ancora piu' ubriaco e/o fumato del rasta, ma ci porta a destinazione - albergo "piscina naturale" - dove un tale William fa gli onori di casa una volta tirato giu' dall'amaca dal suddetto tassista. William sembra avere una gran passione per il rhum.
La mattina ci si sveglia con il suono delle onde e di un caterpillar che sembra stia sradicando il muro portante della stanza. William si sta riprendendo bevendo Coca Cola, mentre la padrona di casa - un'americana di una cinquantina d'anni - sta armeggiando con un badile. Il giardinaggio e' la sua passione e nel giardino sembra di stare nell'Eden: manca solo l'albero di mele ed il serpente.
Il parco nazionale di Cahuita e' il piu' visitato del Costa Rica, non necessariamente perche' sia il piu' bello, ma perche' e' il piu' accessibile, visto che l`entrata e` praticamente in paese. Si tratta di un'interminabile spiaggia bordata da foresta con le ormai solite scimmie urlatrici, ragni, serpenti, enormi farfalle blu e bradipi che pero' non si fanno vedere. Verso la fine del sentiero riceviamo un passaggio da una pattuglia di polizia che e' particolarmente gentile oppure particolarmente affascinata dal decollete' della mia amica Marine. Sia come sia, a caval donato non si guarda in bocca. Il resto della strada la facciamo con tre francesi di mezza eta´ che ci offrono anche loro un passaggio.
Il sabato sera a Cahuita mi ricorda - con tutti i distinguo del caso - Gorizia degli anni 90. C'e' il pub in cui si balla (non sui tavoli e solo musica latina) con molti uomini che guardano le poche donne ed il locale in cui c'e' una band locale che al posto di "Fredda Gorizia" suona cover di Bob Marley seguita da un piccolo stuolo di gioventu' eccitata e da coppie in bermuda che lasciano scoperte cosce troppo bianche a muoversi fuori tempo.
Professor Rutto
Il bus per Cahuita sembra una scolaresca di americani in gita: infradito, pantaloni corti e smalto sulle unghie dei piedi, sintomo che si tratta di viaggiatrici di corto termine (in generale le vere backpackers non possono permettersi il lusso della pedicure). Il bus lascia in fretta le strade squadrate di San Jose per penetrare in una vegetazione lussureggiante dove il verde non lascia spazio a nessun altro colore: un muro di piante sia a destra che a sinistra, per chilometri e chilometri di curve sinuose, scendendo dalle montagne verso il mare. Ad un certo punto si scorge dall'alto la costa caraibica, ma ci vorranno piu' di due ore per arrivarci.
Limon, la prima citta' sul mare, e' annunciata da enormi depositi di containers: Maersk, Hamburg, MSC. Tutte le grandi compagnie internazionali di logistica e trasporto sono presenti. Limon e' il porto da cui transita tutto cio' che e' prodotto in Costa Rica (principalmente banane e caffe') e tutto cio' che vi e' importato. Come tutti i grandi porti, anche Limon e' pieno di night club tendenti allo squallido con le puttane di rito. Forse per farsi perdonare questi peccati veniali, Limon e' anche piena di chiese. Sulla strada che costeggia la costa c'e' una striscia infinita di croci che indicano una chiesa anglicana, un tempio del settimo giorno, una chiesa avventista, una chiesa quadrangolare, la sala dei testimoni di Geova e una normale chiesa cattolica.
Arriviamo a Cahuita che sono le otto e mezza di sera, ma sembra mezzanotte. Per trovare un taxi bisogna camminare verso l'unica strada e farsi aiutare da un rasta ubriaco, tipico personaggio caraibico. Il tassista e' ancora piu' ubriaco e/o fumato del rasta, ma ci porta a destinazione - albergo "piscina naturale" - dove un tale William fa gli onori di casa una volta tirato giu' dall'amaca dal suddetto tassista. William sembra avere una gran passione per il rhum.
La mattina ci si sveglia con il suono delle onde e di un caterpillar che sembra stia sradicando il muro portante della stanza. William si sta riprendendo bevendo Coca Cola, mentre la padrona di casa - un'americana di una cinquantina d'anni - sta armeggiando con un badile. Il giardinaggio e' la sua passione e nel giardino sembra di stare nell'Eden: manca solo l'albero di mele ed il serpente.
Il parco nazionale di Cahuita e' il piu' visitato del Costa Rica, non necessariamente perche' sia il piu' bello, ma perche' e' il piu' accessibile, visto che l`entrata e` praticamente in paese. Si tratta di un'interminabile spiaggia bordata da foresta con le ormai solite scimmie urlatrici, ragni, serpenti, enormi farfalle blu e bradipi che pero' non si fanno vedere. Verso la fine del sentiero riceviamo un passaggio da una pattuglia di polizia che e' particolarmente gentile oppure particolarmente affascinata dal decollete' della mia amica Marine. Sia come sia, a caval donato non si guarda in bocca. Il resto della strada la facciamo con tre francesi di mezza eta´ che ci offrono anche loro un passaggio.
Il sabato sera a Cahuita mi ricorda - con tutti i distinguo del caso - Gorizia degli anni 90. C'e' il pub in cui si balla (non sui tavoli e solo musica latina) con molti uomini che guardano le poche donne ed il locale in cui c'e' una band locale che al posto di "Fredda Gorizia" suona cover di Bob Marley seguita da un piccolo stuolo di gioventu' eccitata e da coppie in bermuda che lasciano scoperte cosce troppo bianche a muoversi fuori tempo.
Professor Rutto
domenica 6 giugno 2010
Cerro Chirripo'
L'uomo è un animale irrequieto. Appena identifica un limite cerca il modo di superarlo. Ogni ostacolo vinto sembra un gradino verso la libertà, la vittoria finale.
Non posso passare per il Costa Rica senza salire sulla vetta piu' alta, il vulcano Chirripo', a 3819 metri. La salita dal paesino di San Gerardo - composto da un campo da calcio, una chiesa, un negozio, quattro o cinque posadas e altrettante case - ha un dislivello totale di 2500 m.
Si inizia alle 5 di mattina, con il sentiero - vagamente illuminato da un chiarore mattutino - che sale rapidissimo e scivoloso nell'omnipresente foresta tropicale. Dopo mezz'ora sono già stanco e mi siedo a guardare la vallata percorsa da un torrente vorticoso e piu' lontano ancora le luci della cittadina di San Isidro. Passano senza fermarsi due terzetti di camminatori. Li ritrovero' piu' avanti, anche loro stremati dall'alzataccia, dal sentiero ripido e dall'umidità. Poco a poco mi riprendo e faccio i primi 1000 m di dislivello in poco piu' di due ore. Il sentiero si inerpica nella foresta che diventa ancora piu' densa e umida, tanto che molte delle piante non hanno bisogno di radici ma si nutrono direttamente dall'aria. Avvolto nella nebbia non capisco se sta piovendo oppure le goccie sono la condensa dell'umidità.
Dopo 1500 m di dislivllo inizio a sentire i primi sintomi di stanchezza. Lo zaino pesa sempre di piu'. Ad un certo punto trovo un cartello che dice:"Il passo si fa lento, le energie si trasformano in fatica, rimane solo la forza di volontà". Non poteva esserci frase piu' appropriata.
Gli alberi si fanno piu' radi, comincia a fare freddo, la pioggerella diventa pioggia. Tiro fuori il mio poncho giallo e arranco verso il rifugio che è solo a 1 Km di distanza, il chilometro piu' lungo e faticoso della mia vita. Sulla porta del rifugio incontro un tipo barbuto in tenuta "runner" che è venuto su correndo. Intirizzito, con le dita congelate, mangio qualcosa tentando di scaldarmi. Guardo l'orologio: sono le 11 di mattina, ci ho messo 6 ore. Il record della corsa che si organizza ogni anno è di 3 ore e 10 minuti per gli uomini e 3 ore e 50 minuti per le donne. I facchini che lavorano per i turisti ci mettono 4 ore con 14 chili sulle spalle.
Il resto della giornata si sta tutti in rifugio perchè piove in continuazione: giochi di carte e ciaccole. Alle 5 e mezza si cena, nel mio caso una minestra fatta con zuppa di funghi Knorr, sottomarca di pasta e liofilizzato di purè: una vera schifezza, ma abbondante e calda. Si va a letto alle 7.
La sveglia suona alle 2 e 45. Buio pesto, non c'è elettricità. Esco dal sacco pelo ed entro nei pantaloni e giacca a vento. Alle 3 sto camminando nel buio del sentiero fangoso con l'aiuto della mia provvidenziale lampada frontale. La luna appare e scompare da dietro le nuvole. Benchè il dislivello totale dal rifugio alla cima sia di soli 400 m, il percorso è lungo a causa di continui saliscendi. L'ultima rampa è micidiale: praticamente verticale, rocciosa e scivolosa. In compenso in cima, senza nessuno attorno, ci si sente Dio: montagne a destra, montagne a sinistra, laghetti in basso, il sole che farà capolino tra poco (sono le 4 e 40 del mattino). Arrivano i pochi altri desperados che hanno deciso di vedere l'alba come me: 3 americani e 2 canadesi.
Via via che il sole si alza, i neri profili delle montagne diventano verdi (quelle vicine) e blu (quelle lontane). Verso est si staglia la costa caraibica, mentre verso nord si vede la fumata bianca del vulcano Arenal. Il Pacifico è invece avvolto dalle nuvole che stanno scaricando acqua da due giorni. Rimaniamo tutti ipnotizzati dallo spettacolo che abbiamo di fronte, uno dei piu' belli che abbia mai visto, con in aggiunta la soddisfazione per la difficoltá dell'ascesa.
Piu' che la salita, ora temo la discesa di 2500 m che faccio in tre tappe: la prima verso il rifugio, durante la quale incontro i ritardatari che salgono sulla cima senza sapere quello che si sono persi. La seconda a 1000 m piu' in basso, dove mangio un ottimo panino al tonno con l'ultima residua carota.
Quando mancano un paio di chilometri alla fine, con le gambe ormai traballanti, i piedi doloranti nonostante il doppio calzino e dopo aver lottato per due ore con delle insopportabili mosche, inizia a piovere. Il poncho mi ripara sommariamente dalle gocce, mentre nulla puo' contro il fango, che in realtà è vera e propria argilla.
In mezzo alla foresta, completamente circondato dalla nebbia e in un silenzio totale, si aggira un fantasma giallo che sta sciando senza sci e con un grosso zaino sulle spalle.
Quando vedo il cartello che indica la fine del sentiero mi sento quasi a casa.
Reinhold Messner
Non posso passare per il Costa Rica senza salire sulla vetta piu' alta, il vulcano Chirripo', a 3819 metri. La salita dal paesino di San Gerardo - composto da un campo da calcio, una chiesa, un negozio, quattro o cinque posadas e altrettante case - ha un dislivello totale di 2500 m.
Si inizia alle 5 di mattina, con il sentiero - vagamente illuminato da un chiarore mattutino - che sale rapidissimo e scivoloso nell'omnipresente foresta tropicale. Dopo mezz'ora sono già stanco e mi siedo a guardare la vallata percorsa da un torrente vorticoso e piu' lontano ancora le luci della cittadina di San Isidro. Passano senza fermarsi due terzetti di camminatori. Li ritrovero' piu' avanti, anche loro stremati dall'alzataccia, dal sentiero ripido e dall'umidità. Poco a poco mi riprendo e faccio i primi 1000 m di dislivello in poco piu' di due ore. Il sentiero si inerpica nella foresta che diventa ancora piu' densa e umida, tanto che molte delle piante non hanno bisogno di radici ma si nutrono direttamente dall'aria. Avvolto nella nebbia non capisco se sta piovendo oppure le goccie sono la condensa dell'umidità.
Dopo 1500 m di dislivllo inizio a sentire i primi sintomi di stanchezza. Lo zaino pesa sempre di piu'. Ad un certo punto trovo un cartello che dice:"Il passo si fa lento, le energie si trasformano in fatica, rimane solo la forza di volontà". Non poteva esserci frase piu' appropriata.
Gli alberi si fanno piu' radi, comincia a fare freddo, la pioggerella diventa pioggia. Tiro fuori il mio poncho giallo e arranco verso il rifugio che è solo a 1 Km di distanza, il chilometro piu' lungo e faticoso della mia vita. Sulla porta del rifugio incontro un tipo barbuto in tenuta "runner" che è venuto su correndo. Intirizzito, con le dita congelate, mangio qualcosa tentando di scaldarmi. Guardo l'orologio: sono le 11 di mattina, ci ho messo 6 ore. Il record della corsa che si organizza ogni anno è di 3 ore e 10 minuti per gli uomini e 3 ore e 50 minuti per le donne. I facchini che lavorano per i turisti ci mettono 4 ore con 14 chili sulle spalle.
Il resto della giornata si sta tutti in rifugio perchè piove in continuazione: giochi di carte e ciaccole. Alle 5 e mezza si cena, nel mio caso una minestra fatta con zuppa di funghi Knorr, sottomarca di pasta e liofilizzato di purè: una vera schifezza, ma abbondante e calda. Si va a letto alle 7.
La sveglia suona alle 2 e 45. Buio pesto, non c'è elettricità. Esco dal sacco pelo ed entro nei pantaloni e giacca a vento. Alle 3 sto camminando nel buio del sentiero fangoso con l'aiuto della mia provvidenziale lampada frontale. La luna appare e scompare da dietro le nuvole. Benchè il dislivello totale dal rifugio alla cima sia di soli 400 m, il percorso è lungo a causa di continui saliscendi. L'ultima rampa è micidiale: praticamente verticale, rocciosa e scivolosa. In compenso in cima, senza nessuno attorno, ci si sente Dio: montagne a destra, montagne a sinistra, laghetti in basso, il sole che farà capolino tra poco (sono le 4 e 40 del mattino). Arrivano i pochi altri desperados che hanno deciso di vedere l'alba come me: 3 americani e 2 canadesi.
Via via che il sole si alza, i neri profili delle montagne diventano verdi (quelle vicine) e blu (quelle lontane). Verso est si staglia la costa caraibica, mentre verso nord si vede la fumata bianca del vulcano Arenal. Il Pacifico è invece avvolto dalle nuvole che stanno scaricando acqua da due giorni. Rimaniamo tutti ipnotizzati dallo spettacolo che abbiamo di fronte, uno dei piu' belli che abbia mai visto, con in aggiunta la soddisfazione per la difficoltá dell'ascesa.
Piu' che la salita, ora temo la discesa di 2500 m che faccio in tre tappe: la prima verso il rifugio, durante la quale incontro i ritardatari che salgono sulla cima senza sapere quello che si sono persi. La seconda a 1000 m piu' in basso, dove mangio un ottimo panino al tonno con l'ultima residua carota.
Quando mancano un paio di chilometri alla fine, con le gambe ormai traballanti, i piedi doloranti nonostante il doppio calzino e dopo aver lottato per due ore con delle insopportabili mosche, inizia a piovere. Il poncho mi ripara sommariamente dalle gocce, mentre nulla puo' contro il fango, che in realtà è vera e propria argilla.
In mezzo alla foresta, completamente circondato dalla nebbia e in un silenzio totale, si aggira un fantasma giallo che sta sciando senza sci e con un grosso zaino sulle spalle.
Quando vedo il cartello che indica la fine del sentiero mi sento quasi a casa.
Reinhold Messner
sabato 5 giugno 2010
San Jose
La primissima impressione del Costa Rica non è lontana dalla stereotipo della Svizzera del Centro America. I bus urbani sono nuovi e non emettono nuvolone nere di gas di scarico, le fermate sono fisse e hanno delle pensiline metalliche di design urbano. All'ora di punta, tutti i passeggeri sono seduti, nessuno in piedi. Una signora incinta chiede all'autista se puo' scendere in mezzo a due fermate. Il bus è bloccato nel traffico, immobile. L'autista, da vero svizzero, dice di no. In Nicaragua avrebbe fermato il bus in mezzo ad un incrocio e l'avrebbe accompagnata fino a casa. Per un'inspiegabile equazione, piu' un paese si arricchisce, piu' la gente diventa distante e inflessibile (oppure la casualità è inversa?).
Altri dettagli di vita quotidiana sottolineano la differenza tra il Costa Rica e i suoi vicini: i taxi hanno il tassametro, non fanno servizio collettivo e costano una fortuna. Le macellerie hanno dei veri e propri banchi frigo e nei negozi si trova della cioccolata d'importazione tra cui i Ritter Sport (papi puoi andare in Costa Rica senza problemi).
Ancora piu' che in Honduras, i simboli degli Stati Uniti si susseguono l'uno all'altro. Non solo le catene di fast food o le mall, ma addirittura l'architettura urbana: in molti quartieri di san Jose si ha l'impressione di essere a Los Angeles o a San Diego. Viene voglia di gridare "yankees go home", ma per molti gringos questa è casa loro. La signora molto loquace che mi siede a fianco sul bus per San Isidro, dopo avermi chiesto di dove sono, mi chiede se sono qui in vacanza oppure per viverci. In Costa Rica, come in Thailandia, americani ed europei vengono a migliaia, soprattutto da pensionati. Alcuni non parlano neanche una parola di spagnolo.
Gringo
Altri dettagli di vita quotidiana sottolineano la differenza tra il Costa Rica e i suoi vicini: i taxi hanno il tassametro, non fanno servizio collettivo e costano una fortuna. Le macellerie hanno dei veri e propri banchi frigo e nei negozi si trova della cioccolata d'importazione tra cui i Ritter Sport (papi puoi andare in Costa Rica senza problemi).
Ancora piu' che in Honduras, i simboli degli Stati Uniti si susseguono l'uno all'altro. Non solo le catene di fast food o le mall, ma addirittura l'architettura urbana: in molti quartieri di san Jose si ha l'impressione di essere a Los Angeles o a San Diego. Viene voglia di gridare "yankees go home", ma per molti gringos questa è casa loro. La signora molto loquace che mi siede a fianco sul bus per San Isidro, dopo avermi chiesto di dove sono, mi chiede se sono qui in vacanza oppure per viverci. In Costa Rica, come in Thailandia, americani ed europei vengono a migliaia, soprattutto da pensionati. Alcuni non parlano neanche una parola di spagnolo.
Gringo
venerdì 4 giugno 2010
Nicaragua - Costa Rica
Ha albeggiato da poco ed il sole risplende sull'acqua turchese del mare. La spiaggia e' piu' bianca del solito e non c'e' nessuno in giro. Andarsene dall'isola diventa ancora piu' difficile del previsto e mi chiedo se non devo rimandare la partenza un'altra volta come avevo fatto due giorni prima. Resisto alla tentazione dell'oblio e - zaino in spalla - mi muovo verso il molo per prendere la panga delle sette di mattina. Il cielo e' terso, ma in compenso il mare e' molto mosso e la panga fa fatica ad ormeggiare. Il conducente cerca di manovrarla mentre due uomini tirano delle corde per avvicinarla. Inizia a fare un movimento a pendolo e quando si avvicina abbastanza la gente ci salta dentro. Visto che quasi tutti i passeggeri sono donne sopra i cinquantanni e gli ottanta chili, mi metto a prua e ne tiro dentro un po', prima che la barca si allontani troppo.
Come all'andata, su richiesta di una ragazza vestita a festa che non vuole bagnarsi, viene tirato il telo di nylon sulle nostre teste. La panga prende un po' di velocita' ma le onde sono troppo alte e il viaggio diventa un alternarsi di accelerate e decelerate. La sequenza e' la seguente:
- Prima arriva una secchiata di acqua in faccia
- Poi la barca fa un tonfo cadendo dalla cresta di un'onda verso il basso
- Dopo una frazione di secondo un'altra secchiata d'acqua molto piu' potente si abbatte sulle nostre teste, scendendo sul nylon verso l'ultima fila dove sono seduto io. Per me e' divertente, mentre per la mia vicina vestita a festa non tanto.
All'arrivo al molo dell'isola grande siamo tutti intirizziti, alcuni con un principio di nausea. Mi fiondo in aeroporto per vedere se riesco a prendere il volo che parte tra mezz'ora, pur essendomi registrato per il volo seguente. La donna al check in mi fa aspettare un po', fa una telefonata, poi mi annuncia che c'e' un posto. Evviva.
L'aereo sorvola il blu della costa atlantica, il marrone dell'estuario del Rio Escondido che ho percorso in panga all'andata, il verde della foresta, con il verde piu' chiaro dei campi e dei pascoli, poi il lago Cocibolca, un vulcano e le strade squadrate di Managua.
Il taxi che mi porta alla stazione della compagnia di bus Tica fa il pieno di passeggeri e invece di metterci 20 minuti, ce ne mette il triplo, con il risultato che salgo sul bus Managua-San Jose de Costa Rica un minuto prima della partenza, senza poter mangiare ne' bere, incazzato come una iena. Mi aspettano sette ore di viaggio che diventeranno nove.
Rifaccio all'incontrario la strada fatta nelle settimane prima. Rivedo Masaya, Granada, l'isola Ometepe con i suoi due vulcani gemelli. Il paesaggio scorre sotto i miei occhi con la colonna sonora del mio lettore mp3: Ben Harper, Cheb Mami, Fossati, Louise Attaque.
Se tutte le frontiere hanno qualcosa di violento o innaturale, quella tra Nicaragua e Costa Rica e' in aggiunta brutta, caotica, polverosa e insopportabile. Si inizia con un'attesa di mezz'ora sul lato nicaraguanse, dove un cambiavalute multimilionario (e superonesto come tutti i cambiavalute) trasforma le mie Cordobas in Colones ad un tasso super conveniente (per lui). Il passaggio alla parte del Costa Rica ricorda un po' le frontiere della guerra fredda: quelli che non viaggiano in bus devono camminare per quasi un chilometro con i bagagli. Poi ci sono delle file interminabili al controllo passaporti. A noi ci fanno togliere i bagagli dal bus per ispezioanrli in modo sommario. Infine il bus passa per una specie di doccia purificante il cui scopo mi resta ignoto.
La ragione di tante stranezze e' molteplice. Da un lato il Nicaragua ha ancora il dente avvelenato con il Costa Rica per aver ospitato - suo malgrado - le milizie Contras e la CIA durante gli anni 80 poco lontano dal confine. C'e' poi la storia presente. Il Costa Rica e' il paese piu' ricco dell'America Centrale, il Nicaragua uno dei piu' poveri, il che vuol dire solo una cosa: immigrazione di massa e immigrazione clandestina.
Il viaggio verso San Jose procede in una specie di limbo. La tranquillita' e il silenzio dell'isola sono ormai solo un ricordo. Il presente e' fatto di sobbalzi, frenate ed accellerate, nonche' di un arrivo alle nove di sera a San Jose', con il solito, stronzissimo, bastardissimo tassista facciadimerda che se ne approfitta facendomi pagare quattro volte il prezzo reale, facendo un giro largissimo per portarmi casa della mia amica Marine. Medito vendette eterne contro i tassissti del mondo.
Terminator
Come all'andata, su richiesta di una ragazza vestita a festa che non vuole bagnarsi, viene tirato il telo di nylon sulle nostre teste. La panga prende un po' di velocita' ma le onde sono troppo alte e il viaggio diventa un alternarsi di accelerate e decelerate. La sequenza e' la seguente:
- Prima arriva una secchiata di acqua in faccia
- Poi la barca fa un tonfo cadendo dalla cresta di un'onda verso il basso
- Dopo una frazione di secondo un'altra secchiata d'acqua molto piu' potente si abbatte sulle nostre teste, scendendo sul nylon verso l'ultima fila dove sono seduto io. Per me e' divertente, mentre per la mia vicina vestita a festa non tanto.
All'arrivo al molo dell'isola grande siamo tutti intirizziti, alcuni con un principio di nausea. Mi fiondo in aeroporto per vedere se riesco a prendere il volo che parte tra mezz'ora, pur essendomi registrato per il volo seguente. La donna al check in mi fa aspettare un po', fa una telefonata, poi mi annuncia che c'e' un posto. Evviva.
L'aereo sorvola il blu della costa atlantica, il marrone dell'estuario del Rio Escondido che ho percorso in panga all'andata, il verde della foresta, con il verde piu' chiaro dei campi e dei pascoli, poi il lago Cocibolca, un vulcano e le strade squadrate di Managua.
Il taxi che mi porta alla stazione della compagnia di bus Tica fa il pieno di passeggeri e invece di metterci 20 minuti, ce ne mette il triplo, con il risultato che salgo sul bus Managua-San Jose de Costa Rica un minuto prima della partenza, senza poter mangiare ne' bere, incazzato come una iena. Mi aspettano sette ore di viaggio che diventeranno nove.
Rifaccio all'incontrario la strada fatta nelle settimane prima. Rivedo Masaya, Granada, l'isola Ometepe con i suoi due vulcani gemelli. Il paesaggio scorre sotto i miei occhi con la colonna sonora del mio lettore mp3: Ben Harper, Cheb Mami, Fossati, Louise Attaque.
Se tutte le frontiere hanno qualcosa di violento o innaturale, quella tra Nicaragua e Costa Rica e' in aggiunta brutta, caotica, polverosa e insopportabile. Si inizia con un'attesa di mezz'ora sul lato nicaraguanse, dove un cambiavalute multimilionario (e superonesto come tutti i cambiavalute) trasforma le mie Cordobas in Colones ad un tasso super conveniente (per lui). Il passaggio alla parte del Costa Rica ricorda un po' le frontiere della guerra fredda: quelli che non viaggiano in bus devono camminare per quasi un chilometro con i bagagli. Poi ci sono delle file interminabili al controllo passaporti. A noi ci fanno togliere i bagagli dal bus per ispezioanrli in modo sommario. Infine il bus passa per una specie di doccia purificante il cui scopo mi resta ignoto.
La ragione di tante stranezze e' molteplice. Da un lato il Nicaragua ha ancora il dente avvelenato con il Costa Rica per aver ospitato - suo malgrado - le milizie Contras e la CIA durante gli anni 80 poco lontano dal confine. C'e' poi la storia presente. Il Costa Rica e' il paese piu' ricco dell'America Centrale, il Nicaragua uno dei piu' poveri, il che vuol dire solo una cosa: immigrazione di massa e immigrazione clandestina.
Il viaggio verso San Jose procede in una specie di limbo. La tranquillita' e il silenzio dell'isola sono ormai solo un ricordo. Il presente e' fatto di sobbalzi, frenate ed accellerate, nonche' di un arrivo alle nove di sera a San Jose', con il solito, stronzissimo, bastardissimo tassista facciadimerda che se ne approfitta facendomi pagare quattro volte il prezzo reale, facendo un giro largissimo per portarmi casa della mia amica Marine. Medito vendette eterne contro i tassissti del mondo.
Terminator
martedì 1 giugno 2010
La islita
L'isola e' il paese dell'oblio. Dopo una notte non ci si ricorda gia' piu' che giorno e', ne' da quanto tempo si e' arrivati. Le ore sono scandite da eventi ciclici che si impara presto a decifrare. Le parole in miskito (lingua del caribe) di Rosa e le sue tre zie, che gestiscono il gruppo di capanne rustiche sulla spiaggia in cui alloggio, vogliono dire che sono le sette di mattina circa. Quando si vede passare sulla spiaggia un paio di persone con zaino in spalla vuol dire che sono circa le undici (sono quelli arrivati con la panga del mattino). Se la lampadina si accende nella capanna, e' arrivata la corrente e sono circa le due o le tre di pomeriggio. Il sole va a dormire e sono le sei. Tutto tace e sono le otto. Il niente e' la specialita' dell'isola. Non tanto perche' non c'e' niente da fare (si possono fare immersioni, snorkeling o passeggiare), ma perche' quasi tutti decidono di non far niente, tranne sonnecchiare nell'amaca, fare il bagno o al massimo leggere un libro (ma questo gia' costa una gran fatica). Abituato al ritmo frenetico del viaggio, i primi due giorni mi muovo come una trottola. Faccio il giro dell'isola in un paio d'ore, vado a fare snorkeling, vado a raccogliere i manghi che cadono dagli alberi, oppure noci di cocco. Poi inizio anch'io a non fare niente, con il massimo dell'attivita' ridotta ad attraversare l'isola per andare sul lato dove ci sono un paio di posti in cui mangiare: circa cinquecento metri a piedi per un sentiero. Sull'isola non ci sono strade, non ci sono macchine, non ci sono moto, rare le biciclette. Tutto cio' di cui si ha bisogno e' un costume. Opzionali sono le infradito e una maglietta. Se piove ci si bagna.
Sull'isola ci sono tre italiani oltre a me. Uno e' sedentario, arrivato qui tre anni fa. Si chiama Andrea, e' senese e sembra Robinson Crusoe': barba e capelli lunghi, abbronzatura totale, movimenti sonnambuleschi. Lo trovo che sta preparando la cena. Se si vuole mangiare da lui bisogna prenotare la mattina per la sera perche' Andrea non lavora di fretta. Questa sera ha due coppie e la cosa sembra gia' costargli una certa fatica perche' vogliono mangiare cose diverse. Il secondo italiano e' un piemontese che vive a Londra e al momento si occupa del controllo di qualita' della marijuana che si trova sull'isola, che secondo lui arriva qui direttamente dalla Jamaica. Un'attivita' effettivamente molto faticosa ma che sembra dargli una certa soddisfazione. Il terzo e' Alessio, operaio napoletano con la passione per le aragoste, che non sa come spendere i soldi che gli rimangono perche' mangiare costa troppo poco. In compenso sta risparmando sull'alloggio, visto che ha scelto il gruppo di capanne piu' economiche - secondo la sua definizione una "zozzeria" - popolate da un'umanita'varia. C'e' il giovane americano, nuova promessa del rock mondiale, che sta componendo una canzone da quattro settimane, unico altro cliente oltre ad Alessio. Il padrone non fa niente tranne raccogliere qualche foglia da terra scatarrando rumorosamente. E' assistito da un tipo che "esta' matando el tiempo", anche se non e' chiaro con che scopo, che nel resto del tempo libero fa il pusher, ma senza troppi affanni. Un altro personaggio e' un negrone con una cofana di capelli tinti di biondo che quando fa il bagno sembra una boa.
Essendo l'isola piccola, ci si conosce tutti almeno di vista. Le mie vicine di capanna sono un'israeliana che vive in America Centrale da due anni lavorando come volontaria, che e' arrivata sull'isola scendendo per un fiume su una zattera costruita assieme ad un suo amico. Si fa da mangiare utilizzando un fornello costruito con due lattine di birra e due scatole di sardine, alimentato ad alcohol. La sua amica e' un'argentina che sta viaggiando da un anno e mezzo, finanziandosi in parte vendendo braccialetti e collanine. Incontro anche Eline, la ragazza olandese con cui ho viaggiato un paio di giorni tra Honduras e Nicaragua, nonche' due israeliani che viaggiavano sul minibus verso Tikal in Guatemala. Ci sono anche vacanzieri di breve termine, che arrivano e ripartono in aereo e di solito stanno nei bunaglows piu' cari. Quelli con delle vere pareti (non solo assi di legno), magari una finestra e un vero bagno, magari con lo specchio, e che per accendere e spegnere la lampadina hanno un interruttore e non devono avvitarla e svitarla come me). C'e' anche un gruppetto di sei canadesi che potrebbero tutte fare la modella e che sfoggiano bikini da far invidia a Pamela Anderson, attirandosi l'amicizia gratuita e incondizionata di tutti i maschi dell'isola.
Islander
Sull'isola ci sono tre italiani oltre a me. Uno e' sedentario, arrivato qui tre anni fa. Si chiama Andrea, e' senese e sembra Robinson Crusoe': barba e capelli lunghi, abbronzatura totale, movimenti sonnambuleschi. Lo trovo che sta preparando la cena. Se si vuole mangiare da lui bisogna prenotare la mattina per la sera perche' Andrea non lavora di fretta. Questa sera ha due coppie e la cosa sembra gia' costargli una certa fatica perche' vogliono mangiare cose diverse. Il secondo italiano e' un piemontese che vive a Londra e al momento si occupa del controllo di qualita' della marijuana che si trova sull'isola, che secondo lui arriva qui direttamente dalla Jamaica. Un'attivita' effettivamente molto faticosa ma che sembra dargli una certa soddisfazione. Il terzo e' Alessio, operaio napoletano con la passione per le aragoste, che non sa come spendere i soldi che gli rimangono perche' mangiare costa troppo poco. In compenso sta risparmando sull'alloggio, visto che ha scelto il gruppo di capanne piu' economiche - secondo la sua definizione una "zozzeria" - popolate da un'umanita'varia. C'e' il giovane americano, nuova promessa del rock mondiale, che sta componendo una canzone da quattro settimane, unico altro cliente oltre ad Alessio. Il padrone non fa niente tranne raccogliere qualche foglia da terra scatarrando rumorosamente. E' assistito da un tipo che "esta' matando el tiempo", anche se non e' chiaro con che scopo, che nel resto del tempo libero fa il pusher, ma senza troppi affanni. Un altro personaggio e' un negrone con una cofana di capelli tinti di biondo che quando fa il bagno sembra una boa.
Essendo l'isola piccola, ci si conosce tutti almeno di vista. Le mie vicine di capanna sono un'israeliana che vive in America Centrale da due anni lavorando come volontaria, che e' arrivata sull'isola scendendo per un fiume su una zattera costruita assieme ad un suo amico. Si fa da mangiare utilizzando un fornello costruito con due lattine di birra e due scatole di sardine, alimentato ad alcohol. La sua amica e' un'argentina che sta viaggiando da un anno e mezzo, finanziandosi in parte vendendo braccialetti e collanine. Incontro anche Eline, la ragazza olandese con cui ho viaggiato un paio di giorni tra Honduras e Nicaragua, nonche' due israeliani che viaggiavano sul minibus verso Tikal in Guatemala. Ci sono anche vacanzieri di breve termine, che arrivano e ripartono in aereo e di solito stanno nei bunaglows piu' cari. Quelli con delle vere pareti (non solo assi di legno), magari una finestra e un vero bagno, magari con lo specchio, e che per accendere e spegnere la lampadina hanno un interruttore e non devono avvitarla e svitarla come me). C'e' anche un gruppetto di sei canadesi che potrebbero tutte fare la modella e che sfoggiano bikini da far invidia a Pamela Anderson, attirandosi l'amicizia gratuita e incondizionata di tutti i maschi dell'isola.
Islander
Iscriviti a:
Post (Atom)