lunedì 9 agosto 2010

Il passo del granchio

Uno dei piaceri di spostarsi da un posto all'altro e' anche quello di rivenire sui propri passi. Ritornare in una citta' che si e' gia' vista e' come mettersi le ciabatte quando si torna a casa. Non c'e' piu' quell'inevitabile leggera ostilita' di un posto che non si conosce. Ci si muove per le strade senza cartina, senza dover chiedere alla gente, senza quell'aria di smarrimento un po' patetica da animale zainato fuori dal suo territorio.
Latacunga secondo le guide dell'Ecuador e' un posto per passarci una notte. Invece ha un suo fascino discreto e persistente anche la seconda volta che ci passo. Senza bisogno di fare foto o guardarmi troppo intorno cammino senza fretta per le strade affollate, passando tra banchi di frutta, carne, spezie e negozi di barbieri. Ascolto le grida dei venditori di dentifrici, pennarelli per CD e addirittura vestitini decorati per cani (con tanto di barboncino bianco a fare da modello). Mangiare al mercato, tra gente che passa e gocce di pioggia mischiate a raggi di sole. Fermarsi a vedere lo spettacolino di musica tradizionale di due cantanti microfonate. Tornare a vedere la chiesa bianca e deserta. Cercare un internet cafe' per scrivere il blog.
Flashback

sabato 7 agosto 2010

Compagni di viaggio


Muoversi in bus e' il paradigma del viaggio. Ho perso il conto di quanti ne ho presi da quando sono arrivato in Guatemala l'otto aprile di mille anni fa. Nel frattempo il mio culo ha subito una metamorfosi radicale ed e' diventato a forma di sedile.
La giornata di oggi prevede 11-12 ore di viaggio, con tre cambi. Partenza dal Pacifico e arrivo sulle Ande. Il primo "compagno di viaggio" che mi capita alle 7 di mattina sul bus della Cooperativa de Transportes Jipijapa e' uno dei miei preferiti: modello bassissimo e magrissimo, occupa il minimo spazio possibile del suo sedile e nessuno del mio. Va meno bene con il seguente, un uomo che deve essere convinto che il mio sedile sia il suo divano di casa. Per di piu' puzza cosi' tanto di pesce che sembra di avere a fianco un tonno con camicia, baffi e pantaloni. Salgono venditori di mais, pollo, ceviche, fritada. Sale un venditore di manteca de culebra (burro di serpente), versione locale del balsamo tigre. Lo segue un venditore di un libello su piante medicinali che possono curare dall'insonnia al cancro, passando per l'ipertensione e il "fegato grasso" (la cui cura migliore - a mio avviso - sarebbe smettere di mangiare maiale fritto ogni giorno).
Il bus che prendo a Guayaquil - dopo attenta comparazione di prezzi e orari tra una deicna di compagnie che mi assicurano tutte di essere le uniche ad andare dove voglio io (ma veramente le uniche !) - ha come logo il profilo di una india e si chiama Trasandina. Quando salgo sul bus scopro che il mio posto, quello vicino al finestrino, e' occupato da un uomo che non vuole mollare l'osso. Anche lui e' del modello basso e magro, ma - per proteggere una borsa che ha tra la gamba e il finestrino - si mette di sbieco toccandomi romanticamente il ginocchio ad ogni curva. L'uomo parla poco e manda un forte odore di speck. Per sua fortuna sto ancora digerendo un pesantissimo piatto di riso cinese trangugiato a forza tra un bus e l'altro, senno' gli addenterei un avambraccio. Scende in un posto dimenticato da dio, in un paramo a piu' di 3700 metri, dove ci sono un paio di mucche e tre case. La vita sociale non deve essere un gran che. Una donna che sembra la sosia del logo della Trasandina (cappello, poncho e naso adunco) si siede al suo posto. Cambia il genere, ma l'odore rimane invariato. Anche lei usa eau de fume'.
Ci sono giorni in cui ore di bus mi distruggono fisicamente e scendo incazzato e nervoso. Altri giorni posso stare ore a farmi sballottolare e a prendere buche senza perdere il sorriso. Oggi e' uno di quei giorni. Ad Ambato, a las cinco de la tarde, vengo scaricato ad un incrocio aspettanto il terzo e ultimo bus della giornata. E' l'imbrunire, a fianco a me ci sono decine di persone in attesa. Non ho fretta. Un bus si ferma, ma non e' quello giusto. Ne passa un altro, un ragazzo a fianco a me mi fa cenno che questa volta ci siamo. Mi siedo a fianco all'autista che non sembra cosciente di avere una sessantina di passeggeri e parla al cellulare e manda sms mentre la strada scende a serpentina tra le montagne. E' bello vedere guidare un bus. Tutti gli ostacoli ti vengono addosso senza farti del male. Ad ogni curva sembra che si vada fuori strada, che ci si schianti contro un cartello stradale. Invece niente. Una telefonata, un sms, gente che sale, gente che scende davanti a casa propria (non ci sono stazioni, non ci sono fermate ufficiali). Un'altra giornata di trasporto.
Easy Rider

giovedì 5 agosto 2010

Nel grigio del mare


Sembra una legge universale che piu' un posto e' caldo piu' e' incasinato. La costa dell'Ecuador, soprattutto se comparata con la zona delle montagne, conferma lo stereotipo. Salire sul bus alla stazione di Guayaquil e' un assalto alla diligenza dove i piu' deboli soccombono ai piu' forti. L'aiuto autista urla ai passeggeri di salire mentre il  bus e' gia' in movimento "dele dele adelante papito!".
Per ottenere qualche attimo di pace da merenguite cronica mi metto ad ascoltare la mia musica. Visto che il lettore mp3 funziona male e non posso scegliere le canzoni, ascolto "Amore che vieni, amore che vai" cantanta da Battiato. Solo le Quattro Stagioni di Vivaldi avrebbero creato maggiore contrasto con il vento caldo che entra agitando le tendine luride, le grida dei venditori ambulanti che salgono  e scendono dal bus, le pistolettate sparate a tutto volume del film tailandese di serie Z che tiene tutti gli occhi incollati ed il cellulare della mia vicina cicciona che suona in continuazione e la costringe ogni volta a delle incredibili acrobazie per toglierlo dalla tasca dei jeans attillatissimi, il che implica inserire il suo gomito nel mio costato ad ogni drin.
Puerto Lopez e' un paesotto brutto e costruito male vicino ad un mare grigio e senza sole. Case dal cui tetto spuntano tondini di ferro (non si sa mai magari costruiamo un altro piano), strade piene di fango, immondizia. Anche la stanza d'albergo e' squallida, con una collezione di capelli di ogni lunghezza e colore a decorare il pavimento e la doccia. Si stenta a credere che Puerto Lopez sia la seconda destinazione di turismo marino dell'Ecuador dopo le Galapagos. Per scoprirlo bisogna avere un po' di pazienza.
Otto di mattina, cielo plumbeo, leggera pioggerellina. Wiston, ex pescatore riciclato nel turismo, sta facendo improbabili preparativi in un posto che e' per meta' agenzia turistica e per meta' casa, asilo, ristoro e luogo di passaggio e cazzeggio per amici e parenti. Alle nove siamo su una barca che solca onde piu' grandi di lei. Si sale e si scende, con secchiate d'acqua che ci arrivano in faccia. Non fa caldo. Inizio a pensare di aver commesso un gigantesco errore a non affidarmi ad un'agenzia ufficiale. "Bisogna aver pazienza" ci dicono due ragazzini che si definiscono rispettivamente "el capitan" e "el marinero". Avranno trent'anni in due ed il fatto che la costa non sia piu' a vista d'occhio non mi rassicura per niente. A parte un giubbotto di salvataggio che si chiude male non vedo in giro altra attrezzatura di sicurezza. Il marinaio sta a prua scrutando l'orizzonte. Ogni tanto fa un movimento con un dito che fa accellerare, rallentare o cambiare di direzione al capitano. Passano i munuti. Niente. Solo acqua, acqua e neanche una goccia da bere. Gli uccelli attorno a noi si tuffano per fare colazione.
All'improvviso il marinaio urla "delfines!" e decine di sagome nere si avvicinano alla barca affiorando dall'acqua. Le girano attorno, sotto, tornano indietro, si fanno fotografare. Uno un po' piu' lontano esce completamente dall'acqua varie volte, come un bambino che vuole fare vedere ai genitori quanto e' bravo.
Dopo un po' continuiamo finche' vediamo degli sbuffi d'acqua. Sono tutt'intorno. Seguiamo gli sbuffi e vediamo dei grossi corpi uscire d'improvviso dal mare. Saltano. Ci avviciniamo. L'acqua si fa piu' scura. La schiena sale in superficie, si vede la pinna dorsale, la schiena si solleva: e' Moby Dick! Il dorso della balena rientra i acqua. Prima di scomparire nel mare scuro ci fa vedere la coda. Si porta nel suo ventre Pinocchio e Giona e chissa' chi altro ancora. Se ne va senza salutare. Ne incontreremo altre, sono decine le balene venute qui a riprodursi di fronte agli occhi voyeristici di turisti fotomuniti.
Ahab

mercoledì 4 agosto 2010

Cuenca

Cuenca non sara' piu' bella di Cuzco o Cartagena, ma in compenso ha il miglior barbiere dell'America Latina. Come vuole lo stereotipo e' super-gay e mi fa un taglio con cui trovero' difficilmente una moglie, ma sicuramente molti mariti. Forse per i miei occhi chiari ho avuto un servizio personalizzatissimo (capelli, barba, sopracciglia) ed economicissimo (2 dollari).
Fuori dal negozio del barbiere Cuenca vive la sua bellezza con noncuranza. La gente cammina senza curarsi troppo di palazzi e strade coloniali, ne' dei pochi turisti che gironzolano con il naso all'aria. E' valsa la pena venire qui, anche se con un tragitto in bus tra i piu' orrendi dall'inizio del viaggio: due ore seduto praticamente sulle ginocchia dell'autista, seguite da un'ora di attesa su un marciapiede lurido tra cani randagi e umanita' in lotta per la sopravvivenza (il week end si muovono tutti e qui il concetto di "coda" o "precedenza" e' rimpiazzato da puro darwinismo sociale). Un poliziotto e' in vena di conversazione. Ha famiglia a Napoli, ma non sa che la citta' e' sul mare. Quando vede il mio bus arrivare lo ferma con gesto marziale facendomi salire. Il bus e' pero' pieno e mi attendono tre ore e mezza in piedi, tra curve e inchiodate di un autista in erba che ha paura anche delle mosche che si spiaccicano sul parabrezza. Altre quattro ore seduto e sono finalmente a Cuenca, giusto in tempo per un piccolo concerto di salsa e un letto non troppo scomodo.
Ghiro

martedì 3 agosto 2010

La domenica del villaggio

La gente cammina piu' lentamente, in piccoli gruppi. Le donne indossano vestiti tradizionali, con in testa un cappello bianco e un po' troppo piccolo che ricorda vagamente quelli di Stanlio e Ollio. I bambini si guardano attorno divertiti. La domenica e' sempre un giorno speciale, lo si sente appena si scende in strada: il ritmo rallentato, la rottura della routine, avere il tempo di perdere un po' di tempo.
A Gualaceo domenica vuol dire mercato. Chi non vende compra e chi non compra si fa una passeggiata guardando gli altri. E' un mercato silenzioso, di pelli scure e nasi ricurvi, dove si vende molto mais, in tutte le sue forme. E' un mercato sparpigliato per il paese. Nella parte coperta, quella permanente, faccio colazione con una specie di crepe di mais. Al mio tavolo sono sedute tre studentesse che mostrano con malcelato orgoglio dei libri di sociologia dell'educazione. I loro vestiti tradiscono un'origine borghese, i loro visi tratti spagnoli. Anche loro stanno facendo colazione, afferrando con dita dalla manicure perfetta patate, cipolle, maiale fritto e frattaglie di animale sconosciuto.
Il mercato della frutta e' vicino alla chiesa, a fianco ad una piazzetta con fontana e panchine. Le due anziane che mi siedono vicino parlano con tutti i venditori ambulanti. Rifiutano delle noccioline pralinate ma discutono a lungo sul prezzo dei fermagli per capelli e ancora di piu' su quello degli orecchini (2 dollari e 25 e' il prezzo finale).
Poco lontano c'e' un altro pezzo di mercato, in cui si vende dai reggiseni ai detersivi. Su un banco trovo delle scarpe da bambini marca "Nokia" e copie di All Stars marca "Aventura".
The king of taroc

lunedì 2 agosto 2010

Nei bagni di Baños

Bambini che sguazzano e schiamazzano, adulti seduti con l'acqua alla pancia che conversano, anziani che vengono immersi controvoglia perche' fa bene alle ossa. Queste sono le terme di Baños, le piu' popolari e ruomorose del loro genere (ossessionati dall'igiene astenersi).
Nel centro di Baños c'e' una chiesa che, invece di immagini devozionali, e' piena di quadri che descrivono miracoli compiuti dalla "Madre de Agua Santa", ovvero la versione sincretica della Vergine, identificata con la cascata e le acque termali. Tra le tante, si racconta la storia di Paulino, caduto nel giugno del 1889 da un'altezza di 70 metri nel fiume e che fu preso da una mano misteriosa dopo aver invocato l'aiuto della "Madre de Agua Santa". Non e' dato di sapere cosa avvenne in casi meno fortunati: "forse era stanca o forse troppo occupata e non ascolto' il mio dolore".
Per organizzare un giro nell'Oriente - cosi' si chiama l'alto bacino amazzonico in Ecuador - contatto un'agenzia gestita da uno Shouar, una delle tribu' originarie della zona. Quando entro, due uomini dai lunghi capelli neri alzano gli occhi dalle carte che tengono in mano. Con gesto automatico, uno dei due si mette a spiegarmi il tour mostrandomi delle foto sullo schermo del suo computer: una donna bionda che si disegna delle strisce rosse sul viso, un banco di perline chiamate "articgianato", una scimmia che sembra uscita dallo zoo e turisti che fanno il bagno in un lago. Con tono monocorde, l'uomo parla di una visita ad una "comunita' indigena" (segue foto) e di una cascata che - spiega con poca convinzione - "rappresentava un luogo sacro per i nostri padri". Il tour e' in tutto e per tutto identico a quelli proposti da altre agenzie gestite da creoli o da quechua, solo il prezzo e' di poco piu' alto.
Anche questa e' Baños, la micro-capitale del turismo d'avventura dell'Ecuador, probabilmente il posto con la piu' alta densita' pro-capite al mondo di internet cafes, hostales, ristoranti e negozi di souvenir. Nelle dozzine di agenzie si possono organizzare giri a cavallo, bungee jumping, rafting, parapendio, rock climbing oppure noleggiare quads.
Adventure business

domenica 1 agosto 2010

Cotopaxi: sul tetto dell'Ecuador

5897 e' un numero primo composto da quattro cifre che vogliono dire fatica, freddo, neve, nebbia, speranza, paura. 5897 sono i metri che separano il vulcano Cotopaxi, il secondo posto al mondo piu' lontano dal centro della terra (il primo e' il Chimburazo, poco distante) dalla linea del mare. Dal basso appare come un mostro di lava solidificata e ghiaccio, un cono circondato dal nulla: solo qualche filo d'erba, poi solo roccia.
La sveglia e' prevista per mezzanotte, ma in realta' siamo gia' tutti svegli. Al rifugio di partenza, a 4800 m, e' impossibile dormire. Trenta persone in una camerata fanno rumore involontario e continuo per tutta la notte: fruscii di sacchi a pelo, respiri pesanti, toc toc di scarponi da ghiacciaio di chi affronta il gelo polare per andare al bagno. La mattina occhi assonnati, abbigliamento da alta montagna, crema solare. In piccoli gruppi partiamo verso l'una, torcia frontale sopra il passamontagna, zaino in spalla, doppio pantalone, con ai piedi dei grossi scarponi pesantissimi e rigidissimi: piu' che un proto-alpinista mi sento un palombaro.
Capisco fin dal primo momento che non sara' un'ascesa come le altre. Il sentiero di terra sale verticale e si scivola ad ogni passo. Mi sembra di respirare come se stessi correndo una maratona, ma in realta' cammino al rallenatore. Dopo un'oretta sono gia' in ritardo dal mio gruppo assieme a Sebastien, fotografo e cameraman francese, che si sente male da ieri sera a causa dell'altitudine.
All'inizio del ghiacciaio ci si ferma a a montare i cramponi e a legarsi con la corda. Tra i cinque compagni formiamo due cordate, oltre a quella dell'alpinista solitario (e un po' autistico) che ha pagato per salire da solo. Una guida va con Sebastien, per paura che debba tornare indietro, mentre io divento l'anello debole (quello subito dopo la guida) dell'altra cordata composta da David, un inglese appassionato di alpi e di Cristopher, giovanissimo svizzero. Si va al mio passo, ovvero lenti. Camminare su un ghiacciaio e' come muoversi con dei mattoni legati ai piedi, ogni movimento e' una fatica, soprattutto se si e' dei neofiti come me. La corda che mi lega alla guida si tende e si allenta ad ogni passo. Tento di mantenere un ritmo, ma la respirazione lo sopravanza. Dopo un'ora la guida si immerge in una grotta glaciale e lo seguiamo tutti a ripararci dal freddo e a riposarci un po'. Quando arriva Sebastien, un po' in ritardo rispetto a noi, si fa un cambio di cordata. Mi mettono assieme a Sebastien dicendomi che abbiamo un ritmo simile. In realta' pensano che ne' lui ne' io ce la faremo ad arrivare in cima. Dovremo tornare indietro prima, come succede con circa la meta' di chi parte.
Quando usciamo dalla grotta una forte folata di vento ci annuncia che il tempo non ci risparmiera' la minima fatica. Nella nuova cordata sono ultimo e si va all'andatura di Sebastien, ancora piu' lenta della mia. Poco male, non ho fretta. Saliamo poco a poco, un passo alla volta, seguendo le tracce della guida e di quelli che hanno camminato nella neve prima di noi. Passiamo dei crepacci camminando su ponti di ghiaccio. La pendenza e' quasi accettabile ed il vento e' laterale, per cui a parte sbilanciarci ogni tanto non da' troppo fastidio. Ad un certo punto gira e ci spinge avanti con forza, sembra di volare. La fortuna sembra durare poco perche' uno dei cramponi di Sebastien si rompe. Ci fermiamo al riparo di un muro di stalagtiti di ghiaccio per vedere il da farsi. L'altitudine deve essere attorno ai 5200 o 5300 metri. Tiro fuori dal mio zaino il kit da bravo boy scout e con coltellino svizzero e cordino ripariamo il crampone. Quando ripartiamo il vento ha girato (oppure abbiamo girato noi) e il pendio si fa ripidissimo. Ben presto sono attaccato piedi e mani al ghiaccio e la mia sola prospettiva e' la corda che mi lega a Sebastien, che lo lega a Paulo, la guida. Socchiudo gli occhi per evitare la neve che il vento mi spara in faccia e aspetto che la corda che ho legata in vita si muova lentamente come un lento serpente infreddolito. Da curva si fa un po' piu' tesa: Sebastian ha fatto un passo. Lo seguo: picozza, piede destro, piede sinistro, mano. La corda si fa un po' piu' floscia, poi risale: un altro passo. Anch'io ripeto la sequenza una, due , tre, per non so quante volte. Sebastien si ferma, respira, poi riparte. La corda si fa piu' tesa, Paulo e Sebastien vanno piu' veloci. La salita piu' dura e' terminata, posso alzarmi in piedi e camminare, sempre lentamente.
Il vento si fa sempre piu' forte, raffiche che ci fanno fare due passi avanti e uno indietro, puntando la picozza per non cadere. Mancano ancora due o trecento metri di dislivello che, a questa altitudine, significano il triplo del tempo normalmente necessario. Paulo continua a camminare, si sale ancora di traverso sul ghiaccio e la neve, la corda tocca per terra, sto camminando piu' veloce di Sebastien, la arrotolo in una mano e la lascio quando si fa piu' tesa.
Fin dall'inizio ho pensato che forse non ce l'avrei fatta a salire in cima. Troppe cose si accumulavano: era la prima volta che salivo su un ghiacciaio, non ero mai stato cosi' in alto, il tempo era inclemente ed ero partito con un po' di raffredore e qualche sintomo di influenza. Dopo la partenza, ciclicamente, ho iniziato a pensare che potevo farcela e, poco dopo, sentendo il mio cuore battere troppo forte e la respirazione farsi pesante e veloce allo stesso tempo, pensare il contrario. Vedendo Sebastien rallentare mi rendo conto che siamo in due a dovercela fare, oltre alla guida Paulo. Stranamente il pensiero di fallire non mi fa paura. Arrivare dove siamo ora, a 5600 metri, non puo' esserlo. In fondo sono io che decido cosa e' un fallimento e cosa e' un successo, nessun altro.
Paulo continua con passo di metronomo: cinque respiri e un passo, cinque respiri e un passo, cinque respiri e un passo. Raggiungiamo uno spiazzo, si puo' bere qualcosa, con l'acqua che ha iniziato a gelare nella bottiglia. Un po' di cioccolata e poi si riparte per il pezzo piu' duro, quello piu' ripido.
Presto mi ritrovo con la faccia contro la parete, il vento e' troppo forte per guardare in alto, il respiro mi manca. Cerco di concentrarmi su me stesso: "Respira. Fai un passo. Pausa. La corda non si muove. La corda sale. Pausa. Fai un passo. Non pensare. Ce la puoi fare. Pausa. Non pensare al vento. Pausa. Non pensare a quando finisce la salita. Fai un passo. Non pensare ad un posto caldo e accogliente. Pausa. Respira forte. Pausa. Respira piu' forte. Non avere paura. Ancora un passo. Muovi la picozza, muovi il piede, muovi la mano. Pausa. Ripeti il movimento".
Mancano un centinaio di metri di dislivello. Paulo annuncia che la vetta e' a venti minuti. Non gli credo. Sebastien non lo so, ha smesso di parlare da un po'. Poco importa il tempo o la fatica, a questo punto ho deciso che arrivero' in cima, costi quel che costi. Riprendiamo il cammino e - come un miraggio - vedo quelli della cordata salita prima di noi. Stanno scendendo a buona andatura. Hanno facce sorridenti. Ancora quindici minuti mi dice David, coraggio. Vedere delle facce conosciute (anche se il giorno prima) in mezzo alla neve e' come una tazza di caffe' la mattina. Per la prima volta dall'inizio della salita sono di buon umore, il mio passo si fa piu' veloce. L'euforia dura lo spazio di un secondo, la salita - quella piu' dura - la uccide sul nascere. Solo la consapevolezza che ci siamo quasi ci fa andare avanti. Perdo la nozione del tempo. Incontriamo altre due persone che stanno scendendo: ancora cinque minuti. I passi sono ancora piu' lenti e pesanti. Per la fatica mi ritrovo a ginocchio, aspettando che davanti si muovano. Ancora due passi e di nuovo in ginocchio. Respirare. Respirare. Manca poco. Alzarsi, respirare, camminare. Ancora qualcuno che sta scendendo: due minuti alla cima. Inizio a contare i passi: uno, due, tre. Arrivo a 178, probabilmente in quattro o cinque minuti. La montagna e' finita. Non c'e' nessun cartello con la cifre 5897, solo tre nuvole a formare tre onde nel cielo blu. Di sotto solo nebbia e un vento cosi' forte che mi si gelano le mani nei pochi secondi che le tolgo dai guanti per fare una foto. Ci abbracciamo. Abbracciamo anche i tre alpinisti che ci seguono. Hanno le facce stravolte, probabilmente come la mia, illuminate da ragi fortissimi.
Nel salire non mi sono reso conto che e' sorto il sole. Il vento e' cosi' forte che si fa fatica a stare in piedi. Sotto di noi un mare di nuvole.
Devo mettermi la crema solare, ma si e' ghiacciata nel tubo. La discesa inizia piu' presto del previsto. Scendo per primo, con la corda dietro di me che si tende a indicarmi che sto andando troppo veloce. Anche scendere, a questa andatura, e' faticoso. Al vento si aggiunge la nebbia. Tutto e' bianco. Si fa fatica a riconoscere le orme nella neve. Provo a mettermi degli occhiali da sole ma si appannano all'istante. Stessa cosa succede con la maschera da sci. Scendo a tentoni, puntando la picozza a monte.
La corda si fa piu' tesa, Sebastien si e' fermato. Mi giro. Anche l'altro crampone si e' rotto. Ci fermiamo a ripararlo con un altro pezzo di cordino. Si riparte, con le gambe che traballano un po'. All'ultima pausa tiro fuori la bottiglia di Gatorade che e' diventato una granatina. La discesa sembra non finire mai, finche' la neve si fa piu' morbida, il piede scivola verso il basso, quasi sciando. Alla neve subentra la terra, il rifugio non e' lontano. Via le corde, via i cramponi, via l'imbrago. Scendiamo ognuno per conto suo, finalmente alla velocita' che ci aggrada.
Il rifugio adesso e' come una casa: caldo, accogliente, pieno di facce sorridenti. Per alcuni e' stata una mattinata normale. Sono abituati a ghiacciai come questo. Per altri e' un'impresa mitica, se non addirittura mistica. Per il resto del tempo di rientro non riesco a credere di avercela fatta. La fatica fa ancora male, ma inizio gia' a chiedermi cosa ci sara' dopo. Dov'e' il limite?
Hillary