giovedì 26 agosto 2010

Eleções no Brasil

In portoghese la pubblicitá si chiama ¨propaganda¨. In questi giorni é impossibile accendere la televisione brasiliana senza imbattersi in raffiche di spot elettorali di candidati a Presidente, Governatore, Deputato federale o Deputato statale. Immagini di futuri raggianti o di presenti giá migliori si sovrappongono a vecchietti sorridenti che hanno ritrovato la felicitá grazie questo o a quel progetto. Rispetto alla vacua rumorositá della politica nostrana, qui incredibilmente si parla di programmi, si sentono parole in Italia da decenni dimenticate: sanitá, educazione, trasporto, lavoro. A differenza che da noi, non volano insulti, né provocazioni, né accuse. Sembra che oltre che a essere numericamente una delle democrazie piú grandi del mondo, il Brasile sia anche una delle migliori, qualitativamente parlando.
Di tutti gli spot preferisco quelli di candidati locali, quelli meno abituati alle telecamere, che abbozzano dei sorrisi poco convincenti e mostrano mani con il pollice alzato (tudo bem!). Lo spot piú tenero é in assoluto quello del partito comunista, che inizia sulle note dell´Internazionale e - con vero sprezzo di ogni anacronismo - parla di sfruttamento capitalistico e di borghesia parassitica (la rivoluzione appare solo in forma metaforica). I due candidati sembranno appena usciti dalla formalina, grigi e tristi come un manifesto sovietico sbiadito. In sovraimpressione una falce e martello formato famiglia. Lo spot sfuma di nuovo sulle note dell´Internazionale.
Lula é onnipresente, benché non possa ricandidarsi di nuovo. Se potesse, sarebbe rieletto in un microsecondo. Sembra essere riuscito a far contenti ricchi e poveri, destrorsi e sinistrorsi. La Dilma, la sua delfina, fa tutta la campagna elettorale nel segno della continuitá di governo e non si stacca di un millimetro dalla politica di Lula. Sembra pagare a livello di consensi perché da giugno - mese in cui era un punto sotto al suo opponente Serra - ad agosto ha preso dieci punti di vantaggio, con un divario che si fa piú grande ogni giorno di piú.
Nonostante la corruzione cronica e i disservizio del settore pubblico, a guardare la campagna elettorale brasiliana si ha l´impressione che la gente creda ancora nella politica e che abbia una genuina fiducia nel futuro. Sono contento per loro e anche molto invidioso.
Res Publica

domenica 22 agosto 2010

Paraty, party e misticismo

A Paraty, sulla Costa Verde a sud di Rio, ci sono tre chiese principali: una costruita per i bianchi, una per i meticci liberati e la terza  per gli schiavi. Un modo come un altro per sottolineare che dio é uno e trino.
In questi giorni le tre chiese e tutte le stradine di acciottolato del centro coloniale sono piene di vacanzieri della domenica venuti da Rio de Janeiro e dai dintorni per la festa della cachaça, l´acquavite locale. Dopo un´attenta comparazione tra i vari banchi, il premio qualitá va alla varietá ¨gabriela¨, dal colore ambrato e dal sapore un po´piú dolce. In realtá dopo un po´ di tempo le differenze tra marche di cachaça tendono a sparire in favore di un´amalgama dal sapore indefinito (a quel punto é meglio tornare alla pousada prima che qualcuno ti ci porti a forza).
A Paraty mi sto fermando per imparare il portoghese. Tempo previsto: cinque giorni. La prima lezione si é concentrata sul presente dei verbi regolari e irregolari, sul passato remoto e sul futuro composto. La seconda ha attaccato l´imperfetto e alla terza i congiuntivi. La tecnica é prendere lo spagnolo, qualche parola d´italiano, un po´di veneto (cadrega, fogo, fora) e sostituire le desinenze con ¨ão¨ (tempão, dragão, litrão) o ¨il¨ (facil, dificil, comprensivel). Funziona un 60-70%. Per il resto bisogna mangiarsi metá delle lettere - soprattutto la ¨r¨ - e trasformare le ¨de¨e ¨di¨in ¨ce¨e ¨ci¨. Chiaro no?
Nessuno mi capisce ma in compenso riesco a capire i programmi televisivi che si dividono in tre grandi categorie: gli spot della campagna elettorale per le politiche di ottobre, le telenovelas di soli primi piani (e zero espressivitá) e i programmi religiosi. Questi ultimi sono il vero piatto forte, soprattutto la mattina. Si va dal prete bonario che parla in modo pacato con le mani aperte come se stesse dicendo messa, al missionario che racconta della costruizione della cattedrale cattolica di Pristina e che invita a mandare donazioni, fino al delirio mistico della folla di fedeli evangelici che ripetono come un mantra - con le mani giunte sulla testa e gli occhi chiusi - le parole senza molto senso compiuto di una predicatrice esagitata. Nello schermo in basso a sinistra c´é un traduttore per sordi che continua a muovere le mani a cerchio sopra la testa (per indicare ¨lo spirito¨) mentre in didascalia passano le preghiere che i fedeli mandano via sms.
Iluminação

martedì 17 agosto 2010

Le mille vite di Rio


I quartieri di Rio sono dei mondi paralleli che si incrociano ai semafori di strada. Ad Ipanema sembra di essere in Francia: programmazione urbanistica, parchi, vetrine di negozi chic, ristoranti, cani. Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Ipanema. Qui c'é il supermercato piú caro del mondo, é impossibile mangiare per meno di un milione di dollari e il mercatino dell'artigianato sembra quello di Ginevra. Quando piove i cani hanno degli impermeabili e quando fa freddo (18 gradi, si fa per dire...) addirittura il cappottino. Tra strade che trasudano borghesia ci si puó imbattere nel ristorante Garota de Ipanema, il posto in cui Antonio Carlos Tobim e Vinicius de Moraes scrissero la canzone di bossa nova piú famosa in assoluto, la Ragazza di Ipanema appunto. Lí vicino c'é un locale in cui tutti i giorni si sentono note di chitarre e percussioni. Alle undici di sera sale sul minuscolo palco una donna piú grassa di Britney Spears, piú scura di Madonna e piú intelligente di Laura Pausini (per tutte e tre ci vuole poco). Non ha bisogno di backstage, ballerini e spettacoli per allodole. Le basta aprire bocca, fare uscire la prima nota e la pelle d'oca appare sulle braccia, per andarsene a fine concerto. La cantante si chiama Maria Creuza e - tra un bicchiere di whiskey e l'altro - parla con finta nonchalance dei miti della bossa nova con cui ha lavorato. Le canzoni accarezzano le orecchie e sussurrano parole come "tristeza", "saudade" o "melancolia". Ad ascoltare i testi sembra di essere in novembre nella Polonia orientale, invece che nel cuore del Brasile.
Santa Teresa é un pezzo di Lisbona incastonato nel centro di Rio. Le strade di porfido costeggiate da case dell'ottocento salgono strette e sinuose. Un tram che non é cambiato dagl inizi del secolo scorso passa lentamente e la gente sale e scende senza aspettare le fermate (non ci sono porte). A metá salita si ferma. Da quello che capisco non c'é elettricitá nelle linee. Fa niente, la giornata é bella e camminare a Santa Teresa é un piacere in sé: si sale, si scende, si passano ateliers di artisti, case di ricchi, case popolari, scuole di capoeira, scuole di samba. La macchina officiale di Santa Teresa é il maggiolone. Il furgone piú diffuso il vecchio Volkswagen (Tom cerca di trattenerti!).
Scendendo verso il centro si arriva a Lapa, il quartiere che di notte scoppia di gente in festa e che di giorno é pieno di gente che si muove per lavoro (non si ferma mai). Sia di notte che di giorno Lapa emana un fascino potente, vagamente decadente. Qui un pasto completo costa due o tre euro, i ristoranti vendono tapas e cose da mangiare al volo, si beve birra in bottiglie da mezzo litro. Lapa é un quartiere che non va al risparmio e che bada al sodo.
Poco piú in lá c'é il Centro, dove l'architettura liberty e post-coloniale fa a botte con palazzoni grigi, chiese, edifici Bauhaus, grattacieli vetrati e la cattedrale piú orrida del mondo: un cono di cemento armato di una cinquantina di metri con il tetto a forma di croce. All'interno sembra un immenso alveare, se non addirittura un cimitero in formato industriale. Di fronte alla chiesa, due pulitori-acrobati si calano con delle corde dal tetto di un edificio interminabile per pulirne i vetri. Per le strade gente che cammina in tutte le direzioni, entrando e uscendo da negozi. Vicino alla strada pedonale Uruguanaina ci sono vari mercatini coperti. Sono un labirinto di piccoli banchi che vendono tutto per il cellulare e l´elettronica. Ti puoi fare assemblare un computer con pezzi di scarto o sbloccare una carta sim in qualche secondo. Al quindicesimo tentativo, dopo aver seguito indicazioni che mi fanno girare mezzo centro storico, trovo un tipo che vende un caricabatterie compatibile con la mia macchina fotografica (il mio é misteriosamente scomparso tra Ecuador e Brasile).
Verso nord c´é Maracana, il quartiere con il tempio del calcio mondiale, un ovale da ottantamila posti, casa delle quattro squadre di Rio. Sulla metropolitana che mi porta a vedere la partita chiedo indicazioni ad un gruppo che ha delle maglie rosse e nere. Vengo immediatamente cooptato nelle fila del Flamengo, la Juve brasiliana, che in questo momento viaggia a mezza classifica. L´altra squadra, il Ceará, é terzo e ha maglie bianconere. Faccio un po´ fatica a tifare per il colore sbagliato, ma non voglio deludere gli amici metropolitani, né l´intera curva del Flamengo (quando si arrabbiano é meglio girare alla larga). La partita é una noia: lenta, tattica, piena di errori, finisce uno a zero dopo un rigore sacrosanto. Il Flamengo vince, l´allenatore é salvo, i tamburi smettono di suonare, la gente si riversa in strada alla ricerca di un taxi tenendosi stretti per non perdersi.
Ancora piú a nord c´é la periferia povera di Rio: baraccopoli e favelas. Ci passo a fianco in bus per andare a Petropolis, ex-residenza dell´imperatore del Brasile nell´ottocento. Le case sono di mattoni nudi, le strade vuote di gente, cartelloni elettorali dappertutto (il successore di Lula verrá eletto tra poco). Non si ha voglia di fare una passeggiata.
Barrios

domenica 15 agosto 2010

Il battito di Rio de Janeiro


Il Cristo Redentore - la statua kitch che domina Rio de Janeiro dalla collina piú alta della cittá - ha mani di donna. L`artista che le ha disegnate ha usato le sue per il calco originale. La testa é stata disegnata in modo sa dare un´impressione di calda umanitá nonostante la taglia extra-large. L´effetto finale é tra lo ieratico e la Mona Lisa. In ogni modo, qualsiasi intenzione religiosa si é ormai persa in una marea umana di turisti in coda per fare la foto con le braccia aperte (con le persone che scattano la foto spesso letteralmente sdraiate per terra in cerca della migliore posizione prospettica). Come ogni cosa a Rio, anche la piú irritante, é uno spettacolo imperdibile: vedere la baia di Rio con il mare che entra per decine di chilometri all´interno della terra, vedere le spiagge bianchissime della cittá, il ponte infinito che attraversa la baia, i quartieri ricchi e le favelas, sentire il ronzio degli elicotteri che fanno il giro della statua; quassú si respira Rio.
Cercare di descrivere questa cittá a parole é come suonare una chitarra senza corde. Per rendere almeno in parte l´idea bisognerebbe poter mettere in attachment i rumori, la musica, la parlata della gente, la luce, la sensazione di operosa leggerezza che si sente sui bus o nella metropolitana supermoderna o sul ferry che attraversa la baia per connettere Rio a Niteroi e usata da migliaia di persone, ognuna con un colore di pelle diverso, un colore di occhi diverso, ognuna brasiliana. Qui tutti possono sentirsi a casa loro perché nessuno come i  brasiliani é riuscito a racchiudere tutto il mondo in un unico luogo. Ci sono occhi azzurri, pelli africane, capelli rossi, occhi a mandorla, culi caraibici.
A Rio non serve portarsi dietro una cartina o la guida perché se si chiedono indicazioni per strada, la persona ti spiega nei minimi dettagli come arrivarci oppure ti porta direttamente a destinazione senza passare dal Via. Unico problema é riuscire a capire una lingua che é tanto immediata e semplice quando é scritta, quanto impenetrabile all´orale, almeno per il momento.
Forro
In un articolo che ho letto qualche mese fa, si spiegava come un gruppo di persone che ordinano da mangiare influenza le scelte individuali. Circondato da cinque donne che sono il ritratto del fascino appariscente della borghesia (tranne un´ inglese dai capelli paglierini che sembra Boy George), osservo come ognuna legge il menu, sceglie qualcosa, per poi cambiare idea quando sente le altre ordinare. Una sola caipirinha ha il potere di attirarne altre tre, facendo abbandonare litri d´acqua.
Siamo in un ristorante di Lapa, un giovedí sera. Ci siamo incontrati in ostello e forse non abbiamo niente in comune tranne il fatto che siamo a Rio e vogliamo vederne la vita notturna. Un amico colombiano di una di loro ci porta nel covo dell´élite brasiliana, dove una band di una decina di musicisti suona non-stop canzoni di forro (pronuncia fogo) sulle cui note bella gente - uomini e donne - ballano bevendo cocktails che valgono il salario minimo di una giornata. Le cinque ragazze fanno la felicitá di molti uomini con molto testosterone che le approcciano una dopo l´altra nel giro di tre minuti. Non sanno che la borghesia americana richiede almeno un appuntamento previo per cedere a pensieri lubrichi.
Io tento di muovere i piedi guardando gli altri. Dopo attento studio raggiungo la conclusione che ognuno puó ballare come gli pare e la cosa mi piace molto. Esploro anche i quattro piani di morbidezza dell´edificio coloniale con un´apertura centrale cosí che si possa sentire la musica ovunque. Ogni piano é decorato in modo diverso, con un sacco di oggetti antichi  o vintage. Alle due la musica finisce. Tutti a casa.
Samba
Il venerdí sera a Lapa sembra di essere in una manifestazione della CGIL a Roma. La strada é piena di gente e ci sono tamburi che suonano non-stop. Lapa é il cuore della vita notturna di Rio e il fine settimana una marea umana si riversa in strada e nelle decine di locali di samba per bere, ballare e parlare, soprattutto ballare. Il melting pot é assoluto. A parte le differenze cromatiche, qui si incontrano tutte le fascie di etá, i sessi, le classi sociali del paese. Ci sono signore sessantenni che ballano lentamente tra i tavoli di un locale, giovanissimi che si muovono a ritmo indiavolato al suono di percussioni, il gruppetto di ragazzi perbene seduto ad un tavolo un po´ in disparte, tre viados che si aprono il passo tra la folla con delle tette enormi, le turiste americane che si fanno la foto sotto l´insegna che indica il nome della strada con la faccia di chi si sta divertendo un sacco (¨can you see girls, we had great fun, it was awsome!¨), la coppia gay che si bacia senza ritegno e single - uomini e donne - in caccia di un partner. Tre ragazze mi rapiscono mentre tento di ballare una samba e vogliono fare conversazione. Tra la musica, l´accento e la caipirinha non capisco assolutamente nulla. Riesco invece a capire il complimento che mi fa un ragazzo mentre mi passa vicino. Gli piacciono i miei occhi.
Guardando le migliaia di teste multicolori muoversi per strada alle quattro di mattina mi vengono in mente quattro parole: ¨passione per la vita¨.
Sambero

mercoledì 11 agosto 2010

Quilotoa: montagne, turismo e poverta'


La strada che da Latacunga sale verso Zumbahua sembra uscita da una fiaba e ci si aspetta di vedere uscire da un momento all'altro degli elfi dalle case di paglia (sono tutte di paglia, come quella del primo dei tre porcellini). Ai birdi, piccoli campi strappati alla montagna, pecore e lama. A Zumbahua c'e' festa. Su un palco, un piccolo gruppo suona musica andina davanti a duecento cappelli e duecento ponchos, immobili. L'espressivita' e la partecipazione non sono la specialita' locale.
Seduto nel cassone di un pick up che mi porta verso Quilotoa cerco di attutire come posso le buche della strada sterrata. Sale una famiglia che parla quechua. L'uomo si rivolge a me in spagnolo facendomi le classicissime domande (da dove vengo, quando sono arrivato in Ecuador, se mi piace il posto). Mi chiede anche quanto costa l'aereo per l'Italia e se e' difficile tornare in Ecuador senza documenti. In poche parole gli spiego i problemi legati all'immigrazione (legale e non), ma sono poco convincente. Quando ho finito dice "si', mi sa che parto". Scende di fronte a casa sua - nel mezzo del nulla - e ripete "si' deve essere bello, perche' no?". Prende in braccio la figlia, aiuta la moglie a scendere dal pick up e scompare in una nuvola di polvere.
A Quilotoa ci sono quattro case e dieci hostales senza molti vezzi. Piu' in alto del paese c'e' un enorme cratere vulcanico riempito da un lago color smeraldo. Sul sentiero che sale e scende in cresta non c'e' quasi nessuno: una coppia tedesca e due uomini dall'aria stanca.

Il sentiero che da Quilotoa va Chugchilan dovrebbe essere in teoria segnalato da frecce blu. In realta' al primo bivio ci si perde e si continua perdendosi tra campi di patate, casette di campesinos, alberi e pascoli. Di tutte le persone a cui chiedo indicazioni, solo un signore seduto nell'aia a sbucciare fave mi da' l'informazione senza proporsi come guida o chiedere soldi. Questa e' una zona povera: c'e' solo montagna, freddo e agricoltura di sussistenza. In pochi traggono beneficio dal turismo, gli altri ci provano a modo loro vendendo artigianato, proponendosi come guide o semplicemente facendo la carita', diventando cosi' ancora piu' poveri. Perche' la poverta' non e' solo mancanza di soldi, la poverta' e' soprattutto la perdita di dignita'. 

Chugchilan e' un micro-paesino attaccato alla montagna con una chiesetta, una piccola piazza e molte facce bruciate dal sole di bambini quechua che mi guardano passare incuriositi. Quando mi siedo nel parque, si avvicinano e la prima parola che pronunciano e' un dolar. Faccio lo stupido e chiedo se vogliono darmi un dollaro, perche' mi farebbe comodo. La cosa li spiazza, come la domanda che faccio loro "perche' dovrei darvi un dollaro?" (risposta "per comprare delle cose"). Dopo un po' smettiamo di parlare di micro-finanza e mi raccontano storie di Power Rangers, di un loro amico che ha ben 12 anni (!) e della scuola che fanno. Sono ridiventati bambini.
Un po' fuori dal paese ci sono vari cartelli di organizzazioni non governative, tra cui Terres des Hommes Italia e Operazione Mato Grosso. I cartelli della Commissione Europea parlano di acqua per consumo umano, reforestazione, ovini migliorati e rinforzo organizazionale, ovvero l'ubiquo capacity building che appare come il prezzemolo in ambito di sviluppo.
Il bus per tornare a Latacunga dovrebbe partire alle 3 di mattina. Alle 3 e mezza due figure insonnolite si alzano dal corridoio del bus, accendono le luci e fanno entrare i passeggeri intabarrati. Nel buio della notte, illuminato solo da un mare di stelle che - a 3000 metri di altitudine - sono piu' vicine, il bus scende per la strada sterrata frenando e stridendo. Sale una donna con un bimbo legato sulle schiena, un uomo carica sul tetto prodotti da vendere al mercato, sale una coppia avvolta da una coperta fino alle orecchie. Poco a poco sorge il sole, la strada si fa meno ripida, arriva l'asfalto. Alle 7 di mattina si ferma in una stazione spettralmente vuota, sotto un cielo plumbeo.
Desarrollo


lunedì 9 agosto 2010

Il passo del granchio

Uno dei piaceri di spostarsi da un posto all'altro e' anche quello di rivenire sui propri passi. Ritornare in una citta' che si e' gia' vista e' come mettersi le ciabatte quando si torna a casa. Non c'e' piu' quell'inevitabile leggera ostilita' di un posto che non si conosce. Ci si muove per le strade senza cartina, senza dover chiedere alla gente, senza quell'aria di smarrimento un po' patetica da animale zainato fuori dal suo territorio.
Latacunga secondo le guide dell'Ecuador e' un posto per passarci una notte. Invece ha un suo fascino discreto e persistente anche la seconda volta che ci passo. Senza bisogno di fare foto o guardarmi troppo intorno cammino senza fretta per le strade affollate, passando tra banchi di frutta, carne, spezie e negozi di barbieri. Ascolto le grida dei venditori di dentifrici, pennarelli per CD e addirittura vestitini decorati per cani (con tanto di barboncino bianco a fare da modello). Mangiare al mercato, tra gente che passa e gocce di pioggia mischiate a raggi di sole. Fermarsi a vedere lo spettacolino di musica tradizionale di due cantanti microfonate. Tornare a vedere la chiesa bianca e deserta. Cercare un internet cafe' per scrivere il blog.
Flashback

sabato 7 agosto 2010

Compagni di viaggio


Muoversi in bus e' il paradigma del viaggio. Ho perso il conto di quanti ne ho presi da quando sono arrivato in Guatemala l'otto aprile di mille anni fa. Nel frattempo il mio culo ha subito una metamorfosi radicale ed e' diventato a forma di sedile.
La giornata di oggi prevede 11-12 ore di viaggio, con tre cambi. Partenza dal Pacifico e arrivo sulle Ande. Il primo "compagno di viaggio" che mi capita alle 7 di mattina sul bus della Cooperativa de Transportes Jipijapa e' uno dei miei preferiti: modello bassissimo e magrissimo, occupa il minimo spazio possibile del suo sedile e nessuno del mio. Va meno bene con il seguente, un uomo che deve essere convinto che il mio sedile sia il suo divano di casa. Per di piu' puzza cosi' tanto di pesce che sembra di avere a fianco un tonno con camicia, baffi e pantaloni. Salgono venditori di mais, pollo, ceviche, fritada. Sale un venditore di manteca de culebra (burro di serpente), versione locale del balsamo tigre. Lo segue un venditore di un libello su piante medicinali che possono curare dall'insonnia al cancro, passando per l'ipertensione e il "fegato grasso" (la cui cura migliore - a mio avviso - sarebbe smettere di mangiare maiale fritto ogni giorno).
Il bus che prendo a Guayaquil - dopo attenta comparazione di prezzi e orari tra una deicna di compagnie che mi assicurano tutte di essere le uniche ad andare dove voglio io (ma veramente le uniche !) - ha come logo il profilo di una india e si chiama Trasandina. Quando salgo sul bus scopro che il mio posto, quello vicino al finestrino, e' occupato da un uomo che non vuole mollare l'osso. Anche lui e' del modello basso e magro, ma - per proteggere una borsa che ha tra la gamba e il finestrino - si mette di sbieco toccandomi romanticamente il ginocchio ad ogni curva. L'uomo parla poco e manda un forte odore di speck. Per sua fortuna sto ancora digerendo un pesantissimo piatto di riso cinese trangugiato a forza tra un bus e l'altro, senno' gli addenterei un avambraccio. Scende in un posto dimenticato da dio, in un paramo a piu' di 3700 metri, dove ci sono un paio di mucche e tre case. La vita sociale non deve essere un gran che. Una donna che sembra la sosia del logo della Trasandina (cappello, poncho e naso adunco) si siede al suo posto. Cambia il genere, ma l'odore rimane invariato. Anche lei usa eau de fume'.
Ci sono giorni in cui ore di bus mi distruggono fisicamente e scendo incazzato e nervoso. Altri giorni posso stare ore a farmi sballottolare e a prendere buche senza perdere il sorriso. Oggi e' uno di quei giorni. Ad Ambato, a las cinco de la tarde, vengo scaricato ad un incrocio aspettanto il terzo e ultimo bus della giornata. E' l'imbrunire, a fianco a me ci sono decine di persone in attesa. Non ho fretta. Un bus si ferma, ma non e' quello giusto. Ne passa un altro, un ragazzo a fianco a me mi fa cenno che questa volta ci siamo. Mi siedo a fianco all'autista che non sembra cosciente di avere una sessantina di passeggeri e parla al cellulare e manda sms mentre la strada scende a serpentina tra le montagne. E' bello vedere guidare un bus. Tutti gli ostacoli ti vengono addosso senza farti del male. Ad ogni curva sembra che si vada fuori strada, che ci si schianti contro un cartello stradale. Invece niente. Una telefonata, un sms, gente che sale, gente che scende davanti a casa propria (non ci sono stazioni, non ci sono fermate ufficiali). Un'altra giornata di trasporto.
Easy Rider