domenica 18 settembre 2011
Svizzera: un pezzo di puzzle in più
Vabbé tutti sanno che la Svizzera è un paese efficiente, fin qui nessuna novità. Ma anche se ci si aspetta che tutto funzioni alla perfezione - quando effettivamente succede - si continua a esserne stupiti, soprattutto se si è nati e cresciuti in Italia.
L'altro giorno ho fatto l'abbonamento annuale per i trasporti pubblici di Zurigo, per la modica cifra di 700 euro (efficienti sì, ma non a buon mercato). Con 20 euro ho avuto anche l'abbonamento a Mobility, il car sharing che ti permette di prendere una macchina in affitto per qualche ora, in qualsiasi parte della città e in qualsiasi momento, così che puoi evitare di comprarla.
La signora che mi ha fatto l'abbonamento mi ha detto che nel giro di due giorni mi sarebbe arrivata la tessera a casa assieme al contratto Mobility. Due giorni dopo avevo effettivamente l'abbonamento, con tanto di foto (che avevano già nel sistema). Ho anche rispedito il contratto Mobility. Ho dovuto aspettare altri due giorni per ricevere conferma che tutto era a posto.
Sono poi andato a cambiare la mia patente italiana per quella svizzera (che i ticinesi, traducendo dal francese, chiamano "permesso di condurre"). Sono arrivato alla motorizzazione con un filobus, ho camminato due minuti, ho consegnato la documentazione che mi ero scaricato da internet e dopo altri due minuti avevo finito. "Tra due giorni le arriverà la patente svizzera" mi ha detto l'impiegato. La Svizzera funziona con il sistema binario. Purtroppo in mezzo c'è un week end, ma non avrò dubbi che domani mattina, nella buca delle lettere, ci sarà una busta della motorizzazione civile.
Questo per quanto riguarda la precisione. Poi per quanto riguarda la condivisione c'è ancora qualche margine di miglioramento.
Ieri sono andato con un gruppo di gente che non conoscevo a fare un corso di roccia (multipitch per la precisione). Dopo essere saliti sulla parete accompagnati dallo scampanare di centinaia di mucche ed esserne scesi indenni, abbiamo pranzato sotto un albero. Tutti si sono messi a mangiare quello che avevano portato da casa. La guida alpina aveva solo un paio di brioches. Nessuno gli ha offerto nulla. Sarà che in un passato non tanto lontano sono stato scout, ma per me la montagna è sinonimo di condivisione di quello che ti sei portato dietro con tanta fatica: un pezzo di pane, del formaggio, quello che c'è. Qui non solo non si offre, ma tutti sono imbarazzatissimi ad accettare una semplice offerta: un pezzo di cioccolato o un biscotto.
Nel paese dell'autosufficienza c'è poco spazio per l'interdipendenza.
giovedì 8 settembre 2011
Cairo: la città eternit
Il Cairo dall’alto è una città di lego. Torri di diverse altezze – tutte sistematicamente a forma di parallelepipedo – si affastellano l’una all’altra a perdita d’occhio. Cairo non è grigia come Parigi. E’ completamente marrone, il colore die mattoni nudi. Non c’è un albero in vista, non un rettangolo di verde. Le strade scompaiono tra un edificio e l’altro.
Il Cairo dal basso è un enorme parcheggio. Le macchine sono ovunque, i marciapiedi non esistono. Uno dei lavori più diffusi è quelli del parcheggiatore. Non si tratta – come Roma – del tipo un po’ losco che scrocca qualche spicciolo per indicare un posto libero (o meglio perché il propietario ha paura che gli sfregi la carrozzeria). Qui fare il parcheggiatore abusivo è un lavoro di provata utilità pubblica, perchè si parcheggia sistematicamente in seconda e terza fila per cui c’è constante bisogno di qualcuno che sposti le macchine. Il parcheggiatore ha una borsa piena di chiavi che riconosce solo lui ed è occupatissimo. La strada gli appartiene e lo si può pagare per un giorno oppure mensilmente.
Al Cairo la notte e il giorno sono fenomeni irrilevanti, perché la città vive a tutte le ore. I clacson suonano costantemente, il traffico è eterno, la gente riempie i mercati e cammina per strada senza interruzione: quelli che tornano a casa a dormire si incontrano con quelli appena usciti per andare a lavorare.
Appena il sole scende all’orizzonte ed il caldo lascia spazio ad una brezza un po’ più fresca, l’intera popolazione del Cairo scende in strada. Visto che non ci sono parchi, la gente si siede un po’ ovunque: gli uomini a bere caffé, fumare narghilé e guardare il calcio in televisione, le donne a fare spesa, le coppiette a tenersi per mano a bordo del Nilo. Sul marciapiede, in mezzo a pedoni, moto e anche dei temerari ragazzetti con i rolleblades, c’è un’intera famiglia seduta per terra, sopra una coperta. Sta facendo il pic nic in mezzo al traffico.
Il Nilo è scuro ed è attraversato da barche piene di luci colorate. Sembrano tanti alberi di Natale semoventi. I passeggeri sono seduti ed ascoltano indifferenti musica araba sparata a tutto volume, mentre guardano i profili dei grandi alberghi del centro.
Su uno dei ponti che collegano le due rive del filme, un uomo ha parcheggiato la sua vecchia Trabant sulla destra, mentre otto corsie di macchine gli sfrecciano a fianco. Ha tirato fuori una sedia di plastica e si è seduto a prendere un po’ d’aria. Poco più in là c’è un gruppo di ragazzi che stanno ballando al suono di musica che esce da un’autoradio. La musica si sente appena, completamente coperta dal rombo dele macchine e dai clacson. Una coppia si è appena sposata ed il ponte è il posto migliore per festeggiare. Quale metafora migliore?
Di Mubarak non parlerò. Il processo continua e all’ultima seduta ci sono stati scontri tra i pro e gli anti-Mubarak. Nessuno sa cosa succederà. Le ipotesi che si leggono sui giornali sono inutili, perché mai come in questo momento fare previsioni azzeccate è come vincere alla lotteria senza neanche comprarei l biglietto. Bisogna aspettare e vedere, l’unica cosa da fare. Quello che è certo è che prima che le cose migliorino, sicuramente peggioreranno, ma gli egiziano sembrano avere uma certa abitudine al peggio (come al meglio d’altronde).
Il Cairo dal basso è un enorme parcheggio. Le macchine sono ovunque, i marciapiedi non esistono. Uno dei lavori più diffusi è quelli del parcheggiatore. Non si tratta – come Roma – del tipo un po’ losco che scrocca qualche spicciolo per indicare un posto libero (o meglio perché il propietario ha paura che gli sfregi la carrozzeria). Qui fare il parcheggiatore abusivo è un lavoro di provata utilità pubblica, perchè si parcheggia sistematicamente in seconda e terza fila per cui c’è constante bisogno di qualcuno che sposti le macchine. Il parcheggiatore ha una borsa piena di chiavi che riconosce solo lui ed è occupatissimo. La strada gli appartiene e lo si può pagare per un giorno oppure mensilmente.
Al Cairo la notte e il giorno sono fenomeni irrilevanti, perché la città vive a tutte le ore. I clacson suonano costantemente, il traffico è eterno, la gente riempie i mercati e cammina per strada senza interruzione: quelli che tornano a casa a dormire si incontrano con quelli appena usciti per andare a lavorare.
Appena il sole scende all’orizzonte ed il caldo lascia spazio ad una brezza un po’ più fresca, l’intera popolazione del Cairo scende in strada. Visto che non ci sono parchi, la gente si siede un po’ ovunque: gli uomini a bere caffé, fumare narghilé e guardare il calcio in televisione, le donne a fare spesa, le coppiette a tenersi per mano a bordo del Nilo. Sul marciapiede, in mezzo a pedoni, moto e anche dei temerari ragazzetti con i rolleblades, c’è un’intera famiglia seduta per terra, sopra una coperta. Sta facendo il pic nic in mezzo al traffico.
Il Nilo è scuro ed è attraversato da barche piene di luci colorate. Sembrano tanti alberi di Natale semoventi. I passeggeri sono seduti ed ascoltano indifferenti musica araba sparata a tutto volume, mentre guardano i profili dei grandi alberghi del centro.
Su uno dei ponti che collegano le due rive del filme, un uomo ha parcheggiato la sua vecchia Trabant sulla destra, mentre otto corsie di macchine gli sfrecciano a fianco. Ha tirato fuori una sedia di plastica e si è seduto a prendere un po’ d’aria. Poco più in là c’è un gruppo di ragazzi che stanno ballando al suono di musica che esce da un’autoradio. La musica si sente appena, completamente coperta dal rombo dele macchine e dai clacson. Una coppia si è appena sposata ed il ponte è il posto migliore per festeggiare. Quale metafora migliore?
Di Mubarak non parlerò. Il processo continua e all’ultima seduta ci sono stati scontri tra i pro e gli anti-Mubarak. Nessuno sa cosa succederà. Le ipotesi che si leggono sui giornali sono inutili, perché mai come in questo momento fare previsioni azzeccate è come vincere alla lotteria senza neanche comprarei l biglietto. Bisogna aspettare e vedere, l’unica cosa da fare. Quello che è certo è che prima che le cose migliorino, sicuramente peggioreranno, ma gli egiziano sembrano avere uma certa abitudine al peggio (come al meglio d’altronde).
martedì 6 settembre 2011
Associazioni, nomi e dialoghi
Alessandro Baricco ha creato un personaggio che rideva a crepapelle ogni volta che leggeva i nomi dei cavalli nel giornale. E quell'attività era la sua preferita, se non addirittura l'unica.
Non sono solo i cavalli ad avere dei nomi senza moltzo senso (il mio preferito era Pocket Coffee), ci sono anche i brani jazz, soprattutto quelli strumentali. A patre quelli che tentano di descrivere a parole l'andamento della musica, tipo 'Un sasso nello stagno', 'Dissonanze'o 'Improvisation 13 en la mineur', gli altri hanno titoli un po' a caso come 'Jocker in the Village', senza contare le canzoni semplicemente identificate con un numero progressivo: semplice e diretto, anche se un po' meccanico.
Qualcosa di simile avviene con le vie d'arrampicata. Alcune hanno nomi che richiamano la tecnica necessaria per salire tipo 'Solo con i piedi', 'Zig Zag', oppure 'Appigli ridicoli', la mitica via aperta sulle dolomiti da Maurizio 'Manolo' Zanolla. Ma la maggior parte ha un nome di fantasia, spesso un po' idiota, il primo che passava per la testa del tracciatore, come 'Paglia secca', 'Prurito' o 'Perché no?'.
Ieri, in una falesia al lato del lago di Lucerna, mentre il sole stava tramontando e il cervello stava più pensando alla birra messa in fresco nell'acqua che a soffrire un altro po', ho scoperto che c'era una via che si chiamava 'Wursch und Brot' (pane e salsiccia), seguita da una che si chiamava 'Sänf' (senape). Ho deciso che avrei fatto la via senape, rimandando pane e salsiccia ad un momento migliore.
Da un paio di mesi sto usando la mezz'ora di tram per andare al lavoro per leggere libri d'arrampicata che parlano estensivamente della paura: quella di cadere, quella di farsi male o dimorire, quella di fallire. Vincere la paura è la prima necessità di chi arrampica. Sembra che l'uomo sia l'unico animale a poter vincere la paura, a reprimere l'istinto di scappare per affrontare con razionalità un evento terrorizzante. Questa è la teoria. Nella pratica ho passato gran parte della giornata aggrappato alla roccia stringendo gli appigli più forte del necessario, con le gambe tremanti e il fiatone. Un diaologo si sviluppava silente a mezza via:
- Mente: "devi razionalizzare la paura"
- Corpo: "ma vai a cagare intellettuale del cazzo"
- Mente: "adesso mettiamo i piedi in alto e spingiamo"
- Corpo: "fallo tu se ci tieni tanto"
- Mente: "siamo solo un metro sopra al rinvio, anche se cadiamo non ci facciamo male"
- Corpo: "francamente preferisco rimanere incastrato in questa crepa"
- Mente: "ma fa caldo"
- Corpo: "chissenefrega"
- Voce fuori campo: "Francesco ci sei? Stai bene? Vuoi scendere? La può finire Andrea se non ci riesci"
- Mente: "vedi, quella poveraccia ti sta facendo sicura da mezz'ora datti una mossa!"
- Corpo: "tanto poi tocca a lei venire su e rimarrà bloccata proprio qui"
- Mente: "adesso basta! Al mio tre: uno due...tre!
[nessun movimento]
- Mente: "sei uno stronzo"
- Corpo: "guarda che è colpa tua, sei tu che sei in panico"
- Voce fuori campo: "Francesco canta questa canzone dello Zecchino d'Oro che ti rilassa: il lungo, il basso, il pacioccone..."
- Mente: "per colpa tua tutti penseranno che siamo dei cretini"
- Corpo: "io non mi preoccupo di quello che pensa la gente di me"
- Mente: "allora perchè contrai gli addominali in spiaggia?"
- Corpo: "mi hai rotto, non lo faccio per te, ma adesso vado"
[entrambi cadono di un paio di metri]
- Mente e Corpo: "ops siamo caduti"
- Mente: "e non ci siamo fatti male"
- Corpo: "dai un occhio al passaggio che ci riproviamo"
- Mente: "non sembra difficile, ci sono dei buoni piedi"
- Corpo: "allora vado"
- Mente: "io ti lascio fare, ci vediamo in cima"
Non sono solo i cavalli ad avere dei nomi senza moltzo senso (il mio preferito era Pocket Coffee), ci sono anche i brani jazz, soprattutto quelli strumentali. A patre quelli che tentano di descrivere a parole l'andamento della musica, tipo 'Un sasso nello stagno', 'Dissonanze'o 'Improvisation 13 en la mineur', gli altri hanno titoli un po' a caso come 'Jocker in the Village', senza contare le canzoni semplicemente identificate con un numero progressivo: semplice e diretto, anche se un po' meccanico.
Qualcosa di simile avviene con le vie d'arrampicata. Alcune hanno nomi che richiamano la tecnica necessaria per salire tipo 'Solo con i piedi', 'Zig Zag', oppure 'Appigli ridicoli', la mitica via aperta sulle dolomiti da Maurizio 'Manolo' Zanolla. Ma la maggior parte ha un nome di fantasia, spesso un po' idiota, il primo che passava per la testa del tracciatore, come 'Paglia secca', 'Prurito' o 'Perché no?'.
Ieri, in una falesia al lato del lago di Lucerna, mentre il sole stava tramontando e il cervello stava più pensando alla birra messa in fresco nell'acqua che a soffrire un altro po', ho scoperto che c'era una via che si chiamava 'Wursch und Brot' (pane e salsiccia), seguita da una che si chiamava 'Sänf' (senape). Ho deciso che avrei fatto la via senape, rimandando pane e salsiccia ad un momento migliore.
Da un paio di mesi sto usando la mezz'ora di tram per andare al lavoro per leggere libri d'arrampicata che parlano estensivamente della paura: quella di cadere, quella di farsi male o dimorire, quella di fallire. Vincere la paura è la prima necessità di chi arrampica. Sembra che l'uomo sia l'unico animale a poter vincere la paura, a reprimere l'istinto di scappare per affrontare con razionalità un evento terrorizzante. Questa è la teoria. Nella pratica ho passato gran parte della giornata aggrappato alla roccia stringendo gli appigli più forte del necessario, con le gambe tremanti e il fiatone. Un diaologo si sviluppava silente a mezza via:
- Mente: "devi razionalizzare la paura"
- Corpo: "ma vai a cagare intellettuale del cazzo"
- Mente: "adesso mettiamo i piedi in alto e spingiamo"
- Corpo: "fallo tu se ci tieni tanto"
- Mente: "siamo solo un metro sopra al rinvio, anche se cadiamo non ci facciamo male"
- Corpo: "francamente preferisco rimanere incastrato in questa crepa"
- Mente: "ma fa caldo"
- Corpo: "chissenefrega"
- Voce fuori campo: "Francesco ci sei? Stai bene? Vuoi scendere? La può finire Andrea se non ci riesci"
- Mente: "vedi, quella poveraccia ti sta facendo sicura da mezz'ora datti una mossa!"
- Corpo: "tanto poi tocca a lei venire su e rimarrà bloccata proprio qui"
- Mente: "adesso basta! Al mio tre: uno due...tre!
[nessun movimento]
- Mente: "sei uno stronzo"
- Corpo: "guarda che è colpa tua, sei tu che sei in panico"
- Voce fuori campo: "Francesco canta questa canzone dello Zecchino d'Oro che ti rilassa: il lungo, il basso, il pacioccone..."
- Mente: "per colpa tua tutti penseranno che siamo dei cretini"
- Corpo: "io non mi preoccupo di quello che pensa la gente di me"
- Mente: "allora perchè contrai gli addominali in spiaggia?"
- Corpo: "mi hai rotto, non lo faccio per te, ma adesso vado"
[entrambi cadono di un paio di metri]
- Mente e Corpo: "ops siamo caduti"
- Mente: "e non ci siamo fatti male"
- Corpo: "dai un occhio al passaggio che ci riproviamo"
- Mente: "non sembra difficile, ci sono dei buoni piedi"
- Corpo: "allora vado"
- Mente: "io ti lascio fare, ci vediamo in cima"
giovedì 1 settembre 2011
Immagini da Tripoli (e qualche pensiero)
Ho seguito la guerra in Libia da un letto d'albergo, mezzo appisolato, aspettando che fosse abbastanza tardi per spegnere la luce e dormire.
Ho visto una giornalista vestita da marine (giubbotto antiproiettile e elmetto ultimo grido) entrare a Tripoli in mezzo ad una folla festante: uomini barbuti che urlavano parole incomprensibili sparando in aria come dei deficienti. Qualcuno urlava "freedom freedom" e la giornalista - che non parlava una parola d'arabo ed era l'unica cosa che riusciva a capire - si è aggrappata a quel grido come una scimmia sull'albero: il popolo voleva libertà, spiegava con grande enfasi. Immagino non si sia chiesta cos'altro dicevano quelli che non sapevano neanche quella parola d'inglese.
Quando mi sono svegliato, poche ore dopo, la stessa giornalista aveva l'aria molto meno festiva (ma sempre con l'elmetto d'ordinanza in testa). Mi informava che nella notte c'erano state centinaia di morti, ma non sapeva dire dove, né come, né perché. Non aveva neanche delle immagini da mostrare e in studio si sono affacendati a mettere delle frecce sopra una cartina di Tripoli, fondamentalmente a caso.
La sera, la stessa giornalista (sempre bardata come Robocop) intervistava un garrulo ribelle che aveva in testa il cappello di Gheddafi. Spiegava in un inglese approssimativo che era entrato nella stanza da letto del dittatore e l'aveva trovato. Dallo studio confermavano attraverso foto di repertorio che il cappello era effettivamente quello del raìs. La giornalista dichiarava che il cappello era veramente quello. Tutti erano festanti.
La mattina dopo altri morti. Gheddafi non si sapeva dov'era, in compenso c'erano cecchini d'appertutto. Il cappello riappariva sulle prime pagine dei principali quotidiani che erano stati lesti a riprendere la notizia dalla televisione con grande senso dell'immaginazione. Nessuno però spiegava cosa cazzo stava succedendo a Tripoli.
Un altro giorno è passato e questa volta c'era un giornalista uomo, anche lui in versione Rambo. Si trovava in mezzo ad una battaglia e parlava sottovoce, come se qualcuno potesse sentirlo in mezzo al casino dei kalashnikov. Benché fosse in piena Tripoli, era incapace di spiegare chi sparasse contro chi e perché.
I servizi si sono accavallati per giorni: la piscina della figlia di Gheddafi, il bambino che ha perso lo zio, il ribelle che parla un po' d'inglese, il medico disperato. Ad un certo punto - in mezzo alla massa di barbe, kalashnikov e "Allah Akbar" - è apparsa anche una donna (l'unica che ho visto in giorni e giorni). Ha anche detto qualcosa di sensato, ma la giornalista non le ha fatto caso.
Dalla prospettiva di un telespettatore con una discreta conoscenza del Nordafrica (che tutti si ostinano a chiamare Medio Oriente) ho una sola domanda: a cosa serve mandare decine di giornalisti vestiti da militari e ricevere ore e ore di filmati se nessuno è in grado di dare la minima spiegazione di quello che succede?
Ho visto una giornalista vestita da marine (giubbotto antiproiettile e elmetto ultimo grido) entrare a Tripoli in mezzo ad una folla festante: uomini barbuti che urlavano parole incomprensibili sparando in aria come dei deficienti. Qualcuno urlava "freedom freedom" e la giornalista - che non parlava una parola d'arabo ed era l'unica cosa che riusciva a capire - si è aggrappata a quel grido come una scimmia sull'albero: il popolo voleva libertà, spiegava con grande enfasi. Immagino non si sia chiesta cos'altro dicevano quelli che non sapevano neanche quella parola d'inglese.
Quando mi sono svegliato, poche ore dopo, la stessa giornalista aveva l'aria molto meno festiva (ma sempre con l'elmetto d'ordinanza in testa). Mi informava che nella notte c'erano state centinaia di morti, ma non sapeva dire dove, né come, né perché. Non aveva neanche delle immagini da mostrare e in studio si sono affacendati a mettere delle frecce sopra una cartina di Tripoli, fondamentalmente a caso.
La sera, la stessa giornalista (sempre bardata come Robocop) intervistava un garrulo ribelle che aveva in testa il cappello di Gheddafi. Spiegava in un inglese approssimativo che era entrato nella stanza da letto del dittatore e l'aveva trovato. Dallo studio confermavano attraverso foto di repertorio che il cappello era effettivamente quello del raìs. La giornalista dichiarava che il cappello era veramente quello. Tutti erano festanti.
La mattina dopo altri morti. Gheddafi non si sapeva dov'era, in compenso c'erano cecchini d'appertutto. Il cappello riappariva sulle prime pagine dei principali quotidiani che erano stati lesti a riprendere la notizia dalla televisione con grande senso dell'immaginazione. Nessuno però spiegava cosa cazzo stava succedendo a Tripoli.
Un altro giorno è passato e questa volta c'era un giornalista uomo, anche lui in versione Rambo. Si trovava in mezzo ad una battaglia e parlava sottovoce, come se qualcuno potesse sentirlo in mezzo al casino dei kalashnikov. Benché fosse in piena Tripoli, era incapace di spiegare chi sparasse contro chi e perché.
I servizi si sono accavallati per giorni: la piscina della figlia di Gheddafi, il bambino che ha perso lo zio, il ribelle che parla un po' d'inglese, il medico disperato. Ad un certo punto - in mezzo alla massa di barbe, kalashnikov e "Allah Akbar" - è apparsa anche una donna (l'unica che ho visto in giorni e giorni). Ha anche detto qualcosa di sensato, ma la giornalista non le ha fatto caso.
Dalla prospettiva di un telespettatore con una discreta conoscenza del Nordafrica (che tutti si ostinano a chiamare Medio Oriente) ho una sola domanda: a cosa serve mandare decine di giornalisti vestiti da militari e ricevere ore e ore di filmati se nessuno è in grado di dare la minima spiegazione di quello che succede?
domenica 28 agosto 2011
Big game
Il campo non è quello della finale della coppa del mondo. L'erba è secca, ci sono un paio di pozzanghere piene di fango, buche, escrementi di impala. Ci sono una decina di spettatori della specie homo sapiens sapiens e qualche dozzina di altre specie: scimmie, facoceri e bufali, più concentrati a bere lontano dai predatori che sul risultato della partita. Una porta è formata dalle ciabatte del segretario generale della federazione di calcio della Namibia (ex portiere della nazionale per la cronaca). L'altra è formata dalla borsa del suo collega dello Zimbabwe. In mezzo giocatori di varie razze e colori: dal quasi rosa al quasi nero. L'unica cosa che richiama una vera partita di calcio è il pallone: Adidas, nuovo di fabbrica. Per il resto c'è gente che gioca in calzini, altri in pantofole, qualcuno con dei mocassini. Chiaramente i pochi che hanno delle scarpe da calcio hano un certo vantaggio, come quelli che pesano meno di cento chili e quelli che hanno meno di settant'anni.
Il mio ruolo, come sempre - dal Rwanda alle Galapagos - è quello del giocatore di quantità (si fa per dire). Corro in lungo e in largo, scivolando nel fango e coprendomi di polvere passando per le buche scavate dai facoceri. Faccio anche un gol, convalidato dal compiacente arbitro-collega.
La partita finisce sul 2 a 2 (anche qui grazie all'arbitro). Poi tutti negli spogliatoi. A cena c'è chi zoppica, mentre c'è addirittura chi arriva in sedia a rotelle causa strappo muscolare.
Il mio ruolo, come sempre - dal Rwanda alle Galapagos - è quello del giocatore di quantità (si fa per dire). Corro in lungo e in largo, scivolando nel fango e coprendomi di polvere passando per le buche scavate dai facoceri. Faccio anche un gol, convalidato dal compiacente arbitro-collega.
La partita finisce sul 2 a 2 (anche qui grazie all'arbitro). Poi tutti negli spogliatoi. A cena c'è chi zoppica, mentre c'è addirittura chi arriva in sedia a rotelle causa strappo muscolare.
sabato 13 agosto 2011
Street Parade
Una volta all'anno Zurigo impazzisce. Succede in un fine settimana di mezza estate, nel periodo più sonnolento dell'anno. A prima vista non sembra esserci nulla di strano. Le strade sono poco frequentate come tutti i sabati, i tram girano regolari, poco traffico. Ma più ci si avvicina al lago più ci si rende conto che non è un giorno come gli altri. Iniziano ad esserci transenne, poilizia, traffico bloccato. Si inizia anche a vedere gente, sbucata da chissà dove, che cammina tutta nella stessa direzione, chi in gruppo chi da solo. E la gente è vestita in modo strano. Le ragazze sono in minigonna oppure hanno dei jeans attillati e indossano la parte sopra del bikini. Ci sono parrucche rosso fuoco, o verdi, o blu.
Oggi a Zurigo c'è la Street Parade, il festival di musica techno più conosciuto e frequantato d'Europa. Una sfilata di carri pieni gente che balla alla musica di dj famosi. La carovana si muove a lentezza di lumaca a bordo del lago, in mezzo ad una folla oceanica, vestita strana, che balla e beve e che si sfoga nei modi più assurdi e kitch. Centinaia di migliaia di persone si ritrovano ad ostentare corpi mezzi nudi - alcuni accuratamente scolpiti con estenuanti sedute di palestra, altri pateticamente flaccidi e bianchicci. L'ostentazione e la provocazione sono così sistematiche da risultare conformismo, ripetizione banale e senza fantasia di clichés visti milioni di volte. Ii tatuaggio di rigore e il piercing diventano l'anello di congliunzione tra la destra e la sinistra, tra gli svizzeri tedeschi e i gruppi di lombardi con zaino Invicta in spalla.
Ma come dicevano i latini, semel in anno licet insanire, e la funzione sociale della Street Parade è chiara. Dopo il panem tocca ai circenses. E se serve a far sfogare qualche banchiere un po' troppo rigido va bene anche questo. Nella folla si osa di più, la musica a palla dà coraggio, la birra o qualche pillola ancora di più. E così la gente si parla, i ragazzi rimorchiano le ragazze, che rispondono, sorridono e magari ballano anche . Poi domani ritorneranno tutti nelle loro divise ufficiali e non alzeranno gli occhi dal loro giornale mentre prendono il tram, senza il rischio di incrociare lo sguardo di uno sconosciuto e ancore meno di dovergli parlare.
Mentre faccio foto ad un uomo vestito da donna e ad una donna vestita da troia con lo sguardo scientifico di un antropologo, mi viene in menta l'aneddoto che mi aveva raccontato un ex-collega. Si trovava in Afghanistan all'epoca ancora controllato dai Talebani che avevano vietato la musica perché contraria al Corano. Ad un posto di blocco gli avevano trovato dei CD e gli avevano chiesto se si trattava di musica. Lui aveva mentito dicendo di no. I Talebani avevano preso i CD ed erano andati ad ascoltarli per vedere se era vero. Quando sono tornati hanno restituito i CD scusandosi e aggiungendo "avevi ragione, è solo rumore". I CD contenevano musica techno.
venerdì 5 agosto 2011
Scampoli di Namibia
Non potevo pensare – sorvolando i fuochi d’artificio che scoppiavano nel cielo di Zurigo mentre l’hostess del volo Swiss per Johannesburg annunciava un menu speciale per il giorno dell’indipendenza svizzera – che un paio di giorni dopo mi sarei ritrovato a Whindoek, seduto di fronte a Frank Frederics (quattro medaglie d’argento alle olimpiadi nei 100 e 200) e a Michelle McLean (Miss Universo 1992).
Era la festa di compleanno di Hage, primo ministro della Namibia indipendente, attuale ministro del commercio e papabile per le prossime presidenziali. Ci ero finito in virtù della mia qualità di improvvisato VIP di secondo piano, dopo essere stato intervistato dalla televisione di stato e aver ascoltato il mio nome alla radio, associato a tutta una serie di competenze e di esperienze professionali che mi erano del tutto sconosciute.
C’erano sessanta tavoli nella sala, ogni tavolo aveva dieci sedie. Se dovessi invitare seicento persone al mio compleanno non mi basterebbe facebook. Ma chissà, magari a settant’anni le cose potrebbero cambiare.
Attorno a me c’era tutto il gotha del mondo politico, imprenditoriale, giornalistico e sportivo del paese. La cena doveva iniziare alle sette di sera, ma il primo piatto è arrivato verso le nove e mezza. Nel frattempo, una serie infinita di oratori si avvicendava al podio per rendere omaggio all’illustre festeggiato: discorsi spesso ripetitivi, a volte divertenti, quasi tutti un po’ stantii, come quando si legge con fare eccessivamente naturale una battuta scritta, corretta e riscritta varie volte.
Ministri, parlamentari, eroi della resistenza, pastori protestanti, uomini d’affari ebrei, amici e parenti si avvicendavano e parlavano dell’esilio, della prigione, della lotta di liberazione del partito SWAPO contro il regime dell’apartheid, del movimento che ha portato alla nascita della Namibia moderna, dopo decenni di colonizzazione prima tedesca e poi sudafricana.
Nonostante l’autocelebrazione, la retorica, l’ideologia, l’obbedienza ai dettami del partito, gli aneddoti un po’ ammuffiti e il tono un po’ senile di quelli che parlavano, nell’aria si respirava l’orgoglio per ciò che la Namibia era diventata. Meno celebrata del Sudafrica di Mandela, ma forse più stabile sul lungo periodo, la Namibia è riuscita nel miracolo della transizione verso un regime aperto, tollerante, fondamentalmente democratico, senza cadere nel tranello della polarizzazione dello Zimbabwe o nella deriva della criminalità urbana di molte aree del Sudafrica.
Una piccola magia politica ed economica. Certo è che, tra tutte le loro qualità, i namibiani non hanno certo il dono della sintesi: il dessert è stato servito a mezzanotte e mezza, quando ormai tutti gli ospiti erano o mezzo addormentati o completamente ubriachi (in alcuni casi – come il mio – entrambe le cose).
Era la festa di compleanno di Hage, primo ministro della Namibia indipendente, attuale ministro del commercio e papabile per le prossime presidenziali. Ci ero finito in virtù della mia qualità di improvvisato VIP di secondo piano, dopo essere stato intervistato dalla televisione di stato e aver ascoltato il mio nome alla radio, associato a tutta una serie di competenze e di esperienze professionali che mi erano del tutto sconosciute.
C’erano sessanta tavoli nella sala, ogni tavolo aveva dieci sedie. Se dovessi invitare seicento persone al mio compleanno non mi basterebbe facebook. Ma chissà, magari a settant’anni le cose potrebbero cambiare.
Attorno a me c’era tutto il gotha del mondo politico, imprenditoriale, giornalistico e sportivo del paese. La cena doveva iniziare alle sette di sera, ma il primo piatto è arrivato verso le nove e mezza. Nel frattempo, una serie infinita di oratori si avvicendava al podio per rendere omaggio all’illustre festeggiato: discorsi spesso ripetitivi, a volte divertenti, quasi tutti un po’ stantii, come quando si legge con fare eccessivamente naturale una battuta scritta, corretta e riscritta varie volte.
Ministri, parlamentari, eroi della resistenza, pastori protestanti, uomini d’affari ebrei, amici e parenti si avvicendavano e parlavano dell’esilio, della prigione, della lotta di liberazione del partito SWAPO contro il regime dell’apartheid, del movimento che ha portato alla nascita della Namibia moderna, dopo decenni di colonizzazione prima tedesca e poi sudafricana.
Nonostante l’autocelebrazione, la retorica, l’ideologia, l’obbedienza ai dettami del partito, gli aneddoti un po’ ammuffiti e il tono un po’ senile di quelli che parlavano, nell’aria si respirava l’orgoglio per ciò che la Namibia era diventata. Meno celebrata del Sudafrica di Mandela, ma forse più stabile sul lungo periodo, la Namibia è riuscita nel miracolo della transizione verso un regime aperto, tollerante, fondamentalmente democratico, senza cadere nel tranello della polarizzazione dello Zimbabwe o nella deriva della criminalità urbana di molte aree del Sudafrica.
Una piccola magia politica ed economica. Certo è che, tra tutte le loro qualità, i namibiani non hanno certo il dono della sintesi: il dessert è stato servito a mezzanotte e mezza, quando ormai tutti gli ospiti erano o mezzo addormentati o completamente ubriachi (in alcuni casi – come il mio – entrambe le cose).
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