Oltre che essere una delle capitali europee della musica (ci sono poche tournées che non passano di qui), Zurigo è anche una delle capitali (ignorate) del cinema europeo. Non solo c'è una concentrazione di sale da capogiro in proporzione alla popolazione , ma si possono trovare film di tutto il mondo: dal cinepanettone italiano al film minore argentino, passando per l'Asia e l'Africa. Se uno può permettersi biglietti a 16 euro è una manna.
C'è però un piccolo segreto che bisogna sapere, e questo l'ho scoperto sulla mia pelle negli utlimi mesi: invitare qualcuno al cinema a Zurigo è cosa molto delicata. Al cinema non si va con chiunque, soprattuto non con chi si conosce da solo qualche mese. Ricevere una risposta positiva ad un invito al cinema è cosa rarissima, una specie di consacrazione dell'amicizia o di un amore eterno.
Abitutato ad andare al cinema da solo, con gli amici o con cani e porci, ho inizialmente invitato delle persone a venire al cinema con me. La reazione è stata sorprendente: gli occhi bassi, la voce imbarazzata, le mani portate ai capelli o alle orecchie in segni di nervosismo quasi avessi chiesto di partecipare ad un'orgia con cavalli, asini e cani superdotati. Il cinema, mi sono reso conto, non è luogo in cui si vada alla leggera, così tanto per vedere un film.
Con gli anni la cultura locale ha accettato che è possibile fare del sesso prima del matrimonio, ma andare al cinema proprio no! Per il cinema ci vuole l'anello al dito o almeno qualche documento attestante una sana e robusta convivenza. Non so esattamente perchè il cinema a Zurigo sia così sensibile, forse il fatto di sedersi uno a fianco all'altro nella semi-oscurità, circondati da persone che non si conoscono e quindi ispiranti diffidenza. O forse è il fatto di essere visti in pubblico con un essere dell'altro sesso, magari dalla vicina di casa, ex-agente segreto della Stasi.
Ed è così che il cinema per me è diventata attività autistica, solitaria, spazio di intimità con me stesso. In ogni caso, con i film deprimenti che vado a vedere io, forse è meglio andarci da soli per non deprimere anche gli altri.
domenica 20 maggio 2012
domenica 13 maggio 2012
La grande spiaggia
I mauritaniani sono un misto di popoli nomadici di origine araba, di neri subsahariani e di ex-schiavi liberati, che assomigliano fisicamente ai secondi e culturalmente ai primi. Ci sarebbe tutto per una bella esplosione etnica, ma per il momento - a parte qualche epurazione negli anni novanta - la pace sociale regge.
Il tempo a Nouackchott scorre più lento. La luce accecante, il calore del sole, l'aridità del panorama non possono che rallentare il ritmo della vita. Gli uomini camminano con passo cadenzato di zombie, avvolti nel loro boubou, la tunica tradizionale. Le donne - ingrassate a dovere grazie a dosi forzate di latte di cammella - hanno forme rotonde, a mala pena dissimulate da un triplice strato di veli. I loro visi, di un colore unico al mondo che si potrebbe descrivere come un marrone chiaro che tende al perlaceo, sono di una dolcezza e di una sensualità uniche.
Non c'è molto da fare a Nouackchott. L'alcool è proibito e si trova solo in posti frequentati da stranieri. La vita notturna è tra le più tranquille d'Africa (per non dire praticamente insesistente). La notte si può sentire il rumore di uno spillo che cade nella sabbia, oltre al fuoristrada del vicino che rientra a casa facendo i 180 sull'ultima chicane.
Le due sere che ho passato a Nouackchott mi sono sentito l'ospite d'onore. La prima cena, interminabile, era degna di un re medioevale: aragoste, pesce, agnello, altro pesce, pollo, carne. Sono tornato in albergo zigzagando. La seconda cena, in cui al mio tavolo hanno servito un agnello intero ripieno di couscous (al tavolo eravamo in tre e anche piuttosto magri), era accompaganta da un concerto della cantante più famosa della Mauritania, la Madonna locale. A piedi scalzi, con una voce che saliva alta le scale degli accordi della musica araba, ha cantato una canzone che faceva venire la pelle d'oca. Ero convinto che fosse una canzone d'amore, ma poi ho scoperto che parlava del Profeta.
mercoledì 25 aprile 2012
Gesù in mezzo ai calciatori
Il prete indossa una maglia del Real Madrid, il suo assistente una maglia del Bayern: una piccola sfida locale che richiama la semifinale di Champions League. Ci fa entrare nel suo ufficio, una stanzetta di qualche metro quadrato che sembra la sede di un club calcistico di periferia: qualche coppa, delle foto con giocatori di calcio e soprammobili a forma di pallone.
Siamo in una parrocchia di Bujumbura, capitale del Burundi. E' la seconda volta che passo di qui ed ogni volta ho fatto un salto alla parrocchia per vedere come sta il campo da calcio che viene difeso come un oggetto sacro (è il caso di dirlo) dalla diocesi, tanto che sono riusciti a convincere l'ambasciata francese a costruire una recinzione in mattoni. Il campo è un rettangolo di terra battuta con erba troppo alta. Dei ragazzini vestiti di blu rincorrono ragazzini vestiti di rosso mentre dalle tribune una piccola folla li incita: è una sfida tra quartieri. Il mio arrivo, armato di macchina fotografica digitale, scompiglia un po' la concentrazione dei presenti, ma poi l'interesse per il muzungu lascia il posto a quello per la partita.
Il prete ci dice che tutto va bene e che da quest'anno hanno iniziato a fare squadre miste di ragazzi e ragazze. Hanno anche adattato le regole del gioco: i falli fatti dai ragazzi contro le ragazze vengono puniti più severamente, mentre se c'è un calcio di rigore o una punizione dall'aerea è obbligatorio far tirare una ragazza (non so se l'IFAB approverebbe).
Mentre ritorniamo verso la macchina, dopo aver discusso di calcio locale e dei risultati deludenti del Burkina Faso alla Coppa d'Africa (il prete è burkinabé), entro velocemente in chiesa dove si sta celebrando un matrimonio. La struttura è una specie di capannone con tetto a spiovente e le porte e finestre aperte per far entrare un po' d'aria. Sulla parete di fronte, al lato del prete tedesco che sta facendo la predica in francese, c'è un dipinto che raffigura Gesù in mezzo ai calciatori.
lunedì 16 aprile 2012
Un italiano a New York
Una delle cose che continuano a stupirmi degli Stati Uniti (e ce ne sono tante) è la totale fascinazione degli americani per l’Italia, per il suo cibo, per la sua cultura e musica classica. E’ un’ammirazione che sfocia nell’ossessione, oltre che – a volte – nella parodia. Leggendo i settimanali sembra che l’Italia intera viva in piccoli paesini abbarbicati a rocce spioventi sul mare, con i pescatori che ti portano a casa il pesce fresco cantando arie di Verdi. La sera i loro figli scendono in piazza in Vespa per bere vino e caffè e cantare tutti insieme arie di Verdi. Per uno strano miracolo, l’immagine oleografica e patinata dell’Italia non sembra essere intaccata dagli scandali a ripetizione, dalla politica da operetta (o da Opera) e dall’apparenza ben poco estetica dei nostri rappresentanti ufficiali e ufficiosi.
Litlle Italy a Manhattan è diventato uno dei quartieri più chic di New York. Nonostante sia al lato di China Town, dove turisti e curiosi si mescolano a casalinghe cinesi che comprano pezzi di animali improbabili parlando in cantonese e mandarino (almeno penso), Little Italy è un altro mondo: elegante, alto, estetico, alla ricerca della qualità nel dettaglio, caro. E’ pieno di ristoranti in cui si può mangiare cibo italiano vero (da non confondere con quello spacciato per tale nel resto degli Stati Uniti). La mozzarella è di bufala, l’acqua è San Pellegrino, quello che c’è nel piatto corrisponde a ciò che il menù dice. E si tratta quasi sempre di una ricetta regionale tipica, il più delle volte sconosciuta perché di una regione in cui non si è stati.
Nel cuore di Manhattan, nel Greenwitch Village c’è Washington Square Park, un’area verde che nelle belle giornate di primavera è invasa da centinaia di persone sdraiate sulle panchine le une sulle altre come le iguane delle Galapagos. Le note dei suonatori di strada si sovrappongono. Non si tratta di canzoncine strimpellate per qualche monetina, ma quasi sempre dei pezzi suonati da professionisti, magari con tanto di complesso al seguito. Oggi c’è un pianista che ha portato il suo piano a mezza coda e suona ininterrottamente pezzi jazz intercalati a pezzi classici e qualche canzone pop. E’ l’attrazione della piazza.
Poco lontano, un po’ in disparte, Garibaldi lo ascolta estraendo la sua spada per un nemico immaginario, ignorato dalla folla. Forse è una mia impressione, ma sembra avere lo sguardo divertito.
domenica 18 marzo 2012
Un passaporto a Parigi
Dopo essere passato indenne per alcuni dei posti più pericolosi al mondo senza il minimo problema, sono riuscito nell'impresa titanica di farmi rubare lo zaino nella metropolitana di Parigi, mentre ero di passaggio per andare in Guinea Conakri.
Ho avuto quindi il piacere di andare al commissariato di polizia del quattordicesimo arrondissement a Montparnasse. Se non ci siete mai stati andateci subito! Fin dall'entrata (seminascosta, i vetri della porta lerci, il corridoio semibuio ed angusto) si capisce che il posto è un condensato di burocrazia statalista allo stato puro. Invece dei poliziotti in giubbotto di pelle dei film, ci si trova di fronte ad una receptionist annoiata, che ti indica un secondo corridoio ed una sala d'attesa che è stata rinnovata nel primo dopoguerra: sedie scassate, poster stinti, vecchie riviste. Ci sono altre quattro persone nella stanza. Sono lì da tanto tempo che sembrano coperti di polvere. In giro non c'è nessuno, tranne una poliziotta che tenta di dissuadere tutti dallo sporgere denuncia dicendo che i tempi d'attesa sono lunghissimi. Scopro che è la pausa pranzo e che sono tutti via. Sembra di essere in Italia.
Quando arrivano le due, chiamano il mio nome e vengo fatto passare in una stanza spoglia, con le tende mezzo strappate. Di fronte a me c'è un poliziotto che sembra molto interessato al mio lavoro e alla localizzazione della Guinea Conakri, ma non abbastanza al fatto che il mio zaino è stato rubato e con esso il mio passaporto. Per scrivere la denuncia usando un programma con grafica d'altri tempi usa due delle dieci dita che possiede. Prima di poter usare uno dei venti timbri disposti sulla scrivania vuota ci mette una buona mezz'ora di filosofia spiccia.
Uscito dal commissariato chiamo il numero d'urgenza del consolato italiano. Non risponde nessuno per cui lascio un messaggio. Oggi è sabato e non ho alcuna speranza che qualcuno lo ascolti prima di lunedì. Invece poco dopo mi richiama qualcuno dall'oltretomba: ha la voce così roca che l'odore di fumo si trasmette per telefono. Mi dice che posso andare il linedì, ma che il consolato di Zurigo è chiuso per cui bisognerà aspettare il martedì, in compenso la questura di Treviso è efficiente per cui da quel lato non dovrebbero esserci problemi. Pochi attimi dopo che mette giù vengo richiamato da un altro funzionario del consolato, che questa volta mi chiede tutti i dati e mi dice di passare verso le 8.30 prima che l'ufficio apra. Lui si occupa di matrimoni e non sa niente di passaporti, ma ha l'aria molto gentile, cosa rarissima tra i funzionari consulari.
Il lunedì mattina mi presento al consolato italiano munito di un enorme libro di un autore giapponese, il meglio che ci sia in fatto di lunghe attese burocratiche. Scopro che l'uomo dalla voce roca è il portinaio del consolato, che scuote la testa quando gli dico che mi è stato detto di arrivare a quell'ora. Mi ripete che non c'è niente da fare perchè il consolato di Zurigo è chiuso, ma mi fa entrare lo stesso. La sala d'attesa è vuota, le luci sono spente. Dopo poco arrivato degli impiegati che fanno una conversazione molto animata attorno alla macchina del caffé. Uno viene verso di me e si presenta. E' quello che si occupa di matrimoni. Con una gentilezza fuori dal comune mi spiega che parlerà con i colleghi per vedere cosa si può fare.
La collega che si occuperà del mio caso non sembra conoscere la funzionalità sociale del sorriso. Scuote la testa, ma accetta comunque di prendere una copia della mia denuncia e le mie foto. Inizia la pratica del nulla osta a Treviso e di quello a Zurigo. Le chiedo se può chiamare il consolato e la questura e lei mi risponde "guardi che possiamo fare non lo può fare lei". La ringrazio e chiamo il consolato di Zurigo. Nessuna risposta. Provo con il numero d'emergenza e, dopo vari secondi, risponde una voce assonnata che mi informa che il consolato è chiuso il lunedì. Certo, penso io, che ci sarà poco lavoro in una città dove ci sono solo 15,000 italiani.
Informo la mia gentile funzionaria del problema rilevato e lei scuote la testa. "Non c'è niente da fare" sentenzia "bisogna aspettare martedì". Le chiedo di poter parlare con il suo superiore che mi dà udienza in un angolo della sala d'aspetto tra la signora che aspetta il passaporto del figlioletto e il signore che ha divorziato dalla moglie. Il superiore mi promette che parlerà con Zurigo per vedere cosa si può fare. Dopo poco la solita impiegata mi richiama per dirmi che Zurigo è chiuso e che quindi non si può fare nulla. Anche la superiore del superiore, a cui faccio la scena del disperato sull'orlo del suicidio, conferma l'impossibilità di fare il passaporto causa mancanza del nulla osta.
Dopo molto parlamentare riesco ad avere assicurazione che il martedì avrò il mio passaporto se Zurigo mantiene la promessa del nulla osta e Treviso risponde. Chiamo la questura di Treviso che mi informa che ha già trattato la richiesta.
Il martedì ho il mio passaporto. Non so se chiamarlo un miracolo o meno. Fatto sta che il portiere sembra sapere molto di più del resto degli impiegati.
Ho avuto quindi il piacere di andare al commissariato di polizia del quattordicesimo arrondissement a Montparnasse. Se non ci siete mai stati andateci subito! Fin dall'entrata (seminascosta, i vetri della porta lerci, il corridoio semibuio ed angusto) si capisce che il posto è un condensato di burocrazia statalista allo stato puro. Invece dei poliziotti in giubbotto di pelle dei film, ci si trova di fronte ad una receptionist annoiata, che ti indica un secondo corridoio ed una sala d'attesa che è stata rinnovata nel primo dopoguerra: sedie scassate, poster stinti, vecchie riviste. Ci sono altre quattro persone nella stanza. Sono lì da tanto tempo che sembrano coperti di polvere. In giro non c'è nessuno, tranne una poliziotta che tenta di dissuadere tutti dallo sporgere denuncia dicendo che i tempi d'attesa sono lunghissimi. Scopro che è la pausa pranzo e che sono tutti via. Sembra di essere in Italia.
Quando arrivano le due, chiamano il mio nome e vengo fatto passare in una stanza spoglia, con le tende mezzo strappate. Di fronte a me c'è un poliziotto che sembra molto interessato al mio lavoro e alla localizzazione della Guinea Conakri, ma non abbastanza al fatto che il mio zaino è stato rubato e con esso il mio passaporto. Per scrivere la denuncia usando un programma con grafica d'altri tempi usa due delle dieci dita che possiede. Prima di poter usare uno dei venti timbri disposti sulla scrivania vuota ci mette una buona mezz'ora di filosofia spiccia.
Uscito dal commissariato chiamo il numero d'urgenza del consolato italiano. Non risponde nessuno per cui lascio un messaggio. Oggi è sabato e non ho alcuna speranza che qualcuno lo ascolti prima di lunedì. Invece poco dopo mi richiama qualcuno dall'oltretomba: ha la voce così roca che l'odore di fumo si trasmette per telefono. Mi dice che posso andare il linedì, ma che il consolato di Zurigo è chiuso per cui bisognerà aspettare il martedì, in compenso la questura di Treviso è efficiente per cui da quel lato non dovrebbero esserci problemi. Pochi attimi dopo che mette giù vengo richiamato da un altro funzionario del consolato, che questa volta mi chiede tutti i dati e mi dice di passare verso le 8.30 prima che l'ufficio apra. Lui si occupa di matrimoni e non sa niente di passaporti, ma ha l'aria molto gentile, cosa rarissima tra i funzionari consulari.
Il lunedì mattina mi presento al consolato italiano munito di un enorme libro di un autore giapponese, il meglio che ci sia in fatto di lunghe attese burocratiche. Scopro che l'uomo dalla voce roca è il portinaio del consolato, che scuote la testa quando gli dico che mi è stato detto di arrivare a quell'ora. Mi ripete che non c'è niente da fare perchè il consolato di Zurigo è chiuso, ma mi fa entrare lo stesso. La sala d'attesa è vuota, le luci sono spente. Dopo poco arrivato degli impiegati che fanno una conversazione molto animata attorno alla macchina del caffé. Uno viene verso di me e si presenta. E' quello che si occupa di matrimoni. Con una gentilezza fuori dal comune mi spiega che parlerà con i colleghi per vedere cosa si può fare.
La collega che si occuperà del mio caso non sembra conoscere la funzionalità sociale del sorriso. Scuote la testa, ma accetta comunque di prendere una copia della mia denuncia e le mie foto. Inizia la pratica del nulla osta a Treviso e di quello a Zurigo. Le chiedo se può chiamare il consolato e la questura e lei mi risponde "guardi che possiamo fare non lo può fare lei". La ringrazio e chiamo il consolato di Zurigo. Nessuna risposta. Provo con il numero d'emergenza e, dopo vari secondi, risponde una voce assonnata che mi informa che il consolato è chiuso il lunedì. Certo, penso io, che ci sarà poco lavoro in una città dove ci sono solo 15,000 italiani.
Informo la mia gentile funzionaria del problema rilevato e lei scuote la testa. "Non c'è niente da fare" sentenzia "bisogna aspettare martedì". Le chiedo di poter parlare con il suo superiore che mi dà udienza in un angolo della sala d'aspetto tra la signora che aspetta il passaporto del figlioletto e il signore che ha divorziato dalla moglie. Il superiore mi promette che parlerà con Zurigo per vedere cosa si può fare. Dopo poco la solita impiegata mi richiama per dirmi che Zurigo è chiuso e che quindi non si può fare nulla. Anche la superiore del superiore, a cui faccio la scena del disperato sull'orlo del suicidio, conferma l'impossibilità di fare il passaporto causa mancanza del nulla osta.
Dopo molto parlamentare riesco ad avere assicurazione che il martedì avrò il mio passaporto se Zurigo mantiene la promessa del nulla osta e Treviso risponde. Chiamo la questura di Treviso che mi informa che ha già trattato la richiesta.
Il martedì ho il mio passaporto. Non so se chiamarlo un miracolo o meno. Fatto sta che il portiere sembra sapere molto di più del resto degli impiegati.
domenica 26 febbraio 2012
Milan Juve Zurigo
Più che per mancanza di alternative che per scelta populista, ho deciso di guardare Milan - Juve in un misto di internet café, luogo di scommesse e bar che si trova dietro casa mia. Dall'ultima volta che c'ero stato, il proprietario ha fatto dei grandi investimenti. Ci sono delle specie di divani e gli schermi piatti sono stati sostituiti da proiettori. Ora non c'è più un solo angolo dei tre muri che non sia pieno di immagini di calcio, ogni muro una partita diversa. Nessun cambio degli avventori, invece: nemmeno l'ombra di una donna, un paio di turchi e una marea di somali che passano metà del tempo a guardare la televisione e l'altra metà a salutare l'ultimo arrivato.
L'atmosfera è quella delle grandi occasioni. Tutti i posti sui divani sono occupati e devo accontentarmi di una sedia pieghevole a fianco dei computer, sui cui altre immagini di calcio sono proiettate. A fianco ho tutti i risultati in tempo reale delle partite di calcio di tutto il mondo. Scopro squadre di calcio colombiane di cui ignoravo completamente l'esistenza. Per scrivere un trattato sulla globalizzazione non serve fare un dottorato, basta fare un giro al Kreis 3 di Zurigo, il quartiere dove vivo.
La partita è bruttina ma molto intensa. Quando un difensore della Juve (non capisco quale perchè il commento è in arabo) sbaglia un passaggio e Nocerino fa gol, scoppia il putiferio. Sembra diu essere a San Siro: urla, fischi, battiti di mano. Io rimango seduto, cercando di continuare a guardare la partita in mezzo a gente che viene e che va, oppure che staziona in piedi proprio davanti a me. Ogni tanto tento di spiegare ai passanti che non sono trasparenti, ma non so che lingua usare: il tedesco non sembrano capirlo, l'inglese forse, l'italiano boh. Provo con i gesti, funziona.
La partita continua tra una serie di fallacci da una parte e dall'altra, gol annulati da un arbitro miope e errori grossolani della Juve. Sembra di vedere una partita con i miei colleghi il martedì a mezzogiorno. Nonostante i milioni che guadagnano, i giocatori appaiono per quel che sono: dei ragazzini imberbi nervosi e pieni di paura di sbagliare.
Matri, al risveglio dal lungo letargo invernale, decide finalmente di fare gol, il locale esplode una seconda volta. Scopro che la tifoseria somala è ugualmente divisa tra juventini e milanisti. Il casino è tale che il proprietario turco è costretto ad urlare come un matto per far stare zitti tutti. Dubito che abbiano capito cosa ha detto - sicuramente una frase presa pari pari dal galateo turco - ma il concetto è chiaro. Gli spettatori si rimettono a sedere aspettando il fischio dell'arbitro. Quando la partita finisce il casino esplode di nuovo. La disputa - penso - è sul fatto se il pareggio sia meritato o no. Il tono di voce si alza, vola anche qualche spinta, io me ne vado prima che la situazione degeneri. Sulla strada di casa vedo gente uscire da un bar. Anche lì tutti africani, ad occhio e croce eritrei o somali. Anche lì urlano, si spintonano, si insultano.
Milan 1 - Juve 1
L'atmosfera è quella delle grandi occasioni. Tutti i posti sui divani sono occupati e devo accontentarmi di una sedia pieghevole a fianco dei computer, sui cui altre immagini di calcio sono proiettate. A fianco ho tutti i risultati in tempo reale delle partite di calcio di tutto il mondo. Scopro squadre di calcio colombiane di cui ignoravo completamente l'esistenza. Per scrivere un trattato sulla globalizzazione non serve fare un dottorato, basta fare un giro al Kreis 3 di Zurigo, il quartiere dove vivo.
La partita è bruttina ma molto intensa. Quando un difensore della Juve (non capisco quale perchè il commento è in arabo) sbaglia un passaggio e Nocerino fa gol, scoppia il putiferio. Sembra diu essere a San Siro: urla, fischi, battiti di mano. Io rimango seduto, cercando di continuare a guardare la partita in mezzo a gente che viene e che va, oppure che staziona in piedi proprio davanti a me. Ogni tanto tento di spiegare ai passanti che non sono trasparenti, ma non so che lingua usare: il tedesco non sembrano capirlo, l'inglese forse, l'italiano boh. Provo con i gesti, funziona.
La partita continua tra una serie di fallacci da una parte e dall'altra, gol annulati da un arbitro miope e errori grossolani della Juve. Sembra di vedere una partita con i miei colleghi il martedì a mezzogiorno. Nonostante i milioni che guadagnano, i giocatori appaiono per quel che sono: dei ragazzini imberbi nervosi e pieni di paura di sbagliare.
Matri, al risveglio dal lungo letargo invernale, decide finalmente di fare gol, il locale esplode una seconda volta. Scopro che la tifoseria somala è ugualmente divisa tra juventini e milanisti. Il casino è tale che il proprietario turco è costretto ad urlare come un matto per far stare zitti tutti. Dubito che abbiano capito cosa ha detto - sicuramente una frase presa pari pari dal galateo turco - ma il concetto è chiaro. Gli spettatori si rimettono a sedere aspettando il fischio dell'arbitro. Quando la partita finisce il casino esplode di nuovo. La disputa - penso - è sul fatto se il pareggio sia meritato o no. Il tono di voce si alza, vola anche qualche spinta, io me ne vado prima che la situazione degeneri. Sulla strada di casa vedo gente uscire da un bar. Anche lì tutti africani, ad occhio e croce eritrei o somali. Anche lì urlano, si spintonano, si insultano.
Milan 1 - Juve 1
giovedì 16 febbraio 2012
The game avec le Roi
La prima volta che ho visto un gruppo di ragazzine ballare di fronte allo specchio osservandosi come se stessero in televisione è stato a Bangui, la capitale dello stato più dimenticato d'Africa, la Repubblica Centrafricana, conosciuta ai pochi soprattutto per la ridicola vanagloria di Bokassa, il miserabile dittatore di turno che si era autoproclamato imperatore.
All'epoca andavo nell'unica discoteca della città, che apriva presto e chiudeva presto causa coprifuoco. Avevo anche scritto un articolo per il settimanale Carta, in cui parlavo di attempati uomini bianchi in cerca di sesso e di ragazzine africane in cerca di soldi, uno degli incontri d'interesse più comune del continente.
In una discoteca di Libreville, capitale del Gabon, la visione è tornata: bellissime donne in abiti luccicanti che ballano allo specchio canzoni di Micheal Jackson o Madonna, mentre bevo champagne a sbafo, gentilmente offerto dal boss di una compagnia francese di telefonia. Passano le ore, passano i bicchieri di vino, passano le canzoni. Qualcuno continua a ricordarmi che domani mattina si gioca a calcio alle sette, ma il pensiero è lontano e sfumato, come le riunioni di lavoro che seguiranno o la finale della Coppa d'Africa tra l'invincibile Armada della Costa d'Avorio e gli sconosciuti dello Zambia. E quindi ballo, come non mi capitava da un po', perché a Zurigo o si balla musica house oppure niente. Poi rientro in albergo che il sole sorgerà a breve. Sono in macchina con il mio amico francese, che credevo un po' rigido e invece scopro il fratello gemello di John Travolta.
Quando alle 6 e 55 suona la sveglia e apro le tende penso che sono proprio un idiota a svegliarmi così presto. Il cielo è grigio, l'asfalto bagnato, ha piovuto tutta la notte. Nonostante sia convinto che sarò l'unico imbecille a presentarmi in maglietta e pantaloncini, con un certo peso sulla testa, decido di andare. Prendo l'ascensore e arrivo a piano terra dove incontro Nicolas, il primo degli otto peones sulla lista dei giocatori, ma anche l'unico che è andato a letto prima di mezzanotte. Così ci ritroviamo in due ad aspettare sul campo da tennis dell'albergo, sotto un cielo plumbeo, alle sette di mattina. Poi arriva un terzo, il direttore dell'albergo, reclutato più per fare numero che altro, poi un quarto, un avvocato di una squadra di calcio francese. Via via arrivano tutti, anche quelli che sono rientrati pochi minuti prima direttamente dalla discoteca. Manca all'appello solo un nome, il più celebre, quello per cui tutti - compreso me - hanno fatto la levataccia. Arriverà veramente? Chissà, ha detto "se non mi vedete iniziate senza di me". Le speranze sono poche. E mentre qualcuno sta già parlando di giocare senza di lui, ecco che spunta da dietro l'angolo. Ed è prorpio lui, le Roi, il mio mito d'infanzia. E come se niente fosse si mette a giocare sul campo da tennis scivoloso, con le porte segnate da due birilli di plastica, tra gente che scivola e cade per terra come se stesse giocando a hockey. E anche se lui corre poco, il pallone gli rimane incollato al piede, il passaggio è millimetrico, lo stop di petto è lo stesso di trent'anni fa. Per un'ora, in qualche metro quadrato, il calcio professionistico e quello superamatoriale si danno la mano e fanno una passeggata assieme, prima che tutti corrano sotto la doccia e riappaiano nelle fattezze di tutti i giorni, dimenticando - ma solo per un attimo - di essere stati invitati al tavolo del re.
Iscriviti a:
Post (Atom)


